Mamma Fotografia, Addio

MAMMA FOTOGRAFIA, ADDIO (cit. Remo Remotti) 

Di Giorgio Rossi.

 

Remo Remotti è stato uno spiritaccio simpatico, veracemente Romano, artista, attore, e molto altro.

Ha scritto “MAMMA ROMA, ADDIO ”, un “ve spiego in tre parole, perché sono andato via da Roma nel ’51”.

Un testo bellissimo, intenso. Amore e odio per Roma, la sua città.

 

Non so se sia capitato anche a voi di provare una sorta di amore/odio per la fotografia, beh a me è successo, ed ispirandomi a quanto scritto da Remotti ho scritto…

 

“E me ne vado da questa fotografia puttanona di street, evocativa.

Me ne vado da questa fotografia del luogo, del non luogo, dell’abbandonato e del ritrovato. dell’urbex e orbex. Del lungo la strada col guardrail, del viaggio non mi ricordo né dove né perché.

Me ne vado da questa fotografia del “volemose bene e annamo avanti” (ma se mi pesti i calli me te magno).

Me ne vado da questa fotografia dei 4 passi e 4 scatti insieme, vedemose in centro. Da questa fotografia del meraviglioso tramonto sul mare. Del tramonto ovunque purché infuocato, dei bianchi bruciati, del neri chiusi, dei neri e dei barboni che non si fotografano perché non sta bene. Del mare in inverno, del metto la sveglia per fotografare l’alba con i filtri ND, del guarda che alba e tramonto sono la stessa vista da punti di vista diversi, tanto vale dormire.

Me ne vado da questa fotografia dell’acqua setosa, dell’acqua panna, dell’acqua gassata, del tuffarsi in un watermark, del faccio il caffè.

Me ne vado da questa fotografia del mi garba così, fatta di pancia, del guardo la della gnocca.

Me ne vado da questa fotografia di api nei fiori, di frutta e verdura, di polipi sbattuti al mercato del pesce, di pulpiti, di palpiti. Del significato insignificante, del particolare, dell’originale, del peccato…avresti potuto, del se, del ma, del qua, del là, dello sfuocato, del Helios swirly bokeh, del pensiero impreciso.

Me ne vado da questa fotografia del mi manca l’ispirazione, del prova a cambiare fotocamera o leggi un bel libro e guarda che non te lo ha ordinato il medico.

Me ne vado da questa fotografia della nebbia, dell’albero solitario, della moltiplicazione delle rotoballe, dei pannelli solari e delle pale eoliche che o stanno ferme o girano, del sovraesposto Ghirresco, della Piana di Castelluccio infiorata, delle lenticchie dell’ultimo dell’anno, degli arrosticini, della birretta per non litigare come ruggenti leoni da tastiera. Del terremoto di Amatrice e dell’Amatriciana, con o senza aglio e cipolla. Del pietismo senza pietà. Del Colosseo rotondo o quadrato e di S. Pietro, con o senza neve. Dello zucchero filato e delle bolle di sapone.

Me ne vado da questa fotografia fatta di F. maiuscole, di f. minuscole, di non ci capisco niente e voglio continuare a non capirci niente, della beata ignoranza, di chi sei tu per giudicare, dei professori sul podio.

Me ne vado da questa fotografia liquida, da questa fotografia solida che bisogna sentirla, annusarla, toccarla.

Me ne vado da questa fotografia argentica e dalla fine art a spruzzi d’inchiostro certificati.

Me ne vado da questa fotografia del riprodurre o rappresentare, del documentare, del non voler dir nulla, del ripetersi all’infinito, perché tanto tutto è già stato fotografato, del comunque la faccio strana perché sono artista anche se non lo sa nessuno. Del come si fa, del basta leggere il libretto di istruzioni, del è meglio o è peggio? Dell’ è indifferente, del “gradite critiche e commenti”. Del non voglio commenti né critiche. Del logico, dell’analogico, dell’insensato, dell’insensibile, dello specchio, del mirino a telemetro. Del guardo al soggetto, del sì va bene ma lo sfondo?

Me ne vado da questa fotografia del ce l’ho più lungo, del selfie, della fullframe. Delle caldarroste, del gelato, del cielo da diluvio universale, dell’ effettaccio, dell’orizzonte dritto o storto. Delle linee cadenti, delle stelle filanti, delle mascherine a Venezia, della luna, del vorrei la luna, del vorrei la Leica. Del m’accontento dei like. Dell’ombrellone, della sedia a sdraio, dell’altalena. Del gioco, del faccio sul serio. Del nudo che non si può, del vestito mal abbinato,del gesto insensato. Del vorrei ma non posso.

Me ne vado da questa fotografia di manichini, di imbianchini, di la dipingo con Photoshop, la sviluppo con Lightroom, la faccio in jpeg, la faccio in raw, la faccio in gabinetto o nel metrò. Della tecnica e del tecnicismo. Del guarda che hai una macchia sul sensore, del è questione di sensibilità artistica, è una rondine non una macchia. Del dammi il portafoglio che te lo leggo.

Me ne vado da questa fotografia di rifletto e scatto, di riflesso in una pozzanghera. Di vetrine messe in vetrina. Di cartelloni pubblicitari e passanti ignari.

Me ne vado da questa fotografia religiosa, dell’entriamo in chiesa perché si sta freschi, del confessionale, dell’inginocchiatoio, della processione, dell’estrema unzione, della veglia funebre, del silenzio e della privacy.

Me ne vado da questa fotografia dell’andiamo tutti a Myanmar a vedere il pescatore sulla barchetta con la gamba alzata e la rete.

Me ne vado da questa fotografia del non voglio mandare un messaggio, del mandami un messaggio. Del paesaggio e del passaggio, delle candele accese, del cero, del non c’ero ma è come se ci fossi stato perché l’ho visto nella tua foto.

Me ne vado da questa fotografia del solo nero e solo bianco, dei turisti seduti sulla scala dei grigi, dell’io la vedrei a colori, del non la vedo affatto, dell’allegato non disponibile, dei preti, delle suore, dei poveri cristi, dei gattini, dei cani, dei cavalli, degli uccelli, delle pecorelle, delle pecorine.

Me ne vado da questa fotografia egocentrica, presenzialista, ripetitiva, fatta con lo stampino.

Me ne vado da questa fotografia del “ci sono anch’io!”, del “oh ma che dici a me?”.

Me ne vado da questa fotografia, bella o buona che sia.

MAMMA FOTOGRAFIA, ADDIO! …
AAAAHHHHH!!!
No, tranquilla è un colpo di sole, sì, sì, torno per pranzo, non ti preoccupare.”

 

Giorgio Rossi

Semplicemente Fotografare

 

©Giorgio Rossi. Dalla serie “La Cosa”, foto02, 1980.

2 Comments

  1. Giuseppe Papale Reply

    L’ho letto d’un fiato! trovandomi d’accordo! alla fine ci avevo quasi creduto, con non poco rammarico; ma dopo: tradimento! si ritorna all’esasperazione dello scatto.

  2. Giorgio Rossi Post author Reply

    Non so, Giuseppe Papale, come ho scritto a volte ci sembra tutto inutile in un mondo di fotografia che ripete se stesso all’infinito, e vorremmo uscirne, poi ci torniamo non possiamo farne a meno, e probabilmente è anche colpa nostra se non sappiamo aggiungere qualcosa di personale a questo mondo, se non sappiamo renderlo diverso. Quello che ho scritto è critica ma anche autocritica… però spero di non commettere tradimenti e di non tornare all’esasperazione dello scatto.

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