Landscape o Portrait nella fotografia di paesaggio

Ho avuto molte fotocamere e letto con attenzione i loro libretti di istruzioni. Passano gli anni e diventano sempre più corposi, le moderne fotocamere hanno sempre più funzioni. Ci credereste? In nessun libretto è menzionato il fatto che la macchina fotografica permette di inquadrare sia in orizzontale che in verticale, ed è già cosa di una certa rilevanza…. ma non finisce qui. È possibile anche scattare in entrambe le posizioni e, pare assurdo, se inquadrate e scattate in verticale la macchina non si danneggia minimamente. Provare per credere.

 

 

© Giorgio Rossi

 

No, non scherzo poi troppo. Le prime fotocamere a banco ottico venivano utilizzate su cavalletto. In genere il formato di ripresa era un poco quadratozzo, spesso 8×10 o 4×5, pollici (rapporto lati 1,25), che ci volete gli inglesi cercarono subito di dettar legge.

Un formato assai particolare, somiglia percettivamente abbastanza a formati di ripresa minori come l’attuale 6×4,5cm o in digitale il (micro) 4/3 (entrambi hanno un rapporto lati   di 1,33) in quelle storiche fotocamere in genere lo chassis veniva infilato dall’alto, e in questo caso la ripresa era verticale. Il dorso poteva anche essere ruotato sul lato, e in questo caso si facevano per lo più paesaggi.

Gli anglofoni sin dagli inizi chiamarono Landscape i paesaggi e venivano per lo più ripresi in orizzontale, chiamarono invece portrait, ritratto, le riprese verticali. Pragmatici e furbissimi.

 

Joseph Nicéphore Niépce. View from the Window at Le Gras (1822)

 

Joseph Nicéphore Niépce intorno al 1822, “Vista dalla finestra a Le Gras” scattò inquadrando in landscape, circa 8 ore di esposizione … e sua moglie a gridargli “eddai che famo notte, lassa perde’ che fai prima a dipingerlo!”

 

Il laboratorio di H. F. Talbot

 

Tuttavia i fotografi non si diedero per vinti, già qualche decina di anni dopo William Henry Fox Talbot aveva capito che la divertente faccenda magari avrebbe potuto anche diventare redditizia. Si fece uno stupendo ritratto davanti al suo laboratorio, in multi- esposizione, inquadrando in landscape. Per la serie “ non ci siamo inventati niente”.

David Octavius Hill. Robert Adamson. (1843 ca)

 

Interessantissima l’opera di David Octavius Hill.

Aveva già capito che per la fotografia d’architettura di chiese assai alte era comodo usare inquadrare in portrait, non disdegnava il landscape in gruppi ambientati, magari per foto di street.

 

David Octavius Hill. Masons working on a carved Griffin for the Scott Monument (1844 ca)

 

Va sottolineato che per il formato di ripresa di quelle fotocamere inquadrare in landscape o portrait non faceva una gran differenza dal punto di vista della composizione.

Il formato pellicola a rullo negli anni tra il 1910 e 20 era già notevolmente diffuso, venne creato il formato di ripresa 6×6 che esigeva un altro modo di comporre l’inquadratura ma almeno evitava di dover girare la fotocamera tra riprese orizzontali e verticali, ne ho parlato in passato.

 

© Giorgio Rossi

 

Intorno al 1911 nasce la Leica.

Adotta per la ripresa della pellicola cinematografica, scorre orizzontalmente, ciò permette di avere un fotogramma orizzontale di misura 24x36mm circa, assai maggiore come superficie di quello cinematografico che adotta lo scorrimento verticale della pellicola e determina un fotogramma 18×24 che ha un rapporto lati di 1,33, uguale a quello dei monitor. Il formato 24×36 è davvero rivoluzionario, ha un rapporto lati di 1,5. Ora qualche decimale in più o in meno possono sembrare cosa ridicola ma la differenza percettiva del formato 24x36mm è abissale e necessita un modo diverso di comporre l’inquadratura. È praticamente fuori da ogni standard, anche le carte fotografiche sono lontane dalla proporzione dei lati del formato 24×36, la carta 40,6×30,5cm ha una proporzione lati di 1,3311, molto vicina ai monitor.

Questa faccenda del monitor non è poi così indifferente anche se i monitor 4/3 stanno scomparendo in favore di quelli panoramici. Sta di fatto che se facciamo una ripresa inquadrando verticale poi per vederla su un social bisogna girare la rotellina del mouse sino a percepire un crampo all’indice. Di conseguenza le riprese landscape dilagano non solo per i paesaggi, anche per i ritratti ambientati. Eh come cambiano le nostre abitudini anche fotografando, come siamo condizionati dai vari mezzi che usiamo e da quello di visualizzazione finale che è spesso il monitor.

 

© Giorgio Rossi

 

Conosco fotografi che scattano qualsiasi foto solo ed esclusivamente in orizzontale. Fortuna che c’è anche la stampa fisica, su carta, annusabile e palpabile, da appendere al muro in esposizione.

A proposito delle fotografie in verticale o orizzontale Michele Smargiassi ha scritto cose interessantissime dal punto di vista concettuale:

“Verticale: la foto ci sta davanti, in piedi, da pari a pari. La posizione eretta nell’uomo e negli animali è quella dell’attività, della caccia, della sfida. Una mostra di foto è un atto di affrontamento.

Orizzontale: l’osservatore sovrasta l’osservato. Quasi sempre seduti, posizione del riposo, dell’ozio, della cura materna. La lettura di una fotografia su un libro o una rivista è un atto di accudimento”… “Verticale fu allora il campo della lunga battaglia per il riconoscimento della fotografia come arte, verticale fu viceversa lo sdegno di Baudelaire quando vide le fotografie al Salon del 1859, e si scagliò sarcastico e sprezzante contro le pretese dell’“umilissima serva” che voleva farsi padrona dell’immaginario (a suo scorno: ci riuscì)…

È nella dimensione verticale insomma che la fotografia conquistò la sua dignità, bisogna riconoscerlo. Solo con l’avvento delle fotografie stampate sul libro e sul giornale il quadro si è complicato, e la dimensione orizzontale è diventata il territorio pubblico privilegiato, di massa, della fotografia, mentre quello verticale si è ritirato nella dimensione più elitaria del consumo culturale “esperto”.

 

© Lia Alessandrini

 

Occorre considerare che le riprese orizzontali di paesaggi sono forse quelle che ci vengono più naturali, spontanee, forse anche a causa della disposizione dei nostri occhi che tendono più a spaziare e indagare orizzontalmente la scena nel suo complesso.

La retina dei due occhi copre nell’insieme un angolo di campo di 160°in orizzontale e di 120° in verticale”.

 

 

Per queste ragioni, perché è normale e consolidato, risulta interessante evadere dalla consuetudine e sperimentare il paesaggio ripreso in verticale. Proprio per questo è più che mai interessante farlo nel formato 24x36mm. Già visivamente ci offre una percezione assai particolare. Se uno stesso rettangolo, vuoto, in formato 35mm, lo giriamo dalla posizione orizzontale a quella verticale abbiamo improvvisamente la percezione che sia assai più lungo in verticale. Le linee di forza, le fughe ci appaiono accelerate.

In una inquadratura orizzontale a prospettiva centrale lateralmente a destra e sinistra riesce ad entrare quello che vogliamo… però magari il vertice di una architettura viene tagliato fuori.

OK giriamo la fotocamera in verticale, ora l’architettura rientra tutta nell’inquadratura, però le fughe prospettiche da ambo i lati non ci soddisfano più. Torniamo con la fotocamera in posizione orizzontale, puntiamo un poco verso l’alto, ora l’architettura entra tutta nell’inquadratura, però i palazzi da ambo i lati ci crollano addosso. Vabbè chissene, famola strana!

 

© Giorgio Rossi

 

Forse sarebbe meglio farla semplicemente diversa ma plausibile. In sostanza passando da una inquadratura orizzontale a quella verticale l’inquadratura spesso andrebbe totalmente ripensata. Meglio fortemente asimmetrica, non a prospettiva centrale. Spesso la tanto famosa “creatività” sta nascosta in piccoli accorgimenti in ripresa, non in un filtro, non in un grandangolare da 8mm. Questo per paesaggio urbano ed architettura. Se ci immergiamo in un paesaggio più naturale allora per le riprese in verticale emergono altre considerazioni, per me importanti.

La fotocamera dovrebbe sempre e comunque essere tenuta in bolla, dorso pellicola ortogonale alla linea di terra. Ovvio che se ci sono ragioni espressive per non tenere la macchina in bolla, per avere una forte convergenza o divergenza delle linee cadenti, si può fare come si vuole. È la metà via, l’approssimazione a non andare bene. Un albero in una campagna è l’equivalente di un palazzo in città, le linee cadenti andrebbero evitate.
In città una ripresa landscape di una architettura può portare a tagliare la base dell’edifico. Orrendo.

Egualmente brutto è tagliare la base di un albero. Nelle riprese in verticale si inquadra molto più terra e molto più cielo. Dove inizia un paesaggio? Secondo me inizia davanti ai miei piedi o poco più in là e si estende sino all’infinito.
Inquadrando in orizzontale ovviamente un paesaggio inizia alcuni metri più lontano, dipende naturalmente anche dalla focale che stiamo utilizzando.

 

© Giorgio Rossi

 

Però la “qualità” di un paesaggio deriva dalla “qualità” dei primissimi piani inquadrati. All’infinito la nitidezza anche semplicemente per velo atmosferico, diminuisce sensibilmente. Un primo piano nitido e vicino conferisce profondità a tutta la scena. Ovviamente non si tratta solo di nitidezza, ci dovrebbe essere qualcosa di significativo in quel primissimo piano, non deve essere una landa desolata. Se si tratta di una inquadratura verticale, da quel piano inizia tutta una serie infinita di piani immagine sino all’infinito. Quindi è necessario sfruttare al massimo la profondità di campo, sfuocare il primissimo piano in fotografia di paesaggio è per lo più orrendo e senza senso.

Per aumentare la profondità di campo occorre chiudere il diaframma, anche a f. 22. La focale usata in ripresa ha una importanza notevole. Se adottate un fortissimo grandangolare il sasso in primo piano diventerà una montagna e il castello sul colle laggiù in fondo diventerà un puntolino. La falsatura delle proporzioni rischia di essere ridicola. Meglio limitarsi a un 28mm equivalente, al massimo un 24mm se si riesce a gestirlo bene e non è affatto facile.

 

© Jeanloup Sieff

 

Jeanloup Sieff riusciva a fare paesaggi assolutamente credibili ed avvincenti col 21 mm sulla Leica, era un mostro di bravura!

 

© Jeanloup Sieff

 

Se un qualcuno vi consiglia un 8mm per la fotografia di paesaggio e lo incontrate in 3D sparategli senza farvi problemi, se lo conoscete solo in un social bannatelo. Tutto qui? Beh insomma, no. Anche la linea dell’orizzonte ha una sua importanza.

La linea dell’orizzonte centrale determina una percezione di calma, è assolutamente neutrale. Se la linea dell’orizzonte è alta, di conseguenza viene inquadrata molta terra, la percezione è di schiacciamento, forse oppressione. Se invece la linea dell’orizzonte è bassa sarà inquadrato molto più cielo, la sensazione sarà di respiro profondo, libertà.

Accade che nelle riprese in verticale la linea dell’orizzonte si trovi al centro o nell’immediata prossimità, il risultato percettivamente non è affatto piacevole. Nelle riprese in orizzontale si nota assai meno. Però per spostare la linea dell’orizzonte basta inchinarsi un poco oppure alzarsi in punta di piedi e tenere la fotocamera alta, dorso sempre in bolla eh, non bariamo!

 

© Giorgio Rossi

 

La delimitazione a destra e sinistra dell’angolo di inquadratura vi aiuterà a escludere dall’inquadratura particolari che non vi interessano o volete censurare, e contribuirà a guidare l’occhio dell’osservatore verso quello che ritenete debba essere il soggetto principale. Va detto che nella fotografia di paesaggio spesso ci sono vari soggetti di eguale importanza, non un solo soggetto principale.

Tuttavia secondo i principi della Gestalt c’è una gerarchia di importanza tra i soggetti rappresentati. In primo luogo vengono l’uomo o esseri viventi, poi manufatti dell’uomo, quindi esseri viventi “inanimati” come alberi, che poi tanto inanimati non sono, infine pietre sparse.

Le inquadrature verticali tuttavia raccontano tutto ciò in modo diverso, per lo più non vengono lette da sinistra a destra ma prevale la visione d’insieme, anche se la gerarchia della Gestalt, e le linee guida restano importantissime.

Oltre al punto di partenza, il momento dell’inquadratura, il formato verticale è interessante anche al momento finale della visualizzazione da parte di un osservatore, sia in una eventuale esposizione che in una pubblicazione cartacea. Una alternanza sapiente di fotografie orizzontali e verticali spezza la monotonia e può arrivare a conferire una cadenza precisa, un ritmo. Quanto detto vale particolarmente per il formato 24×36 ma rimane valido anche per gli altri formati in proporzione 1,33.

Trovo assurdo che molti si avventurino nell’utilizzo di vari formati di ripresa senza alla fine conoscere a fondo le peculiarità di ciascuno. C’è anche da dire che l’inquadratura con il banco ottico o con fotocamere su cavalletto è sempre meditata e lenta. L’altezza stessa della ripresa è in genere diversa, dato che raramente per diverse ragioni si posiziona in cavalletto per avere ad altezza occhi il mirino della fotocamera, o il vetro smerigliato del banco ottico.

L’inquadratura e lo scatto su formato 24×36 avvengono di solito a mano libera, rapidamente. Proprio questa rapidità esecutiva può portare a superficialità e approssimazione nella composizione. Inoltre l’attenzione del fotografo viene spesso sviata da mille macumbe, a volte iper-tecnicismi del tutto o quasi inutili.

Servono poco costosissimi obiettivi fissi apocromatici, filtri vari, esposizione calcolata a 1/3 di diaframma, previsualizzazione per valutare coscientemente dove posizionare l’assicella del grigio medio, se non ci si sofferma a indagare e approfondire concetti importanti in fase di inquadratura.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

David Octavius Hil. St. Andrews Castle, from the Southeast

 

 

 

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