La Fotografia tra Memoria e Ricordo: Pasqua 1978 con gli Zii a Vittorio Veneto

Memoria e ricordo, due termini che vengono spesso usati uno per l’altro, sono sinonimi? Penso sempre che se esistono due parole per indicare la stessa cosa vuol dire che non indicano esattamente la stessa cosa, altrimenti sarebbe un’inutile spreco di vocabolario.

Il termine memoria è antichissimo deriva dal greco antico.

Mnemosine è un personaggio della mitologia greca, figlia di Urano (il cielo) e di Gea (la terra)

A questa titanide fu attribuita la personificazione della memoria ed il potere di ricordare. Mnemosine fu amata da Zeus, il quale le si presentò sotto forma di pastore. Giacquero insieme per nove notti sui monti della Pieria e dopo un anno Mnemosine partorì le Muse. Tutto ciò mi pare assai denso di significati.

Memòria in riferimento all’uomo indica sia la capacità di ritenere traccia di informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee, ecc. di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato riconoscendole come stati di coscienza trascorsi, sia i contenuti stessi dell’esperienza in quanto sono rievocati, sia l’insieme dei meccanismi psicologici e neurofisiologici che permettono di registrare e successivamente di richiamare informazioni.

Ricordare, ricordo, deriva dal latino: re-indietro cor cuore. Richiamare in cuore.

Il ricordo richiama nel presente del cuore e del sentimento qualcosa che non è più qui o non è più adesso. Non nella sua forma originale. E che però, per il solo tornare in cuore, rivive – non sogno fatuo o fantasticheria, ma sentimento concreto, esperienza diretta.

 

© Giorgio Rossi

 

Esiste anche una memoria collettiva. La memoria collettiva è «il ricordo, o l’insieme dei ricordi, più o meno conosciuti, di un’esperienza vissuta o mitizzata da una collettività vivente della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato», secondo la definizione dello storico Pierre Nora. Il termine «memoria collettiva» fu coniato negli anni venti del Novecento da Maurice Halbwachs in estensione e contrapposizione al concetto di memoria individuale. La memoria collettiva è sia esterna sia interna all’individuo in quanto condivisa, trasmessa e anche costruita dal gruppo o dalla società.

Ora se vi va di rifletterci su questa faccenda Ok, altrimenti pazienza. Il punto di quanto vado a cercare di capire e forse cercare di spiegarvi è un altro. E’ possibile fotografare i ricordi? E se è possibile, questi ricordi possono interessare altri, e in che modo?

 

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Vi è mai capitato di tornare in un posto dove siete stati anni or sono? Quella volta non avete fotografato, ma ricordate  tutto perfettamente, nei minimi dettagli. Questa volta volete fotografare, però tutto è cambiato, è talmente diverso da quello che ricordate che quasi vi passa la voglia di fotografare o, se lo fate lo stesso, fotografate altro, forse  solo vagamente  attinente ai vostri ricordi. Si fotografa l’attimo fuggente, se si fanno più fotografie diventano cronaca. Si fotografa il presente, si rivede il passato, la fotografia è così, ambigua, sempre sospesa in un limbo.

Tuttavia in ogni fotografia c’è una traccia, un ricordo, del vostro passato, delle vostre esperienze vissute che vi hanno portato ad essere come siete. È condivisibile questa traccia, può essere rilevata da un osservatore? Forse sì, forse no, qui entra in gioco  una affinità elettiva con l’osservatore, forse anche una sorta di memoria collettiva. Dopotutto non siamo unici sulla terra, quello che abbiamo vissuto lo hanno vissuto molti altri. Pensate all’odore entrando in un McDonald’s, pensate a quei panini, devo descrivervi tutto ciò o lo conoscete, ne avete il ricordo?

 

 

Forse tutto ciò e molto altro è già entrato a far parte della memoria collettiva. Un juke box fotografato può risvegliare ricordi o non venire  nemmeno riconosciuto, dipende da quando si è nati. Ahimè la memoria collettiva resta viva solo sin quando chi ha vissuto più o meno direttamente certi eventi ancora può ricordarli e parlarne.

Dunque questa mia serie di foto, che chiamarla progetto forse è darle troppa importanza. È accompagnata da una moltitudine di ricordi e pensieri relativi ad  esperienze che forse qualcuno ha vissuto anche se in modo diverso.

 

© Giorgio Rossi

 

C’è il mio “io” bambino, un altro “io fotografo”, e infine un ultimo “io quasi quaranta anni dopo” il tutto si intreccia intorno alle foto.

Wow il babbo Natale degli Zii Dalla Verde era davvero speciale. Andavamo a ritirarlo a casa loro, quando abitavano a Roma ( un vasto appartamento al piano nobile di un palazzetto anni ‘30, rivestito in marmo, che si affacciava sul giardino di Palazzo Barberini, via 4 Fontane a Roma).

Entrando dall’altissimo portone sembrava di entrare in un mondo diverso, soffuso, fatto più di ombre che di luci. Si passava per un lungo corridoio, a sinistra c’era un sarcofago romano decorato con sculture che si intravvedevano, in fondo c’erano le scale, si suonava e veniva ad aprirci la Rosy, la cameriera.

 

 

La zia, di un biondo un poco spento sembrava appena uscita dal parrucchiere,  portava occhiali verde scuro (spessi che non le si vedevano quasi gli occhi) dai quali emergeva un sorriso dolce sulle guance appena arrossate da un qualche trucco per ravvivare la pelle molto chiara. Poteva talvolta sfociare in una risatina appena accennata , coprendosi la bocca con una mano o unendo le due mani in un “ah ben!”.

Lo zio, colorito rosato, capelli bianchi, baffetti corti ben curati, era sempre elegante, in doppio petto. Parlava con voce sorridente e calma, forse lievemente flautata, aprendo poco la bocca, una “erre”un poco arrotata. Non era una casa per scorrazzare e giocare, attorno c’erano mobili scuri con statuine e vasi, ai muri ritratti di gente antica che emergevano appena da un buio sfondo nero.

 

 

Non so perché quell’anno chiesi al loro babbo natale di portarmi un completo da corazziere. Non sapevo nemmeno bene cosa facessero i corazzieri, avevo sentito una canzone sul giradischi e mi aveva incuriosito.

Beh era davvero splendido, c’era la corazza luccicante, un elmo uguale uguale a quelli veri, con i capelli  lunghi, di cavallo, neri, c’era una sciabola lunghissima che mi strusciava un poco per terra, e una fascia blu.

 

 

Dopo pranzo mio zio si lamentava che le spese erano ingenti che avrebbero dovuto lasciare Roma e tornare a vivere a Vittorio Veneto. Così uno o due anni dopo andammo in estate a trovarli lì.

Una casa davvero enormissima. Salendo le scale notai subito che un gradino era assai consumato. Poi chiesi il perché allo zio. “È il tempo – rispose zio Dino – oramai sono molti anni che lo sento. Passa di notte e rosicchia i gradini, poi mi viene accanto nel letto e, zitto zitto senza far rumore,  mi dipinge ogni notte un capello di bianco!”

 

 

Prima di pranzo ci intrattenemmo in salotto, vedendo lo zio sempre elegante in doppio petto gli chiesi se aveva il cilindro, mi disse che lo aveva. Ma come quello di zio Paperone?” “Sì come quello.” “Dai zio, fammelo vedere!” Occhiataccia di mamma e finì lì, peccato.

Mio zio si lamentava  ancora delle spese, gli consigliai di vendere un poco di tutte quelle belle cose sicuramente antiche e di valore   che c’erano ovunque in giro per quella casa davvero enorme, piena di salotti. Lo zio  mi rispose”Vedi io ogni giorno dopo fatta la colazione mi metto a passeggiare qua, mi soffermo davanti a un mobile, accarezzo con gli occhi un vaso cinese o una statuetta di giada o una in porcellana bianca di Ginori, o un altro bell’oggetto, ne ammiro l’arte e sono felice così, non potrei mai vendere queste cose.

Ogni cosa ha un anima, una storia”. Non potevo fare a meno di pensare che erano belle, mi colpirono molto due statue di negretti  alte come me, reggevano dei lumi, una era di un qualche metallo scuro, l’altra di legno. Andammo a tavola, io ero seduto un poco lontano da mamma e papà, avevo davanti a me una sfilza di bicchieri diversi. Accanto al piatto, decorato con disegni di campagna blu, c’erano posate di ogni genere.

La Rosy passava, serviva le pietanze e riempiva i bicchieri. Quando mi alzai le gambe mi reggevano poco, mi girava la testa, suoni e voci sembravano venire da molto lontano. Chiesi se potevo fare un riposino e la Rosy mi accompagnò di sopra dove in una stanza enorme c’era un letto alto alto che feci fatica a salirci e sdraiarmi, mi addormentai.

 

 

Tornai a trovare gli zii molti anni dopo, il giorno prima di Pasqua. Avevo 28 anni, da poco mi ero comperato una Asahi Pentax spf, con il 50 e il 28 mm. Pensavo che volevo ripercorrere quei ricordi lontani.  Fotografare, nei 5 rulli di negativo B/N che mi ero portato, quello che a suo tempo non potevo fotografare.

Clara Rossi, mia zia, era discendente di Francesco Rossi, fondatore di Vittorio Veneto, come ricordava una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo, severo e davvero enorme, contai in seguito 56 finestre.
La zia Clara aveva sposato Edoardo Dalla Verde, chiamato zio Dino, piemontese, fedele alla memoria del re. Non avevano avuto figli.

Tirai il campanello e in un clock il portone si socchiuse, entrai. L’ingresso dava in un ampio salone con due colonne, da un lato a sinistra si accedeva allo studio dello zio. Passando tra le colonne incontrai la scala, osservai il gradino mangiato dal tempo.

 

 

Salii al primo piano, sulla destra riconobbi un salottino con delle panche lunghe lunghe rivestite di velluto rosso scuro che mi aveva colpito. Solo oggi, rivedendo le foto, scansionate, ho capito che doveva essere una stanza di attesa prima di essere ricevuti, sembrava un vagone di un qualche orient express. Mi venne incontro la Rosy, identica a come me la ricordavo. Mi accompagnò dagli zii. Era come se tutto fosse sospeso nel tempo, anche lo zio e la zia non sembravano essere cambiati. Furono cordiali e molto contenti di rivedermi. Ci accomodammo in salotto, raccontai di me, dei miei studi all’università, mi chiesero dei miei fratelli e di mia sorella, di mamma e papà. Raccontai anche che, avendo iniziato a fare fotografie, ero tornato per fotografare quello che ricordavo della mia precedente visita, molti anni prima, se me lo permettevano. Ne furono contenti e scattai un loro ritratto in salotto.

 

 

Passò la Rosy a chiedere cosa doveva preparare per cena, mio zio Dino propose un “Potage Parmentier”.

Assentii immediatamente, immaginandomi una delicatezza francese, fui un poco deluso  in seguito quando verificai che si trattava di una sorta di vellutata di patate.

La domenica di Pasqua, dopo colazione, mia zia mi accompagnò in visita, Aveva un passo spedito, come se procedesse su binari precisi. Sì soffermava davanti a un mobile e mi spiegava gli oggetti che vi erano disposti, accennando a un qui e un la con un dito. Pensai che se fossero passati i ladri qualche giorno prima e avessero rubato tutto quello che c’era su mobili e appeso alle  pareti non se ne sarebbe accorta. La zia e lo zio  erano praticamente ciechi, pensai a come dovessi essere triste per lo zio non poter più accarezzare con lo sguardo quella statuina di giada, quelle opere d’arte che gli erano care.

Chiesi notizie a mia zia della statua di un “moretto” che mancava visivamente all’appello dei miei ricordi. Mi rispose “Quale moretto?” Non insistetti, quante domande rimasero inespresse dentro me, per pudore e rispetto. Quante cose di loro non saprò mai.

 

 

Poi fotografai molto, scendendo sino allo studio dello zio, risalendo sino in cima dove c’erano le camere da letto e una cappella privata. Sul pianerottolo in cima alle scale c’era un comò con piano di marmo e  uno specchio dalla luce antica, nel quale si rifletteva la schiena nuda di una sinuosa  ragazza africana, dolcemente sensuale, una statuina penso ricordo della guerra d’Africa, due vasi in vetro bianco, due candelabri in ottone, scatole che avevano contenuto dolciumi e ora contenevano chissà cosa altro.  Un vassoio con mele e un arancio. Perché lì, perché non giù in cucina?

Pranzo di Pasqua.

La Rosy (dalla pettinatura vagamente somigliante ad Andrea Roncato) cameriera,  cuoca, donna di casa e quant’altro, accudiva la zia Clara e serviva a tavola. Andava e veniva  da quelle porte giù in fondo che conducevano alla cucina. Depositava i piatti da portata sulla credenza dietro lo zio, io ero seduto dove c’è inquadrato uno spicchio di piatto, di fronte alla credenza.

Ad un certo punto, mentre la Rosy era cucina, vidi un topolino uscire da dietro uno dei vasi cinesi sulla credenza. Si avvicinò  annusando le pietanze. Stavo per alzarmi, per cercare di fare qualcosa. Poi mi trattenni….avrei dovuto dire che un topolino razzolava nel piatto di portata? Cosa avrebbero potuto fare lo zio e la zia? Cosa avrebbe potuto fare la pur efficiente Rosy? Si sarebbero sentiti fortemente a disagio. Così trattenni ogni reazione, limitandomi, quando la Rosy mi porse il piatto da portata, a prendere lontano da dove aveva annusato il topolino. Dopotutto per andare dagli zii mi ero portato una giacca da indossare al pranzo di Pasqua.

Il giorno dopo andai in giardino. La limonaia era in stato di abbandono, dentro un ripostiglio trovai una montagna di mobili in disuso, che avrebbe fatto gola ad un antiquario-restauratore. Dalle imprecisabili anticaglie, coperte da teli bianchi e impolverati,  emergeva fiero il “moretto” dato per disperso.

Il giardino sembrava immerso in un sonno di 100 anni, nel quale la Natura aveva preso il sopravvento dopo aver ucciso il giardiniere. Varcai spingendolo il cancello che cigolando sui cardini mi concesse a fatica l’accesso al “bròlo

 

 

Rivedendo gli scatti dopo la scansione ho notato ancor meglio come vi fosse in quella casa bisogno di un simmetria spesso speculare. Moltissimi oggetti erano almeno in due copie, solo a volta vagamente diverse. Forse, chissà, erano segno di un equilibrio necessario e rassicurante, baluardo all’espansione di una modernità non si sa fino a che punto apprezzata.  A quella sostanziosa rassicurante “evidenza” faceva  da contraltare qualcosa di tenuto nell’ombra che andavo indagando fotograficamente in punta di piedi. Era come se ombre e luci si affrontassero in una sorta di silenzioso combattimento vinto per lo più dalle ombre e dal silenzio.
Particolare il fatto che la cucina, regno della Rosy, era veramente essenziale. Per quanto vi fossero appesi rami e pentole e un telefono a muro con un foglietto col numero dei carabinieri, c’era solo un fornello a tre fuochi con bombola.

Chissà perché non ho mai stampato queste foto, chissà perché mi sono tornate in mente una settimana fa, costretto a casa dal covid, per fortuna non grave, quindi le ho scansionate. Penso che sempre certi progetti un poco particolari dovrebbero sedimentare in un cassetto, poi vai a sapere, magari in tutti questi anni che sono passati l’idea iniziale inizia ad avere odore di muffa e frutta marcia. In fondo di tutta questa faccenda l’unico spunto che  forse si può cogliere è quello di un dialogo costante tra fotografia, memoria, ricordo  e il tempo che passa, raccoglie e disperde.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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