Lo Zen e la triste attitudine a mancare il bersaglio

Uno notissimo aforisma di HCB recita: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”.

OK lo conoscono tutti e tutti ci provano, come me, sbagliando il più delle volte.

Dove si può imparare a non mancare il bersaglio? Cosa vuol dire non mancare il bersaglio? Vuol dire, penso, non solo cogliere quello che desideriamo cogliere, ma anche farlo arrivare a un osservatore.

Cartier Bresson diceva che il miglior libro di fotografia che aveva letto era “Lo zen e il tiro con l’arco”.

Tale libro pare abbia avuto un ruolo decisivo nella concezione di fotografia di HCB, o almeno così ci ha lasciato scritto, forse per complicarci la vita. Dunque un libro che non parla di fotografia può essere utile per parlare di fotografia o fotografare?

 

© Giorgio Rossi

 

Penso di sì anche perché libri e siti web che parlano di tecnica, dalla più semplice alla più complessa ce ne sono anche troppi. Egualmente molti sono i saggi “sulla fotografia” su “La camera chiara” e altri ancora. Però parlano di fotografia, entrano a volte troppo concettualmente nell’argomento. Certo interessanti ma c’è il rischio di perdercisi dentro. Ho sempre pensato che per immergersi nella fotografia occorrano letture diverse, e anche musica, possono essere entrambi spunto di riflessione ed ispirazione. Dunque tiro con l’arco e fotografia? Dove sta il nesso?

Il punto di contatto tra tiro con l’arco e fotografia sta nel fatto che entrambe queste “arti” prevedono un’interazione col mondo. Un mondo che – come spiega Cartier-Bresson –  si organizza in un “istante decisivo”: dal caos, ad un ordine significativo ed estetico”, trovo scritto.

Henry Cartier Bresson. GREECE. Cyclades. Island of Siphnos. 1961.

 

Però quando l’autore dell’articolo scrive:  “Da quando ho abbracciato la fotografia analogica e i tempi più lenti che essa impone, anche io – nel mio piccolo – sperimento qualcosa di simile quando scatto. Quando sono di fronte al soggetto, sono talmente concentrato che spesso non mi accorgo di cosa mi succede intorno. E’ una sorta di isolamento totale” non sono molto d’accordo.

Sì lo so bene, molti affermano che “solo una sana e consapevole libidine analogica  salva il giovane fotografo dallo stress e dall’impulsività del digitale”.  Tuttavia penso che sia un atteggiamento mentale/operativo che bisogna raggiungere, indipendentemente dallo scattare in analogico o in digitale. Anche se è ammissibile che lo scattare in analogico detti il tempo e il modo, però forse è un’affermazione di chi ha trovato un proprio equilibrio nell’analogico provenendo dal digitale.

Sono ancor meno d’accordo quando l’autore scrive:  “Quando sono di fronte al soggetto, sono talmente concentrato che spesso non mi accorgo di cosa mi succede intorno. E’ una sorta di isolamento totale”. Mai essere talmente concentrati dal perdere di vista quello che accade attorno, mai isolarsi. Fotografare è un costante rapporto tra il sé e il fuori, c’è un rapporto stretto con un qualcosa che da oggetto in un click diventa soggetto, ma è un flusso del quale fa parte tutto ciò che è intorno all’oggetto, che diventerà sfondo assolutamente indispensabile, complementare a ciò che diventerà soggetto. Quindi posso capire concentrazione ma non isolamento dalla realtà nel suo totale.

 

© Giorgio Rossi

 

Lo Zen non è una filosofia o di una religione, non è nemmeno una tecnica specifica per raggiungere un risultato, se mai Zen può essere una forma mentale, uno stato dello spirito che dipende dalla nostra intuizione e attenzione. Dovrebbe indicarci la via per raggiungere il nostro vero Io (almeno così dicono ma non capisco bene cosa sia questo Io), dovrebbe aiutarci a percepire profondamente il presente, il “qui e ora”, distaccandoci da distrazioni inutili. Per arrivare a cogliere l’essenza,  a compenetrarci nella realtà. In un certo senso tutta la fotografia è Zen. La fotografia non conosce né il passato né il futuro, vive solo del presente, di un presente stranissimo che esiste solo al momento dello scatto, dopo un attimo è diventato passato. Eppure ci può essere una sorta di preveggenza almeno per quanto riguarda il futuro semplice, sta nell’ordine delle cose, tutto scorre, è normale, basta prestare attenzione a quanto ci scorre attorno.

Esempio: due persone stanno una su un lato una sull’altro della strada, stanno per attraversarla, di conseguenza con tutta probabilità si incroceranno. In che punto del loro tragitto? Dipende dalla loro velocità nel passeggiare. Ora però non andiamo a scomodare Galileo Galilei. Starà a noi scegliere il momento per scattare, potrebbe essere prima del loro incrociarsi, nell’esatto istante, o anche dopo. Metti che una delle due persone che attraversano la strada sia una piacevolissima ragazza in hot pants e l’altro sia un ragazzo ma potrebbe anche essere un vecchietto come me, con tanti ricordi. Potrebbe accadere che dopo essersi incrociati lei tiri dritto senza accorgersi di nulla e invece lui si volti in dietro per osservarla ancora un momento in quel suo bell’incedere. Beh anche senza essere dei veggenti possiamo ipotizzare che qualcosa accada e scattare nel momento più opportuno.

 

Henry Cartier Bresson. Dorgali. 1962

 

Cogliere l’attimo fuggente non vale solo per la fotografia di steet o umanista anche se è fondamentale in tali generi  di fotografia. Tutto si muove anche se sembra stare fermo, la luce cambia in u n attimo basta che passi una nuvola veloce mentre si riprende un paesaggio, anche la luce che penetra da una finestra cambia in pochi minuti.

“Essere zen” almeno per la nostra cultura vuol dire di essere rilassati e tranquilli. Una sorta di “meditazione”, intesa come “stato di attenta consapevolezza”. È una sorta di  invito ad astrarci da quello che conosciamo anche troppo bene, per  cercare di vederlo in un’altra prospettiva, nella quale non esiste solo come oggetto estremo e noi non esistiamo più come individui separati, siamo entrambi parte di qualcosa di più grande che in qualche modo ci unisce.

 

© Giorgio Rossi

 

Gli arcieri Zen dicono: “Un colpo – una vita”. In un tale colpo, arco, freccia, bersaglio e Io si intrecciano in modo che non è possibile separarli: la freccia scoccata mette in gioco tutta la vita dell’arciere e il bersaglio da colpire è  in realtà l’arciere stesso.

Detta così pare di buttarla sul pericoloso se non sul tragico! Tuttavia un poco vero è, il paragone tra arciere e fotografo può reggere. Se il fotografo presta tutta la sua attenzione non ha nemmeno bisogno di guardare nel mirino, può lo stesso cogliere quello che desidera cogliere, senza nessun tramite, senza frame, senza il mirino  che separa  il fotografo dall’oggetto/soggetto. Dopo tutto le prime Lieca di Bresson avevano un mirino assai scarso. La Leica III aveva il mirino per regolare col telemetro la messa a fuoco separato da quello per inquadrare anche se erano vicinissimi, però Bresson con tutta probabilità sapeva benissimo quello che stava inquadrando, il suo occhio era  un tutt’uno con l’oggetto/soggetto. Non è poi così difficile farlo, basta un poco di esperienza, provare, provare provare.

 

“Assumi un atteggiamento di uno studente, non sentirti mai troppo importante per porre domande, non pensare mai di saperne abbastanza da non poter imparare qualcosa di nuovo.”

(Og Mandino)

 

Poi ci sarebbe anche altro, bisognerebbe parlare di tempo,  di yin e yang, in fotografia.  Lo farò forse una prossima volta, questa sera devo scegliere quale corso frequentare on-line, scelta difficile tra un corso per guru e uno per monaco buddista.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

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© Giorgio Rossi

 

 

 

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