Parole, parole, parole… e Fotografia

Una fotografia è un’immagine statica ottenuta tramite un processo di registrazione permanente delle interazioni tra luce e materia, selezionate e proiettate attraverso un sistema ottico su una superficie fotosensibile ( cit. Wikipedia)

Il termine “fotografia” deriva dal greco φῶς, φωτός, luce, e -grafia γραϕία, scrittura ovvero “scrittura di/con la luce”. OK. questo ormai lo sanno anche i sassi. È una definizione tecnica ed è forse l’unica cosa attendibile e sicura che si possa dire della fotografia. I Greci antichi non l’avevano ancora inventata, tuttavia avevano una mentalità speculativa accentuata e, diciamocelo pure, non avevano distrazioni tipo Tale e Quale Show, Pizza Hero, Grande Fratello o l’Isola dei Famosi, così passavano amenamente il tempo disquisendo di Filosofia. Lì per lì sembra cosa assolutamente indigesta ma a pensarci è cosa semplice è bella, il termine significa “amore per la sapienza”.

La filosofia in un certo senso è l’antesignana del metodo scientifico, era il metodo usato per rispondere ad qualsiasi domanda, facendo uso di semplici intuizioni.

Nella scienza senza un confronto in laboratorio non c’è la minima prova concreta di una nuova scoperta. La fotografia può considerarsi una scienza esatta? Forse, ma limitatamente alla tecnica. Sì ma cos’è la tecnica?

La parola deriva dal greco “τέχνη”, fa riferimento al “saper fare”, ossia alla capacità pratica di operare per raggiungere un dato scopo, basata sulla conoscenza ed esperienza del modo in cui è possibile raggiungerlo. (cit. wiktionary.org).

 

© Ansel Adams. The_Tetons_and_the_Snake_River

 

Indubbiamente nella fotografia c’è assai di scientifico. La relazione tempi, diaframmi, sensibilità della pellicola è cosa razionale ed utile per avere risultati ripetibili. Per il resto ci si affida molto al saper fare, alla tecnica intesa in modo assai vicino a come la intendevano i greci. Anche il modo di esposimetrare è aleatorio, si usa uno strumento e si interpreta a piacere la misurazione che fornisce. Tutto dipende in fin dei conti dal risultato finale che si desidera ottenere. La Chiesa di culto Zone System, per esempio, predica le metodologie seguite da Ansel Adams, ciò può portare a una estesissima gamma tonale, benissimo, bellissimo?

Beh se Mario Giacomelli avesse adottato lo Zone System avremmo probabilmente un grandissimo fotografo in meno. Chi non appartiene a Chiese fotograficamente monoteiste riesce a ottenere risultati replicabili, seguendo makumbe e metodi più o meno personali. Ciò avviene indifferentemente, sia praticando la cosi detta fotografia analogica che quella digitale.

 

© Mario Giacomelli. Aa “Presa di coscienza sulla natura 1977-2000. Campagna marchigiana. Courtesy Archivio Mario Giacomelli. Senigallia.

 

Tuttavia accanto all’aspetto tecnico, conseguenza di uno modo di ‘saper fare’, c’è un risultato finale che può essere una immagine non ‘fisica’ , visibile solo a monitor oppure una fotografia scritta su un supporto che possa in ogni momento essere osservato, senza dovere accendere uno strumento.

Una fotografia ‘fisica’ che si può non solo vedere ma anche annusare, toccare. E se è stata scritta dal fotografo un osservatore la legge. Può naturalmente essere letta anche se non viene scritta direttamente su un supporto ma viene osservata solo grazie a un monitor, pur perdendo le caratteristiche fisiche.

Se uno scrive e un altra persona legge, si instaura una comunicazione, ma assimilare una comunicazione tout court a a un linguaggio non è agevole e forse è anche fuorviante. In parte una fotografia viene codificata per venire decodificata. A volte il fotografo ama essere attento burattinaio e condurre da dietro le quinte l’osservatore ad interpretare una fotografia in un modo preciso, specifico, vuole mostrare una determinata cosa o situazione esattamente in un ambito, altre volte preferisce non influenzare l’osservatore, lasciarlo alla libera interpretazione.

Che è sempre anche emozionale e spesso assai soggettiva. Una stessa fotografia può determinare in osservatori reazioni emotive anche opposte… tristezza, allegria, molto altro. Le teorie della Gestalt, in continua evoluzione, possono anche cercare di analizzare il modo di costruire una immagine affinché sia interpretata in un voluto modo, non in un altro. Ciò per esempio in campo di fotografia pubblicitaria può essere importante.

Una foto idonea a reclamizzare un prodotto deve essere concepita in modo che chi osserva la fotografia percepisca un prodotto come interessante ed appetibile e di conseguenza lo acquisti. Ovvio che l’ambito culturale e sociale ha una importanza enorme. Se mostri una fotografia di un computer a un aborigeno magari la trova poco interessante. La foto di una banana, se dove vive l’aborigeno ce ne sono, potrà magari interessarlo di più. Di conseguenza la“psicologia della visione” comporta studi assai ramificati e complessi.

Poi c’è l’aspetto semantico della fotografia, che cerca di analizzare il linguaggio della fotografia. In particolare la semiotica (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa “segno”) è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso (significazione). Quindi si interessa non tanto prettamente verbale, che è campo della semiologia, quanto anche di linguaggi visivi, ammesso che possano essere considerati linguaggi.

Considerato che il segno è in generale qualcosa che rinvia a qualcos’altro (per i filosofi medievali aliquid stat pro aliquo), possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione. Per significazione infatti si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos’altro di assente (la luce rossa del semaforo significa “stop”). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso e quindi il “segno” della luce rossa accesa, comunica all’autista di arrestare l’auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene a essere presupposto dai concreti processi di comunicazione. (cit. wikipedia).

Significato e significante, sono termini che ricorrono assai spesso.

In linguistica con significante si indica il piano dell’espressione, correlato al significato, o piano del contenuto, all’interno di un segno. Il significante è la forma, che rinvia a un contenuto. L’unione di forma e contenuto, la relazione fra significante e significato, definisce il segno, secondo le enunciazioni di Ferdinand de Saussure.

Sì sì, indubbiamente tutto ciò è interessantissimo, profondo, colto, giusto e quant’altro, ma quando leggo “significato” e “significante” mi si intrecciano i pochi neuroni. Ma possibile che debba essere così difficile fare una fotografia?

 

Aristotele. Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.

 

E allora la mente mi torna alle disquisizioni filosofiche di Aristotele e altri a proposito della forma, perché in fondo la fotografia è una forma anche se piatta, ma del resto ormai lo sappiamo tutti, anche la terra è piatta. .
In filosofia il termine forma è solitamente contrapposto a materia o contenuto.

Il concetto risale alla filosofia greca antica che usa i termini μορφή (morphé, forma sensibile), σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta), είδος (èidos, forma intelligibile). Oh ma così mi è più comprensibile.
FORMA, CONTENUTO.

Una forma adatta a evidenziare al meglio un contenuto. Poi certo c’è assai da disquisire su quale sia la forma piùidonea a evidenziare un contenuto, ma almeno si usano termini più accessibili.

Però mi assale anche un dubbio. Ma Nadar, che fu un fotografo eccezionale, geniale, creativo, consapevole, aveva letto tutte queste cose per diventare così bravo?

E come mai di Umberto Eco, che è stato il massimo dei tuttologi, non si è mai vista una fotografia da lui prodotta. Non è che questa gente, per altro competentissima e profonda, rischia di farci passare la voglia e il piacere di fotografare? Sono letture indubbiamente interessanti, spesso non facili. Se posso consigliare un libro, sintetico, esaustivo, profondo, praticamente comprensivo di ogni sfaccettatura teorica/concettuale interessante in ambito fotografico, esclusa naturalmente la tecnica, me ne viene in mente solo uno:  “Come vedo l’immagine” di Gabriele Chiesa.

 

Gabriele Chiesa. Come vedo l’immagine.

 

Di se stesso dice: “ho sempre cercato di non essere un semplice professore.

Ho smesso di fare l’insegnante ma non di sforzarmi di essere un educatore.

Parlando recentemente con l’autore mi ha detto che sta preparando una seconda edizione ampliata del suo libro, con argomenti che ritiene im portanti”

Questo è quanto, però “in cauda venenum”, l’approfondimento di questi argomenti, indubbiamente concettualmente interessanti, ottimo bagaglio culturale… serve a fotografare “meglio”, in modo più consapevole, ecc.

Direi di no.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Mario Giacomelli. Fotografia Italiana. Courtesy Archivio Mario Giacomelli. Senigallia.

 

 

5 Comments

  1. Giovanna Zorzenon

    Se allontanarsi volesse dire sganciarsi : sganciarsi dalle buone regole scolastiche – non come si schiaccia il pulsante – ma, che so, sovraesposto no, sottoesposto no, sfocato guai…regola dei terzi sì… Insomma, forse i geniacci capito come funziona la fotocamera, han messo la testa in un secchio d’acqua gelata, si son squassati e poi via con il loro scatto..: The Tetons and the Snake River (Adams). E’ difficile essere geniacci e non sentirsi matti; meno male che esistono ancora tanti matti anche se, purtroppo, rari geniacci.

  2. Giorgio Rossi Post author

    Giovanna Zorzenon , sulle regole ho già scritto varie cosucce in passato qui su Sensei, basta cercare tra i miei articoli. ognuno deve trovare un equilibrio personale riguardo tecnica e regole, ma allo stesso tempo deve considerare anche l’osservatore, e non è facile. Molti pensano che cercare un “dialogo” con l’osservatore significhi rinunciare a parte di se stessi come “artisti” ma non è così, una comunicazione deve esserci.

  3. Giovanna Zorzenon

    “dialogo” bella parola, mille modi per usarla…pensa solo ad una coppia, ma a parte ciò “dialogo con il fruitore”, ma anche solo “l’altro/a” è forse la causa di veri e propri drammi, ma credo che non possa esserci sempre o comunque. Ho spesso chiesto a chi guardava un mio lavoro (ho prodotto opere con materiali vari), cosa gli veniva in mente e quando la risposta non era “boooh”, mi andava bene qualsiasi fosse: qualche cosa era arrivato. Davanti ad un inamovibile “booooh”, credo che che il problema non sia mio.
    Cercherò gli articoli, grazie.

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