Lo STUDIUM: Essere o apparire?

Nel precedente articolo mi ero soffermato sul “punctum”, bellissima scoperta di R. Barthes, ripromettendomi di tornare sull’argomento “studium”, interessante per me quanto a volte un poco trascurato. Mi sembra opportuno tornare a ricordare che Barthes parla sempre di fotografia come “spectator”, osservatore. Il fotografo invece è autore, ma può mettersi dall’altra parte, diventare osservatore obiettivo del proprio lavoro.

Non è facile, come si dice a Napoli “Ogni scarrafone è bello a mamma soja”, eppure è indispensabile per il fotografo, essere estraneo da sé, come un qualsiasi altro spettatore, per tentare di verificare se il lavoro che ha fatto è fatto bene, ha raggiunto il suo scopo. Una fotografia è buona quando raggiunge uno scopo prefissato. Il raggiungimento di uno scopo può essere verificato forse in qualche modo quantificato, comunque analizzato.

 

© Giorgio Rossi

 

Se una fotografia è stata fatta per vendere un oggetto e si verifica che le vendite di quell’oggetto, grazie alla quella fotografia, sono aumentate, allora la fotografia è buona. Può anche essere bella, ma è tutt’altro discorso, l’oggettivamente bello non so se esista e in fondo non mi interessa più di tanto saperlo. Se devo vivere di fotografia, vendendola è necessario che raggiunga lo scopo desiderato non solo da me, sopratutto dal committente.

Dunque lo studium, per Barthes è il contenuto della foto, gli elementi che la compongono. Lo studium è l’aspetto razionale, studiato, di una fotografia, permette di trasmettere un qualcosa all’osservatore.

Non mi piace parlare di messaggio, non è che tutte le fotografie debbano avere chissà quale messaggio. È una sorta di dito puntato, un “guarda qui!” Se l’osservatore recepisce, coglie, o si interessa almeno un poco a quello che sto cercando di mostrargli bon, bene così. La fotografia è una sorta di linguaggio, codificato, in attesa di decodifica da parte del fruitore. Permette di comunicare un qualcosa, ma non è un linguaggio universale, come del resto nessun linguaggio lo è.

 

© Giorgio Rossi

 

Può essere un linguaggio ben condiviso se autore e fruitore appartengono allo stesso ambito socioculturale. Solo soggetti veramente base possono essere condivisi in ambienti socioculturali assai diversi. Se mostro la fotografia di una banana a un qualcuno in India, in Africa, nelle Canarie o in America del Sud, probabilmente, anche se non ha alcuna laurea all’università capirà cosa gli mostro. Se invece si tratta della foto di un diodo potrebbe pensare che si tratta di un oggettino carino, utile a fare collane.

Una lingua si basa su grammatica e parole, queste ultime si riferiscono a concetti. Sono espresse attraverso segni. Se dico “cane” in italiano in altre lingue lo diranno in modo diverso ma alla fin fine ci si intende, si esprime un concetto condiviso o condivisibile . Non posso fotografare “ un cane”, fotografo sempre “quel cane” assai specifico, magari un pastore tedesco e non un bulldog. Per lo più si fotografano oggetti, non concetti. L’oggetto banana può essere facilmente letto anche come concetto, l’oggetto diodo meno.

A Barthes, come osservatore e fruitore, dello studium che può essere insito in una fotografia, non gli importa poi molto, è solo un ipotetico “punctum” ad colpirlo, anche se è attraverso uno studium che si interessa a molte fotografie. Lo studium c’è in chi esegue la foto, c’è anche in chi cerca di capirla o recepirla.

“Purtroppo, sotto il mio sguardo, molte foto sono inerti. Ma anche fra quelle che ai miei occhi hanno una qualche esistenza, la maggior parte non suscita in me che un interesse generico, e, se così si può dire, educato: in esse non vi è alcun punctum: esse mi piacciono o non mi piacciono senza pungermi.”

Sì vabbè ma ci lascia nella melma come fotografi. Nelle nostre fotografie non possiamo metter un punctum perché solo lo spettatore può rilevare un suo punctum personale e del tutto soggettivo. Se ci mettiamo il nostro studium non va bene comunque, gli suscitano solo un interessa generico.

Cerco di capire cosa per me, forse solo per me, può essere studium.

 

© Giorgio Rossi

 

Da un lato a livello di base, potrebbe essere la tecnica.

Si sente spesso dire “impara l’arte e mettila da parte”. Il che nel linguaggio dei fotografi viene spesso tradotto in “impara la tecnica e dimenticala”.

Arte (ars, del latino) è il corrispondente del greco “τέχνη”, da cui l’italiano tecnica: anzitutto dunque una “metodologia atta a risolvere praticamente delle questioni”. Quindi arte e tecnica possono essere intese come la stessa cosa. Fare a regola d’arte è conoscere e seguire la tecnica opportuna. È sul mettere da parte, che viene tradotto spesso come dimenticare, che non sono d’accordo.

Mettere da parte non significa dimenticare, significa riporre qualcosa, dove sappiamo di poterla ritrovare se ci servisse. Le cosine tecniche le mettiamo nel cassetto della memoria, sperando di riuscire a ricordarcene ove ce ne fosse bisogno. Alcune cosine tecniche dovrebbero saltare fuori quasi automaticamente, senza nemmeno stare su a pensarci. Altrimenti ci deconcentriamo dallo scatto.

 

© Richard Avedon. Marian Anderson

 

Ora certe cosine tecniche diventano sempre più appannaggio della fotocamera, le sceglie da sola. Magari il risultato sarà standard, ma non del tutto sbagliato. Del resto ormai ci siamo abituati al cambio automatico nelle automobili. Prima il cambiare marcia presupponeva una piccola serie di movimenti fatti in giusta sequenza con la mano destra, con i piedi, senza nemmeno pensarci. La stessa cosa dovrebbe avvenire usando una fotocamera.

Piccole importantissime scelte di base come la scelta sensibilità, diaframma, tempo di scatto, in relazione alla scena che desideriamo fotografare dovrebbero venirci automaticamente e istantaneamente senza starci a pensare.

Ok, scelte di base, ma più tecnica conosciamo meglio è, ci aiuterà a tirarci dall’impaccio in ogni situazione. Poi vabbè c’è chi dice che le foto si fanno col cuore o peggio ancora di pancia e demanda ogni scelta alla sua point and shoot, che magari poverina ha un solo tempo di scatto e non ha alcuna messa a fuoco.

C’è anche un altro studium, anzi ce ne sono molti assai, come strati che si sovrappongono dall’esterno all’interno o viceversa.

Penso all’approfondimento culturale di civiltà/società diverse dalla nostra per imparare se possibile a rispettarle, prima di lanciarci allo sbaraglio in un reportage.

Ma penso anche, concretamente, allo studio della composizione e inquadratura.

 

© Robert Frank

 

Il cosi detto “messaggio” di cui sopra deve arrivare fluidamente, come deve essere fluida la scelta tecnica di base prima di scattare. Essere o apparire?

“Essere è l’identità della persona, la sua intima natura, ciò che si è; apparire è il mettersi in vista, avere l’apparenza, sembrare ma anche mostrarsi. … Viviamo, quindi, in una società in cui conta più l’apparire rispetto all’essere, o dove l’essere coincide con l’apparire?”…

penso, ma è una mia libera interpretazione, che una parte del poco interesse di Barhes per molte foto gli derivasse dal rilevare che appaiono più di quello che sono. Insomma si vede assi bene che sono costruite, studiate.

Penso per esempio a molte foto di modelle. Le ragazze sono carine, vestite bene, ok, le luci sono posizionate più o meno correttamente, ok, tutto bene? Per niente, la modella si vede benissimo che non è spontanea, che non sa cosa fare delle mani, che il corpo è in una posizione innaturale.. insomma nulla è credibile. Non c’è nulla in quella foto se non l’apparire, manca l’essere.

Stessa cosa per varie fotografie di paesaggio.

 

© Giorgio Rossi

 

Ormai da anni fili e cavi elettrici sono stati sdoganati, non sono più tabù. Anzi li cerchiamo per dare linee guida alla composizione, cosi come accade con il manto stradale. Però che chiulo, possibile mai che le linee di fuga principali di fili e strade conducano con assoluta precisione ai vertici angolari delle inquadratura?

E penso a certo reportage dove il fulcro di tutto è un soggetto, isolato da ogni elemento disturbante, sotto una precisissima luce, e mi appare in posa. E penso al pescatore di Myanmar rigorosamente con una gamba alzata appoggiata al remo e controbilanciata dalla nassa.

Uguale uguale a mille suoi parenti stretti. Non fanno altro nella vita?

È anche normale che ci sia uno studium dietro uno scatto, normale che le foto si costruiscano, nulla di male. Però forse mai più di oggi, nel vivere la nostra era di condivisione sui social, vogliamo apparire, vogliamo piacere.

Per un pugno di like diventiamo ruffiani, esageriamo, uno scatto diventa stucchevole miele millefiori, non miele di castagno, col retrogusto amaro.

 

© Richard Avedon

 

Ed allora, all’opposto, penso a certi tagli nei ritratti di Avedon, che non sapremmo fare e pur sono normali, credibili, non appaiono. Non cercano di piacere, di stupire con un “famole strane”, sono e basta.

E penso ancora alle fotografie di Robert Frank, mai chiuse in se stesse, la vita oltre l’inquadratura pulsa.

E non posso non pensare al famoso bacio di Doisneau, che è una foto costruita lo sappiamo ma quell’uomo di spalle a sinistra, quel passante in impermeabile con mezzo cappello a destra, woow.

Ed allora capisco che aveva assolutamente ragione Barthes.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

© Robert Doisneau

 

 

 

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