Delle lezioni di Storia dell’Arte a scuola molti di voi sicuramente ricorderanno quel “perché non parli?” di Michelangelo, rivolto al Mosè appena terminato, seguito da una martellata sul ginocchio della statua, che tuttavia rimase impassibile. Come poteva una statua così perfetta non parlare?

Beh si vede che così perfetta non era. Attualmente sarebbe possibile farla interloquire con gli osservatori, non capisco perché non venga aggiornata, bisognerebbe interpellare un ingegnere cinese, risolverebbe il problema in un attimo. In realtà si tratta di una leggenda metropolitana ante litteram dato che ai tempi del Buonarroti di metropolitane non ne passavano.

Gli esperti spiegano che il piccolo avvallamento sul ginocchio del Mosè deriva da venatura naturale del marmo, non è il segno di una martellata. L’aneddoto, frutto di fantasia o meno, rivela problematiche ed interrogativi che hanno attraversato tutta la Storia dell’Arte e della Fotografia, dagli esordi fino ad oggi. Michelangelo Buonarroti da inveterato perfezionista, poteva abbandonare un opera a metà se riteneva che lquello che stava ottenendo non arrivasse ad eguagliare l’idea perfetta che aveva in mente.

È bizzarro considerare che quattro dei “Prigioni” che sembrano emergere a fatica dalla pietra siano considerate come “non finite” e che proprio per questo ci appaiano così moderne, tanto attuali da poter essere percepite anche più interessanti di molte opere scultoree levigate, assolutamente perfette, da lui portate a termine. I Prigioni (1513 circa) sembrano anticipare di secoli la sensibilità dell’arte contemporanea, il concetto di “non-finito“, una tecnica in cui l’opera viene lasciata volutamente incompiuta, come “Pensiero” di Auguste Rodin, del 1895.

 

Michelangelo. Prigioni. Schiavo detto atlante (1513)

 

Ogni artista è tendenzialmente perfezionista, la spinta a creare nasce dal desiderio di tradurre una visione interiore ideale nella realtà, porta inevitabilmente a un continuo confronto con i propri limiti e anche con quelli del mezzo tecnico usato per produrre l’opera.

Ciò è particolarmente evidente in Fotografia, tanto più evidente quanto più la fotocamera che usiamo è tecnologicamente avanzato.

 

© Giorgio Rossi. Piccola fotografia domestica. Cretto. Omaggio a Burri

 

Esistono sostanzialmente due tipi di perfezionismo.

AI: il perfezionismo adattivo (positivo): L’artista usa standard elevati come motivazione per migliorare la propria tecnica, studiare e dedicarsi con passione ai dettagli. Diventa il motore della crescita professionale.

Il Perfezionismo disadattivo (bloccante): L’artista sviluppa una paura paralizzante dell’errore o del giudizio. Questo può portare alla procrastinazione, al rifiuto di mostrare le proprie opere o a una perenne insoddisfazione.

La maturità artistica consiste proprio nell’imparare a gestire questa tendenza, accettando l’imperfezione come parte integrante dell’unicità e dell’espressività dell’opera.

 

Michelangelo. Prigioni. Schiavo che si ridesta (1513)

 

In Fotografia esiste un ulteriore perfezionismo, dettato dal mezzo di ripresa e dalle tecniche e materiali utilizzati per produrre una stampa. Richard Avedon, dichiarò di odiare le macchine fotografiche. Avrebbe desiderato lavorare solo con occhi, senza l’intermediazione di alcun mezzo tecnico, dato che qualsiasi mezzo influisce sui risultati.

Il fotografo modenese Franco Vaccari, nella raccolta di saggi “Fotografia e inconscio tecnologico” (1979) ha teorizzato nei lontani anni Settanta del secolo scorso l’esistenza di un “inconscio tecnologico” definito come l’insieme statico delle regole sulla base delle quali opera una macchina. Insomma, alla faccia dell’istante decisivo, del mettere sulla stessa linea occhio, mente e cuore: la macchina vede, la macchina produce, la macchina dà significato al segno fotografico.

 

© Giorgio Rossi. Imperfezionismo. Ombra portante

 

Già Walter Benjamin nel suo “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”(1936) aveva introdotto il concetto di “inconscio ottico“, inteso come ciò che sfugge all’occhio umano, ma si svela al mezzo tecnico, che, per le sue caratteristiche costruttive, per le sue proprietà specifiche “vede” il mondo in modo diverso. Franco Vaccari, però, va oltre, teorizzando l’autonomia del mezzo e la subordinazione a esso del fotografo. Sono concetti che possono sembrare molto filosofici, lontani dalla realtà sino a diventare incomprensibili. Basta andare a rivedere “Blow Up” di Antonioni (1966) per comprendere.

Thomas, fotografo, in un parco si imbatte in due amanti, nascondendosi dietro agli alberi e ai cespugli li riprende. Jane, la donna della coppia, se ne accorge e, raggiunto Thomas, gli chiede insistentemente il rullino. Thomas rifiuta di darglielo, tornato a studio sviluppa il rullino, ingrandisce (Blow-Up) le fotografie. Esaminandole, si convince che le immagini rivelino un assassinio, benché non siano del tutto chiare.

Se fotografate una bottiglia a studio, in still life, nel fotogramma ci sarà solo e soltanto quello che avete posizionato sul “limbo”, nient’altro. Però potrebbe capitare che anche in questa situazione apparentemente totalmente controllata vi sia un piccolo particolare, magari sull’etichetta della bottiglia, che è sfuggito alla vista, ma ingrandendo emerge.

 

© Giorgio Rossi

 

La realtà, un’opera d’arte, una fotografia, hanno strati profondi nascosti dietro la superficie. È un concetto semplice, tanto banale che per lo più non ne teniamo conto. In fotografia avviene perché siamo troppo coinvolti personalmente, manchiamo di autocritica, per lo più non riusciamo a vedere le nostre fotografie con l’obiettività neutrale che può avere un osservatore. Inoltre anche in ambito fotografico esistono mode. La moda, è un linguaggio visivo e simbolico che parla direttamente all’inconscio collettivo junghiano, traducendo in tendenze fotografiche gli archetipi universali di una società.

Nulla da meravigliarsi se osservando una fotografia ci accorgiamo immediatamente che non è stata realizzata oggi, che reca visivamente l’impronta del periodo in cui è stata scattata, che sia ieri, negli anni ‘60 o a fine ‘800. Ce lo può rivelare un ritratto, dalle acconciature dei capelli, dagli abiti al modo di mettersi in posa, ce lo può rivelare l’aspetto urbano di una città o paesino ma anche un paesaggio naturale. Ce lo rivela, al di là del contenuto iconografico, anche l’aspetto “tecnologico” di una stampa, i suoi colori, la carta utilizzata per stampare.

Provo a dare una interpretazione, anche se del tutto personale, del concetto di “inconscio tecnologico” espresso da Vaccari nel 1979. Un anno prima era uscita la Canon A-1, prima reflex analogica ad offrire quattro le modalità di esposizione PASM (Program, Aperture, Shutter, Manual).

 

Canon AV.1

 

La logica delle modalità PASM è legata alla misurazione esposimetrica. Non si tratta solo di scegliere se usare un tempo lungo o un diaframma aperto, come avveniva tradizionalmente in tutte le reflex di qualsiasi brand, ma di capire come la macchina fotografica interpreta la scena sulla base della quantità di luce ricevuta dalla pellicola e successivamente, con le digitali dal sensore, attraverso un sistema di misurazione (ponderata al centro, matrix, spot). Le modalità PASM operano in stretta relazione con il modulo esposimetrico e con i motori di calcolo della CPU interna.

L’elettronica stava entrando nei corpi delle fotocamere 135mm. Di lì a qualche anno per le reflex 135 solo pulsante di scatto elettromagnetico, niente leva di carica, nessuna rotellina dei tempi, motore integrato, niente nottolino di riavvolgimento pellicola e autofocus. Precedentemente nel settore 135mm le reflex e le telemetro, indipendentemente dal brand, avevano tutte gli stessi comandi. Si poteva passare da una Leica a una Nikon o a qualsiasi altra reflex senza nemmeno leggere il libretto di istruzioni. Il risultato qualitativo in relazione a quanto ottenibile dalle ottiche e dalle meccaniche dei diversi brand era sostanzialmente analogo. Tranquilli, so benissimo che esistono differenze importanti tra un obiettivo da migliaia di euro e uno che ne costa 100!

 

Nikon EM

 

Nel 1979 erano uscite, ambedue con esposizione a priorità di diaframma, la Canon AV-1 e la Nikon EM, entry level della Nikon pensata per i principianti e per le donne che di tecnica non capiscono nulla. Fu un fiasco, negli anni ’70 il femminismo, in Italia e nel resto del mondo occidentale, era uscito dai circoli intellettuali per diventare un’imponente fenomeno di massa. Fu da quegli anni in poi che apparentemente cambiarono i paradigmi base della fotografia fondati sul controllo della luce e sul triangolo di esposizione. Decideva tutto la fotocamera. Se si voleva sottoesporre o sovraesporre con le reflex citate bisognava ingannarle, il professionista e l’amatore evoluto sapevano farlo, il dilettante no. Successivamente, con l’autofocus, fu necessario imparare a volte ad ingannarlo, altrimenti decideva lui dove mettere a fuoco.

Ovviamente il triangolo di esposizione rimase e rimane fondamentale, però bisogna comprenderlo a fondo. Non è un caso che a tutt’oggi esistono millanta corsi base di fotografia, bisogna capire come ragiona la fotocamera, analogica o digitale fa poca differenza. Quello che cambiava passando da una reflex 135mm al medio formato o al banco ottico, era la “perfezione” della resa, strettamente collegata alla superficie della pellicola.

In una normale pellicola fotografica, la dimensione dei cristalli di alogenuro d’argento varia da circa 1 micron fino a oltre 10 micron (millesimi di millimetro), a seconda della sensibilità ISO della pellicola. Il granulo d’argento è in un certo senso l’unità di misura della qualità ottenibile, più è grande la superficie della pellicola esposta alla luce, migliore è la “qualità”.

AI: In digitale i pixel sostituiscono i granuli d’argento. Le dimensioni di un singolo sub-pixel scendono facilmente sotto a 1 micron, arrivando in laboratorio a dimensioni di poche decine o centinaia di nanometri (miliardissimi di metro). Il pixel è l’unità logica e fisica di un display o di un sensore digitale, non ha una misura fissa, la sua miniaturizzazione segue le leggi dell’industria dei semiconduttori.

 

Nikon D1

 

La Nikon D1, prima reflex digitale Nikon progettata, prodotta e commercializzata interamente dalla casa giapponese, aveva una risoluzione di 2,7 megapixel, costava circa 10 milioni di lire. Fu annunciata con un comunicato stampa il 15 giugno 1999 e dismessa nel 2001.

Alla fine degli anni 90 la fotografia di moda, o di qualità, utilizzava ancora il medio formato a pellicola, il mondo del fotogiornalismo, con minori esigenze in termini di resa qualitativa ma bisognoso di velocità in produzione e comunicazione anche delle immagini – stava già migrando verso la fotografia digitale.

Mai, mai, avrei pensato all’uscita delle prime digitali che arrivassero a superare la “qualità”, la “perfezione” delle fotocamere a pellicola!
Perfezione… cos’è la perfezione? Si può misurare la perfezione? E, di conseguenza, cos’è l’imperfezione?

AI: La parola “perfezione” deriva dal latino perfectio, che a sua volta deriva dal verbo perficĕre, formato da per (che indica compimento) e facĕre (fare). Significa letteralmente portare a termine, condurre a compimento. Nel pensiero di Aristotele, corrispondeva a ciò che è completo e ha raggiunto il suo fine naturale (entelechia). L’imperfezione accade quando il fine naturale non è stato raggiunto. Ansel Adams, Edward Weston e il Gruppo f/64 promuovendo la “straight photography” volevano eliminare le manipolazioni in camera oscura, i filtri sfocati e gli effetti onirici tipici dello stile ottocentesco che cercava di far somigliare le foto ai dipinti.

Però Ansel Adams non solo manipolava in camera oscura, ma ci dava di pennellino intinto nel ferrocianuro di potassio, spesso combinato con il tiosolfato di sodio (Riduttore di Farmer,) come sbiancante chimico per aumentare la luminosità e il contrasto delle alte luci nelle stampe in bianco e nero. Answl Adams dettò la legge dello Zone System dall’alto del golgota, riguardo alla tecnica spinse a mille l’accelleratore .
Meglio la foto nitida di un concetto sfocato o la foto sfocata di un concetto nitido? Qual’è l risposta esatta? Per me….

Penso a certi modi espressivi di Mario Giacomelli, in seguito di Jeanloup Sieff. Penso a certi contrasti, a certe mascherature, lontanissime dai dettami di Ansel Adams, totale “imperfezione” dal punto di vista tecnico, “perfezione” espressiva.

 

 

Attualmente le digitali hanno raggiunto risoluzioni standard tra i 24 in formato APS-C e i 60 megapixel per le full frame, i sistemi a medio formato più avanzati toccano i 100-150 megapixel.

La perfezione dipende dal numero di megapixel? Ovviamente non si può fermare il progresso, sarebbe assurdo. Eppure molti, per ragioni concettuali ed espressive, tornano o approdano per la prima volta alla fotografia analogica, con le sue “imperfezioni”. È merito anche dei “Lomografi” se la fotografia analogica è resuscitata, era stata data per morta. Certo pagare a peso d’oro pellicole scadute da 15-20 anni esclamando un woow estasiato ad ogni risultato uscito assolutamente per caso non è il massimo. L’arte ha a che vedere a volte col caso, ma non basta il caso a fare Arte. Non condivido il motto “non pensare, scatta!”

Penso che la fotografia attuale sia spesso concettuale, ha abbracciato un approccio in cui il pensiero e l’idea contano più della documentazione “perfetta” della realtà. Però scattare senza pensare non porta da nessuna parte. Quindi ben venga il ritorno alla fotografia stenopeica, bene le cianotipie, ben vengano le point and shot plasticose, colorate, carucce da vedere anche se sono un ritorno della Kodak mod. 1 del 1888. Benissimo anche il ritorno alle digitali vintage, scarse in megapixel, lontane da un colore “preciso”, lontanissime dalla tagliente definizione delle digitali alto di gamma attuali. Un momento così sincretico come l’attuale la Fotografia non l’ha mai visto!

 

Cianotipie di Luigi Conte

 

Il 14 febbraio 2026 ad Arte Genova, è stato ufficialmente presentato lo “imperfezionismo”, un movimento artistico e culturale fondato dall’artista Teorema Fornasari con il critico d’arte Alberto Moioli,

L’imperfezione è un atto di ribellione contro l’omologazione e la ricerca della perfezione algoritmica imposta dall’intelligenza artificiale e dalla società contemporanea. L’imperfetto non è sinonimo di errore o fallimento, bensì di vita in divenire, di crescita e di trasformazione. La verità imperfetta di un momento contrapposta all’illusione di una finta perfezione. Il movimento unisce estetica, filosofia (attingendo a pensatori come Heidegger e Deleuze), neuroscienze e pratica artistica per ripensare l’individuo come protagonista della propria storia.

 

Gabriele Chiesa

 

Aggiungo qualche importantissima considerazione dell’amico Gabriele Chiesa:

“Ho subito aderito con entusiasmo al movimento artistico dell’imperfezionismo. Sono convinto che l’imperfezione costituisca il vertice della perfezione. Qualsiasi opera d’arte porta i segni delle imperfezioni che caratterizzano il processo attraverso il quale è stata prodotta. L’imperfezione non è ovviamente da intendere come errore, sciatteria, trascuratezza e superficialità formale e sostanziale. L’imperfezione è il marchio della devianza creativa insita in ogni aspetto della creazione umana.

 

Simone Matti 2026 cianotype

 

In fotografia le imperfezioni definiscono il processo, lo caratterizzano e permettono di riconoscerlo, identificandone l’impronta materica ed espressiva. Sì, perché il medium è il messaggio. L’artista collodionista, così come chi pratica qualsiasi altro processo fotografico profondamente improntato alla natura artigianale e orgogliosamente analogica del prodotto irripetibile e del monotipo d’arte, non cerca il risultato sporco. Con tutta la cura che l’artista può porre nella creazione dell’opera, questa esibirà ogni sua ruga e cicatrice. Non esiste solo il ferro da stiro digitale.

La scelta autoriale del “filtro bellezza” non è l’unica degnamente e legittimamente praticabile. Possiamo anche ritenerci liberi di accettare ciò che esce dalle righe. L’imperfezione è il sigillo dell’unicità di tutto ciò che risulta irripetibile. La produzione digitale ci ha ormai abituato a forme artefatte di vuota perfezione, perfettamente funzionali all’approvazione conformistica da “social like”.

 

 

Il catalogo del Premio G.Parpani “il Mondo in Tasca” per contemporary carte de visite 2026 sarà innovativo e sperimentale! I cataloghi delle precedenti edizioni erano illustrati con le scansioni delle opere. Ciò significa che le immagini delle CdV erano rilevate con illuminazione uniforme e ortogonale. I margini dei supporti secondari erano accuratamente raddrizzati e rifilati. Contrasto, gamma dinamica, toni, densità, saturazione… venivano regolati in post-produzione. Non esistevano riflessi: la riproduzione era sostanzialmente ottimizzata.

Vorrei invece che le pagine-autore con le riproduzioni delle opere in concorso quest’anno presentino i lavori di ogni artista visuale proprio come si possono osservare quando vengono poste su un tavolo: hic et nunc.

 

© Gabriele Chiesa. Polaroid

 

Niente ritocchini, correzioni, abbellimenti e sistemazioni compiacenti. Niente carezze e pomata. Quest’anno metto le opere in luce-finestra e le fotografo a pieno margine proprio come appena prese in mano. Queste fotografie non devono proclamare: sono bella, ma devono dichiarare “IO sono!”.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it
All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it

©2026 NOC Sensei – New Old Camera Srl

 

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here