L’ancora imprescindibile fotografia analogica: Federico Arcangeli

Anni or sono la fotografia analogica, col diffondersi di quella digitale, è stata data per spacciata. Sembrava avesse le ore contate, eppure è risorta da quello che sembrava un coma irreversibile. È pensabile che, sopratutto in ambito strettamente professionale, la fotografia digitale  sia destinata sempre più a soppiantare quella tradizionale, analogica, sopratutto in alcuni ambiti ove i tempi di realizzazione dettano legge.

Quando tuttavia la fretta di ottenere il risultato non è prioritaria la fotografia argentica ha ancora molte bellissime carte da giocare. Vorrei sfatare un luogo comune a proposito del confronto/scontro tra fotografia analogica e digitale.

Non è vero che la prima sia per sua natura lenta e meditativa e la seconda porti per forza allo scatto rapido, irrazionale e compulsivo. Insomma “l’elogio della lentezza” non ha molta ragione di essere, nessuna fotografia costringe ad agire in un modo e non in un altro.

 

© Federico Arcangeli. Splinters

 

Se mai può essere ed accade che il fotografo si lasci condizionare dall’ansia di vedere un risultato, si faccia prendere da questo tempo che scorre attualmente sempre più rapidamente, tanto rapidamente che l’essere umano non riesce ad adattarsi a necessità che sembrano imposte dall’alto e pare debbano essere accettate supinamente.

Insomma la fotografia di per sé non costringe a nulla, tutto dipende dal modo soggettivo di essere “nella” fotografia, da scelte mentali, interiori, delle quali il risultato finale è il necessario, imprescindibile, aspetto esteriore. Non si tratta solo di estetica, di forma, anche di contenuto.

 

© Federico Arcangeli. Splinters

 

Così è per Federico Arcangeli, la scelta di operare in pellicola l’ha fatta sin dagli inizi del suo essere nella fotografia, non è un punto di arrivo, nemmeno un punto di ritorno, come scrive nell’ about me suo sito:

 

Federico Arcangeli (Rimini, 1983) analog photographer. Mostly black and white.

“It all starts with my father’s old Pentax Me Super.

Since then I simply can’t help but shoot. I love developing films in my darkroom.

Seeing the image emerge from the chemicals and touch it with hands. That’s all.”

 

Tutto iniziò con la vecchia Pentax Me Super di suo padre, da quella volta non ha potuto fare a meno di scattare. Ama sviluppare le pellicole nella sua camera oscura, vedendo l’immagine emergere dai chimici per toccarla con le mani. È così e non può che essere così, altri perché non ce ne sono, fa parte del suo modo di essere.

Ho conosciuto Federico alcuni anni or sono, lo avevamo invitato a un Semplicemente Fotografare Live per parlarci del suo lavoro da poco uscito, Pleasure Island.

Copertina rigida ma morbida, vellutata, 180x240mm, 96 pagine su carta  Fedrigoni Tatami white, 52 fotografie in B&W, edizione in 300 copie, numerate e firmate.

 

© Federico Arcangeli. Pleasure Island

 

Il libretto rosso della sua fotografia. Atipico e stupendo già dalla copertina, un oggetto libro curatissimo,  succoso nei contenuti. Sfogliarlo con attenzione è stato un piacere, una continua scoperta. Mi ha colpito particolarmente il suo modo di essere attento ai gesti, sopratutto delle mani.

Ormai sono vecchio e vaccinato, è difficile che mi faccia prendere dall’entusiasmo per un nuovo giovane autore. Per Giove è anche brutto essere un poco scettici, difficilmente impressionabili, ed è stato bellissimo farmi coinvolgere come un bambino alla scoperta di quel libro che mi parlava della vita notturna di Rimini.

 

© Federico Arcangeli. Pleasure Island

 

Sulle prime potrebbe sembrare un libro di fotografie crudeli, senza rispetto, in fondo Federico ammette di essere un poco cinico. Forse tale “cinismo” gli deriva dalla professione, fa l’infermiere.  Quando si è costantemente  a contatto con le sofferenze, con la morte, si deve per forza assumere un certo distacco, altrimenti non si riuscirebbe a scattare.

In fondo l’obiettivo è un filtro, un diaframma,  un buco nel muro, crea quel distacco partecipante e tuttavia empatico, indispensabile alla realizzazione di una fotografia.

 

© Federico Arcangeli. Pleasure Island

 

Mi torna in mente la fotografia di Kim Phúc, la ragazzina nuda, bruciata dal napalm, simbolo delle atrocità della guerra in Vietnam, dell’orrore di tutte le guerre. Il fotografo, Nick Ut, allora aveva 21 anni,  aveva perso un fratello, anche lui fotografo, mentre era in servizio per Associated Press nel delta del Mekong meridionale – riuscì a scattare, portò immediatamente la bambina in auto in un piccolo ospedale. La bambina venne salvata.

Federico Arcangeli ama Bruce Gilden, si capisce bene dai suoi scatti  della vita notturna di Rimini, però ama anche tale vita notturna e i suoi personaggi, non posso fare a meno di vedere empatia e affetto per i  personaggi ritratti di Pleasure Island.  Dopo le discoteche ha cambiato modo di fotografare. Niente macchine automatiche, niente flash. Voleva più grana. Pellicola 400 Iso B&N tirata a 1600Iso.

 

© Federico Arcangeli. Pleasure Island

 

Emerge una grana particolare. Mitiga i particolari, è per così dire “romantica”, non  è una grana tagliente, piuttosto avvolge suffusa i soggetti, come si può notare inei paesaggi di molti suoi scatti. Non a caso Federico usa spesso anche fotocamere mezzo formato come la mitica Olympus Trip per evidenziare la grana. Mi racconta:

Ho cominciato a pensare a questi scatti come schegge , piccoli momenti rubati. Poi ho letto un paio di libri sul tempo. Di due fisici uno sperimentale ed uno teorico (Guido Tonelli e Carlo Rovelli).

“Mi sono messo a pensare a come alla fine altro non siamo che tempo, frammenti che scorrono uno dopo l’altro. Da qui Splinters (schegge), il progetto fotografico che sto portando avanti, che non racconta un luogo od una città, non ci sono appigli ad eventi. È un lavoro sulla condizione umana.

 

© Federico Arcangeli. Splinters

 

Splinters, è più complicato dei  miei precedenti lavori, sopratutto per l’editing. Per questo lavoro al momento sto facendo da solo, ho trovato una casa editrice di Palermo interessata, però ho contattato comunque il mio Editor perché voglio vedere cosa tira fuori lui. Non sarà semplice, non so ancora chi la spunterà”.

Gli ho poi chiesto del suo rapporto col Tempo, sono sempre incuriosito del rapporto che hanno altri fotografi col tempo che passa:

Del tempo posso dire che ho sempre avuto paura di perderlo. Anche quanto non fotografavo sia chiaro, mi sembrava stando in casa mi stessi sempre perdendo qualcosa la fuori. Infatti ero sempre in giro. Però con l’analogico non puoi avere fretta. Devi saper aspettare. La fotografia mi ha insegnato anche questo, ad aspettare. Non mi apposto, aspetto di incontrarle.

Posso aggiungere che da quando ho deciso di fotografare senza paletti mi sento molto più libero, anche a costo di non pubblicare sono felice di questa scelta. Molti si affannano, devono andare chissà dove per fotografare, per raccontare qualche storia. Io credo che non ci sia nulla di meglio della fotografia per raccontare se stessi, anche se si dovesse rischiare di non essere mai capiti”.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

 

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