La Fotografia tra Ghirresche e McCurryiate

Questa mattina ho trovato sul web un argomento potenzialmente interessante.

“Il Dipartimento di Informatica della Sapienza Università di Roma ha recentemente appurato che sui social ci appassionano le discussioni tossiche”. Secondo gli studi in atto non è colpa degli algoritmi, insomma ci siamo evoluti così (o forse siamo sempre stati così e i social hanno evidenziato questa nostra umanissima tendenza, vai a sapere!).

È emerso che, tendenzialmente, ciascuno di noi contribuisce alla tossicità, con un rilievo marginale di singoli individui o gruppi di individui. Non esiste l’odiatore seriale e ci si avvelena più o meno tutti allo stesso modo su tutti i temi.

 

© Carmen Foti. Processione dei misteri. Procida

 

A fronte di una comunicazione tossica nella quale cominciano ad apparire commenti pesanti in grado in teoria di stroncare una conversazione, invece le conversazioni non si arrestano ma vanno avanti, dimostrando che l’ecosistema dei social ha una forte resilienza alla tossicità. La presenza di contenuti tossici non scoraggia la partecipazione degli utenti, indicando una relazione complessa tra tossicità e coinvolgimento nel discorso online.”

Mi sembra inutile cercare di rilevare quali siano gli argomenti delle discussioni tossiche. Variano in continuazione, seguendo la cronaca e i ritmi delle stagioni. È Pasqua, in questi giorni penso che l’argomento tossico prevalente potrebbe essere “Agnellino bianchissimo, tenero e belante sul prato/abbacchio al forno con patatine”. In ogni caso, sia un bene o un male, “tout passe, tout lasse, tout casse” lo cantava Vito Paltrinieri già nel 1945.

Ammettiamolo siamo tutti come Roger Rabbit, non sappiamo resistere ad “ammazza la vecchia… col flit!

Che poi ci sia qualcuno al quale possa interessare questo nostro atteggiamento ondivago, che possa fomentarlo da dietro le quinte, solo a pensarlo potrebbe essere palese sintomo di complottismo.

 

© Carmen Foti. Orgosolo

 

Del resto mi pare non avvenga solo sui social. Mi sembra di avvertire qualcosa del genere anche in trasmissioni televisive, tipo Otto e mezzo condotto da Lili Gruber. In ogni puntata agli ospiti vengono sottoposte diverse domande su argomenti di attualità, di cultura, di economia, di etica e sulle principali notizie del giorno. Poi si aprono le gabbie e le fiere iniziano ad azzannarsi a vicenda.

Ovviamente non si arriva ad alcuna conclusione, nessuna delle parti perde, nessuna vince. Noi assistiamo al litigatoio a tavola, partecipiamo a volte tifando per l’una o l’altra fazione durante la cena. Magari un commensale, approfittando della distrazione generale, si ciula la meglio cotoletta alla milanese.

Del resto lo avevano già capito gli antichi romani. Panem et circienses, non occorre altro. Lo affermava Giovenale, grande autore satirico, amava descrivere l’ambiente in cui viveva, in un’epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con regolari distribuzioni di grano (panem) e con l’organizzare diversi grandiosi spettacoli pubblici (circenses) quali le tremende lotte dei gladiatori.

 

© Carmen Foti. Processione dei misteri. Procida

 

Fin quando c’è il pane tutto va bene, se inizierà a scarseggiare si vedrà cosa fare. Tempora mutantur, nos et mutamur in illis (i tempi cambiano e noi cambiamo con essi)?

Oppure non ci evolviamo affatto, non c’è alcuna evoluzione mentale, la storia non insegna assolutamente nulle e ricadiamo sempre negli stessi errori perché non sappiamo riconoscere fatti che pur essendo sostanzialmente identici variano come apparenza, come surface?

Mi chiedo se ci sia qualcosa di definitivamente assodato per sempre, stile 1+1 = 2…. poi verifico che anche 1+1 non fa (sempre) 2.

Se così è in generale, può esserci qualcosa di definitivamente assodato nella nostra amatissima fotografia?Serve o non serve la regola dei terzi? È indispensabile o inutile il sistema zonale di A. Adams? La Leica è la miglior fotocamera del mondo o tanto vale usare lo smartphone? Anaologico o digitale? La risposta è dentro di te

 

© Giorgio Rossi. Rimini, Bagno Simone

 

Sono diffusi pensieri e dibattiti tra fotografi. Non dovrebbe essere prioritario il contenuto di una inquadratura, quello che si vede in una fotografia stampata o pubblicata in un social? Eppure no, spesso non è così, siamo immersi nei social, bastano una cinquantina di like per fare di uno scatto del tutto decontestualizzato un capolavoro e del fotografo un artista come pochi. In fondo il contesto c’è, è quello tipico delle dinamiche e interazioni nei social. Solo che per lo più tutto ciò non avviene in un litigatoio.

Nessuno entra a gamba tesa nella home di un fotografo, magari caro amico, per dire che una fotografia che ha postato tra piogge di like è come la  “La corazzata Kotiomkin“, una cagata pazzesca.

Sia netiquette, sia quieto vivere o ipocrisia, sono cose che non si fanno. Nel reale l’unico giudizio valido era ed è quello del committente, ma il reale è ormai raro. Nel virtuale l’unico giudizio valido è quello stabilito dal peso dei like. Vale di tutto, quindi anche l’opposto, niente vale veramente, il valore attribuito  ad una foto è solo virtuale, mai monetario. Sono avido, ça va sans dire.

“Vi piace tanto questa foto che ho postato?” – “Oh sì sì, ci piace tantissimo!” - “Ok allora comperatela, ve la vendo!”… cala un silenzio tombale.

 

© Carmen Foti. Mamuthones

 

Sulle foto Ghirresche non mi va di pronunciarmi più di tanto, ho cari amici che fanno foto più o meno ghirresche. Lo sappiamo cosa sono le foto ghirresche?

Per farla breve sono quelle sovraesposte di uno o due diaframmi, anche se bisognerebbe fare un discorso tra il concettuale e il tecnico, perché nel negativo analogico la sovraesposizione corrisponde a un “molto denso”, mentre in un file digitale è un “troppo vuoto”.

Ne ho fatte anche io a volte. C’era nebbia, fitta nebbia, è una scusante sufficiente? Magari qualcuno dice che è un genere stra abusato. Basta rispondere che c’è un pensiero dietro, che non è uno scimmiottare  fotografi del passato?

 

© Giorgio Rossi, Rimini

 

Joel Meyerowitz in un interessante video afferma: ‘What you put in the frame determines the photograph”. L’ho sempre pensato ma sentirlo spiegare da lui è assai coinvolgente. È proprio quello che c’è in quel frame a significare il “pensiero dietro”. Il contenuto del frame può essere banale e visto millanta volte, non basta a salvarlo una sovraesposizione.

Insomma ci sono fotografi che nel “genere” se così possiamo chiamarlo, si impegnano da anni, consapevoli dei loro perché personali, interiori, quanto delle tematiche che affrontano, della evoluzione delle tematiche nel tempo, non è solo estetica. Non è che uno che ha fatto per anni reportage in B/N una mattina si sveglia e si mette a fare ghirresche, è grottesco.

Per inciso non è affatto detto che le ghirresche si possano fare solo con colori slavatini. Christian Voigt tra il 2002 e il 2008 fece una serie in B/N che chiamò Nebelbilder (fotografie di nebbia). Secondo me fu una sua interpretazione di certi concetti che aleggiavano nelle foto ghirresche.

 

© Christian Voigt. Haus im Nebel, nebel binder.

 

Passando a McCurry. Molti anni or sono frequentavo la casa di un’amica. A suo padre avevano regalato un abbonamento a vita a National Geographic, così ne aveva una montagna, mi piaceva sfogliarli. Guardavo solo le figure o quasi, erano in inglese, versione originale, all american. C’era dentro un poco di tutto. mi stupivo come in America fossero così attratti dagli accoppiamenti dei più diversi animali, in particolare insettacci, da dedicare alle loro imprese sessuali un articolo al mese.

In ogni caso National Geographic ha creato per reportage socio/etno/antropologici delle tendenze fotografiche interessanti. Da un lato l’ottica, su N.G. era molto in uso il 18mm, o il 20mm, raramente in bolla, per lo più sparando le foto dall’alto in basso come mitragliate. Indubbiamente fotografie d’effetto, anche troppo, considerando che nel reportage allora grandangolari così spinti non si usavano. Fu l’inizio id una tendenza, un 24 mm non bastava più a nessuno.

 

© Giorgio Rossi

 

Dall’altro il colore molto saturo, sottoesposto, in diapositive per lo più Kodachrome 25 o al massimo 64ASA. Anche questo divenne una moda. Mi domando se i colori di Ghirri e altri in seguito, non siano stati anche una ricerca di colori  più morbidi, italiani, contrapposta a questi colori americani e se vogliamo anche a un certo minimalismo. Ovviamente c’era anche l’approccio NG, ben evidenziato nella pagina dedicata da Wikipedia.

Al di là di quello che si trova scritto mi sembrava un approccio molto etnocentrico, americano, era una mia vaga sensazione. Del resto c’è chi addirittura afferma che costruissero scrupolosamente i set di ripresa in giro per il mondo, come fossero stage hollywoodiani.

Steve McCurry dopo avventurosi reportage di guerra fotografò molto per N.G. In un articolo su di lui leggo: “L’approccio di McCurry è prevalentemente antropologico, nelle sue immagini sono presenti cultura, religione e tradizioni. McCurry non ricerca lo scatto folgorante ed esplicito, le sue fotografie raccontano gli eventi collocandoli in un ampio contesto”.

Le sue immagini a colori, che combinano al meglio l’arte del reportage, della fotografia di viaggio e dell’indagine sociale, sono state pubblicate in numerose pubblicazioni in tutto il mondo, ma il nome di Steve McCurry rimane in particolarmente legato al National Geographic, di cui ha realizzato la copertina più famosa di tutti i tempi.

 

 

L’approccio di McCurry è prevalentemente antropologico, nelle sue immagini sono presenti cultura, religione e tradizioni. McCurry non ricerca lo scatto folgorante ed esplicito, le sue fotografie raccontano gli eventi collocandoli in un ampio contesto.

Di sé della sua fotografia McCurry dice: “Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona.”

Il suo ritratto di ragazza afgana comparso su N.G. come detto è stata la foto di copertina più gettonata della storia dell’editoria. Nulla da eccepire, salvo il fatto che andare a cercare di nuovo la ragazzaafgana, anni dopo, mi sembra un’americanata.

 

 

Che mi piaccia o meno McCurry è una questione del tutto personale, non un giudizio apodittico. Però mi stupisco degli emuli, non sono pochi. Lo stile McCurry è copiatissimo da chi fa una vacanzina in terre lontane, e poi tornando a casa tende, più o meno involontariamente, a spacciarla per reportage etno/ antropologico.

Ando Gilardi quando in “Meglio ladro che fotografo” scrisse “non fotografare…” non poteva immaginare che ci sarebbero stati tour operator in grado portare gruppi di fotografi ad immortalare gli ultimi cannibali o importunare l’ossuto, barbuto, coloratissimo santone indiano, o peggio ancora il bambinello sporco con gli occhi grandi grandi e lacrimosi!

Queste foto piacciono, ricevono menzioni in contest, per me sono deteriori, inammissibili. Capisco che potrebbero avere senso in un articolo, ma questi ritratti del tutto decontestualizzati, sbattuti su un social, non riesco a digerirli, non ho sufficiente alka-selzer.

Post-ghirriani dell’ultima ora e McCurryiani convinti mi portano sempre più a pensare che ci sia molto da imparare da persone che non pretendono di insegnare niente. Fotografi… o dovrei dire fotografe, perché spesso sono donne?

 

© Carmen Foti. Mamuthones

 

Però sono prima di tutto persone, sensibili, attente, come Anna Calabrese, come Stefania Vitale, o come Carmen Foti che con sguardo ironico ha saputo trarre dai suoi viaggi, per esempio dalla sfilata dei Mamuthones, del carnevale di Mamoiada in Sardegna, immagini piacevoli di momenti minori ma interessanti.

 

© Carmen Foti. Mamuthones

 

Così è stato recentemente per la processione dei Misteri a Procida, dove come in tutte le processioni della Passione il rischio di cadere nel troppo visto è grande.

La processione dei Misteri a Procida avviene ogni anno il venerdì santo dall’alba a mezzogiorno.

 

© Carmen Foti. Messa del Venerdì Santo. Procida

 

Varie foto sono state scattate nel pomeriggio, quando avevano già smontato alcuni carri e stavano traslocando le statue del Cristo Morto, della Madonna addolorata e di altri personaggi della Via Crucis.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

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