Sì bella città Roma vista con l’occhio del turista, bella anche per chi ci vive, intendiamoci, ma non sempre facile. A volte certe atmosfere, certe luci all’alba o al tramonto ci regalano momenti di una Roma d’incanto, altre volte ci fa soffrire. l’altra sera, giusto tornando da casa di Bruno Panieri, che al dopo cena sorseggiando un vin santo mi ha fatto omeggio del suo libro, un viaggio:

 

 

© Bruno Panieri. Ma che bella città.

 

Sul 628 attraversando tutta Roma, sembrava di essere in un carrozzone da circo. Sobbalzava sui sampietrini, strideva, vibrava, e dal finestrino vedevo scorrere e rimescolarsi la storia. Dal quartiere di Prati, epoca fascista, al Vaticano, al Barocco, all’antica Roma dei romani di Caracalla. Poi di nuovo San Giovanni in Laterano, basilica paleocristiana, abside databile al IV secolo, due facciate, quattro basiliche che crescono una sull’altra, sino ad arrivare al barocco di Borromini, alla nuova facciata principale di Alessandro Galilei, poi sempre sferragliando nella notte il bus ha attraversato la porta, il quartiere appio latino, del ventennio, finalmente sono sceso a Via Latina, forse la più antica via di Roma. Se si vuole avere un’idea delle contraddizioni di Roma, di come se le vive un romano, tocca immergersi nel testo di Remo Remotti, “Mamma Roma addio” un doloroso inno d’amore alla sua città, a Roma… ed è ancora poco, perché dai suoi tempi è cresciuta, è cambiata, probabilmente non è migliorata.

Già Roma… una estensione di circa 1.287,4 km2, Parigi 814,2km2 , Milano 405, 3. Però andiamo a osservare per esempio la densità metroviaria urbana per ogni 10 km. Roma 0,46km, Parigi 5,01km, Milano 2,71km. Vabbè ci sono anche i mezzi di superficie, certo, se hai bisogno di un bombardamento per eliminare i calcoli renali sono adattissimi.

 

 

Sta di fatto che per non poche ragioni, sulle quali è meglio sorvolare, Roma si è estesa a chiazze, in modo irregolare, magari “abbellita” da nuove chiese, da efficienti centri commerciali, che è ben indicato come arrivarci ma poi non riesci ad uscirne, non trovi la strada. Resa efficiente e moderna da luoghi di scambio e raccordo dove arrivano pullman da paesi vicini, magari anche da città lontane, dove come nel medioevo si sviluppano mercatini e bancherelle. Sta di fatto che un normalissimo romano come me, che abita nel quartiere Appio latino, non ha alcun motivo per andare chessò alla Romanina, a Casal Bertone, a Corviale, a Torbella, o altrove, e se lì ci sono centri commerciali, preferisce comprare su Amazon. Così per me, per altri, in certi nuovi quartieri potrebbero vivere da 10 anni i marziani senza che io ne sia a conoscenza. Tutti quei non piccoli brandelli di città sono stati sinora assai scarsamente documentati, soprattutto fotograficamente. Forse il motivo c’è e potrebbe anche essere politico, ma anche trasversale, al di là di ogni “passaggio politico”, poi in sostanza, perché far conoscere la nuova città quando ai turisti basta e avanza la vecchia?

Anche al fotografo due passi quattro scatti basta, tutt’al più raggiunge l’EUR che con i suoi bianchi e metafisici marmi ricorda de Chirico e lì qualche scatto si fa sempre volentieri.

Dunque cos’è “Ma che bella città”?

 

 

Non vuol essere fotografia d’architettura, reportage di paesaggio urbano, saggio sociale, meno che mai è un raccontare se stesso. Nulla della fotografia autoriale che si possa riallacciare a “Viaggio in Italia”. Se vogliamo in un certo senso è un “cogliere l’attimo”, dato che quello che succede in un momento, una certa luce, una certa atmosfera, un luogo, non sono episodi cercati per stupire, sono semplicemente stati colti come si presentavano.

Panieri non si vede, è dietro la fotocamera, dietro l’obiettivo, davanti c’è la città, viene inscritta in un’inquadratura. Più o meno come succedeva un tempo quando veniva commissionata una documentazione architettonica, doveva essere protagonista l’architettura non il fotografo. Si parla spesso di documentazione e rappresentazione come opposti inconciliabili, si considera la documentazione come una cartolina, magari ben riuscita. Però è attraverso le cartoline che abbiamo conosciuto l’Italia, il mondo.

Dunque solo una documentazione? No anche una rappresentazione, la scelta c’è sempre anche ove non appare. Però il risultato è quello. Un mio amico architetto del Comune di Roma, sfogliando il libro con vivo interesse: “che tristezza… quante occasioni perdute… quanta mondezza!” nessun dubbio che la realtà sia tale, la fotografia è la realtà.

Bruno nelle note che commentano e approfondiscono ogni capitolo del libro, non esprime un parere personale, documenta fotograficamente la crescita, lo sviluppo della città. Il suo lavoro, come mi ha detto: “è cominciato alla fine del 2016, con i centri commerciali per poi affinarsi nel tempo con la necessità di trovare temi “seriali” che mi dessero da un lato l’opportunità di girare per la città, dall’altro di poter raccontare da un certo punto di vista. Si è composto sul web nella sua forma attuale soltanto nel 2019 ed è attualmente ancora in corso, per il completamento dei capitoli attuali.”

 

 

Al principio ho parlato dell’estensione di Roma per fare comprendere l’ampiezza del progetto di Panieri, affrontato con metodologia precisa, senza improvvisazioni se non in qualche scatto.

Un progetto orizzontale, a tappeto, area per area, un progetto verticale, per tematiche, in sette capitoli : Cento Piazze, Intorno al GRA, (con l’immancabile citazione di Guzzanti/Venditti) Nodi Intermodali, Around Shopping malls, La città del Papa, La città produttiva, Residenzialità precaria.

A ricomporre una scacchiera, che tuttavia è solo immaginaria, illusoria. Una città sviluppatasi in modo caotico, alla quale la fotografia restituisce una visione d’insieme, cercando di trovare un senso che forse non c’è o forse c’è ma è nascosto.

“È incredibile come Roma somigli ad una macchia d’inchiostro!”

 

 

© Bruno Panieri. Ma che bella città.

 

Una metodologia progettuale che può essere esportata, ovviamente adattandola, per raccontare i margini, l’evoluzione di altre città.

Quindi per me un lavoro destinato a essere seminale, sempre che si intenda raccogliere e diffonderne i semi, comunque a rimanere.

Se vogliamo una sorta di “Guida turistica di Roma del terzo millennio” utile a non perdersi a non vagare senza meta.

Utile non solo agli specialisti fotografi, ma anche a chi si occupa di architettura, urbanistica, sociologia e di tanto altro.

 

 

La periferia vista nei suoi molteplici aspetti infrastrutturali e sociali, è l’argomento centrale delle sue riflessioni”, citando dall’introduzione dell’architetto Giancarlo Priori, professore di Composizione Architettonica e Urbana presso la facoltà di Architettura di Napoli, Federico II,

Il libro “Ma che bella città” è reperibile presso l’autore, inviando un messaggio attraverso il sito ove si trova si trova molto di più, a pubblicare tutte le foto sarebbe stata necessaria la Treccani.

Tuttavia, anche perché i testi a corredo sono di notevole importanza e poco pratici da leggere a monitor, consiglio il libro.

Oltretutto comodamente seduti potete scorrerlo avanti e indietro, ritornare su argomenti, confrontarli.

 

© Bruno Panieri. Ma che bella città.

 

Capisco che si possa pensare che è un libro interessante solo per chi vive a Roma e desideri esplorarne e conoscere le periferie, ma secondo me l’interesse al libro non si esaurisce a questo aspetto. Interessante è, oltre il nesso continuo col sito, l’impaginazione. Semplice ma efficace, con rimandi visivi diretti. Pubblicando foto attinenti una stessa tematica, riprese in varie aree cittadine, sulla stessa pagina. Quattro alla volta, le immagini più emblematiche e d’impatto stampate più grandi, fronte a fronte su due pagine. Interessante la post-produzione leggerissima.

Lascia i colori come erano, realistici, non esili e sublimati in modo autoriale. Foto con colorini slavati e sovraesposti per me vanno bene per un progetto con 10/15 foto in esposizione. Oppure per un progetto su un area urbana o extraurbana non molto estesa, o per segnare una unità di tempo delle riprese limitata magari a una stagione, o un’ora precisa del giorno.

Non è pensabile che in un progetto durato anni il fotografo abbia sempre trovato identiche situazioni atmosferiche. Farlo renderebbe il libro piatto, monotono. Anche la localizzazione delle riprese è importante. Spesso leggo titoli tipo: “Scurcola Marsicana” oppure “Teramo” e nella foto è rappresentata una rotonda di una qualche periferia di notte, che potrebbe essere ovunque.

Quando il progetto è ampio e vuole indicare o testimoniare qualcosa, deve essere anche adeguatamente circostanziato anche se per brevità in questo articolo i titoli non sono precisi.

Una buona bibliografia per chi volesse approfondire è assai utile.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error: Alert: Contenuto protetto!