La Fotografia tra Documentazione e Arte

Qualche giorno fa, in un post, l’amico Enrico Cocuccioni ha introdotto un argomento che se pur spesso dibattuto resta interessante:

Gianni Berengo Gardin: «La fotografia non deve interpretare la realtà ma documentarla».

Franco Fontana: «La fotografia non deve documentare la realtà ma interpretarla».

Due maestri. Due tesi diametralmente opposte…”

Qui interviene in modo sintetico l’amica Cristina Mesturini: “attraverso il medium fotografico si può esprimere un pensiero concettuale, artistico, oppure fare reportage, documento. Sono finalità opposte che però finiscono per  intrecciarsi. Non c’è foto-documentazione senza un pensiero personale, e non c’è fotografia artistica che non sia anche testimonianza.”

Dunque due approcci alla fotografia, diametralmente opposti, possono essere entrambi ugualmente validi? Penso di sì. A me piace fare fotografie sospese tra la documentazione e l’emozionale, non ambisco all’arte. Molti anni or sono, nel 1964, ero quasi bambino, un artista, Saverio Fracasso mi fece un disegno con biro colorate nell’album dei ricordi, scrisse accanto: “se vuoi puoi vederci tua nonna , se ci sei affezionato – Per me è un disegno, quasi astratto.” Fu un insegnamento importante.

Forse solo in matematica o solo in geometria esiste un unica soluzione di un problema che porta, se risolto, alla formulazione di un teorema.

 

© Giorgio Rossi. Piccola fotografia domestica: lights intersection

 

Teorema in greco significa: ciò che si guarda, su cui si specula (θεώρημα). Un teorema è una proposizione che, a partire da condizioni iniziali arbitrariamente stabilite, trae delle conclusioni, dandone una dimostrazione. I teoremi svolgono un’importantissima funzione nella matematica, nella logica, in alcune filosofie e in generale in tutte le discipline formali.

Mi piace pensare che praticare la fotografia sia un poco come cercare di risolvere un problema.

Ho scritto tempo fa a proposito delle regole che secondo me la fotografia non è un ambito dove esistano regole precise, è più una questione di relazioni non matematiche. La Fotografia “in sé” forse non può nemmeno esistere come concetto ed in ogni caso non è una scienza esatta. Possono appartenere alla scienza esatta gli strumenti, non le idee, non i concetti, quelli allo stato attuale sono per più aleatori o quasi.

Nel concreto, ogni qualvolta ci troviamo di fronte al desiderio o alla necessità di scattare una fotografia ci troviamo di fronte ad una sorta di problema da risolvere.

Un problema che in una frazione più o meno breve di tempo ci pone davanti alla scelta di una valida  soluzione da trovare, a fronte di infinite possibili. Una soluzione che spesso esce da un insieme di due soluzioni che convergono per il risultato finale.
Una, diciamo così,  più matematica ( che tempo? Che diaframma? ecc. ) l’altra più personale, concettuale.

La soluzione da trovare  deve essere soddisfacente sia a livello “ matematico” o meglio dire tecnico, sia a livello concettuale e personale. Però di solito non basta che la soluzione, oltre a essere soddisfacente a livello tecnico, sia soddisfacente a livello personale, deve essere una soluzione interessante anche per altri, per gli osservatori.

Sempre se si intende con una fotografia comunicare qualcosa ad un osservatore, è opportuno stimolare nell’osservatore una qualche reazione anche solo emotiva, non voglio parlare necessariamente di messaggio o di racconto.

Qui, come direbbe Snoopy, l’intreccio si infittisce. Credo che ognuno debba trovare la propria soluzione, sia come autore, nello “scrivere” una fotografia. Sia, come osservatore, nel leggerla.

 

© Giorgio Rossi. Ci vuole un fisico bestiale

 

Parafrasando la definizione di teorema, potrei dire che “una fotografia è una azione che, mediante l’influsso e la partecipazione  della luce, a partire da condizioni iniziali arbitrariamente stabilite, porta a  delle conclusioni, dandone una dimostrazione evidente a tutti.”

Beh carina, che dire, me la metto da parte, hai visto mai che diventassi un guru della fotografia. Magari posso sciorinare l’aforisma di mattina presto quando un lettore è ancora inebetito dal sonno, prima che si svegli con un buon caffè.

Ricordate il guru dei Beatles Maharishi Mahesh Yogi? È morto nel 2008… Chi non seguì lui poi divenne seguace di Sathya Sai Baba. Anche lui morì, nel 2011, però prima di trapassare morse parecchio, pare che sotto sotto fosse avidino, in ogni caso doni ne accettava volentieri. Ne son passati di annetti, credevamo di esserci salvati…. E invece NOOO. Ogni tanto, scorrendo un social  rispuntano Guri e Papesse  (i Guri sono solo maschi, penso che invece di Gura vada meglio dire Papessa).

Beh non dovremmo vedere, non dovremmo leggere, dovremmo  passare oltre. Quindi vediamo, leggiamo, ma non è detto che restiamo illuminati , che avvenga il miracolo.

Tuttavia come guru Ando Gilardi secondo me al confronto con Sai Baba regge, anzi reggeva. Sathya Sai Baba (  23 novembre 1926 – Puttaparthi, 24 aprile 2011), Ando Gilardi (8 giugno 1921 – Ponzone, 5 marzo 2012) erano quasi coetanei.

 

Ando Gilardi

 

Io mi applico ma sono ancora lontano dalla meta. Però mi  domando, perché abbiamo tanto bisogno di veggenti, di letture, di oroscopi, di guru, perché proprio ora, perché alla nostra età? Non siamo più ragazzini!

Sta di fatto che ogni mattino corriamo alla corte di un guru per leggere avidamente una qualche possibile novità e ne ascoltiamo l’eventuale verbo. Capita che siano   considerazioni assolutamente opinabili, però scritte con sicumera tale da sembrare  inoppugnabili, incontrobattibili.

Del resto chi dissente viene immediatamente bannato. Di conseguenza è una pioggia di like.

Però non è questo che mi perplime ( bello eh il verbo perplimere!). È che più o meno da quanto mi interesso di fotografia, circa 40 anni, i discorsi sulla Fotografia ruotano intorno agli stessi argomenti, anche se con la novità, prima della fotografia digitale, attualmente delle AI, si propongono in modo diverso, ma in fondo è “ estetica” non sostanza.  Così, tornando al post di Enrico Cocuccioni commento:  guai se la fotografia fosse solo una cosa o solo un altra, sarebbe una fotografia assai limitata. La fotografia fortunatamente è molteplice, può essere una cosa e esattamente l’inverso.  A parte il tono del mio intervento, scherzosamente perentorio, insomma un poco da guru,  la fotografia è così, secondo me, secondo molti.

Il problema sta nel suo essere analogica, tutta, ma un pessimo analogo, simile al reale ma non il reale. Rappresentazione, quindi soggetta ad interpretazioni personali, tanto nel avvenire quanto nel venire interpretata.

 

© Giorgio Rossi. Un minuscolo accenno di colore su un orizzonte evanescente

 

Al dunque il focus della mia disquisizione non sta nell’essenza della fotografia, piuttosto nella considerazione che nel modo di intenderla nel corso degli anni è cambiato poco o nulla.

Penso che il problema da affrontare sia insito nella natura umana, quindi più o meno irrisolvibile. La natura umana mi sembra non evolvere più di tanto, anche se fasi storiche diverse determinano conseguenze, a volte non leggere. Tutti abbiamo, da sempre, bisogno di venir rassicurati, accuditi, coccolati. Come fotografi abbiamo bisogno che il mezzo che usiamo ci rassicuri, consenta risultati ripetibili, sia affidabile. È meglio una reflex Zenit o una Nikon?

È solo un piccolo esempio, ce ne potrebbero essere molti altri. Però nel reale a suo tempo una committenza, quale essa fosse, oppure anche solo i consigli di un ristretto numero di amici esperti, magari potevano aiutarci a mettere i paletti per delimitare e direzionare il nostro operato.

Poteva anche essere un limite che andava stretto, dal quale si desiderava evadere, come fu al Misa per Giacomelli l’influenza dei fratelli Cavalli. Bastava aver ali sicure per decollare. Erano comunque rapporti diretti, nel reale, in cui anche la comunicazione non verbale, il linguaggio del corpo, avevano una notevole valenza. Posso dire una cosa con voce seria, severa, e nel contempo mostrare una mimica facciale sorridente, il mio interlocutore capirà che sto scherzando. Cosa che diventa difficile da comprendere leggendo questo testo scritto, o pensieri in un social.

 

© Giorgio Rossi. Americars

 

Ci stavamo abituando anche a questo, forse iniziavano deboli progressi di comunicazione nel social, quando si abbatté su di noi la scure del Covid. In quel frangente credo molti siano partiti per la tangente, uscendone destabilizzati. I principi di autorevolezza e rispetto dell’esperienza altrui sui social valgono sempre meno.

Ci arrivano continuamente dai social notizie e voci assolutamente difformi e dissonanti, difficile farsi una opinione personale, più facile accodarsi al carrozzone che sembra vincente ed applaudire. I social possono essere ottimi  media per  promuovere un consenso, indirizzare scelte di ogni genere, anche di voto. C’è anche a volte, si sta diffondendo, la sottile sgradevolissima sensazione di venire presi per i fondelli.

Un esempio? Secondo il report “The return of the cruise” pubblicato nel 2023 dall’ong Transport&Environment, nel 2022 le 218 navi da crociera presenti in Europa hanno emesso più ossidi di zolfo di 1 miliardo di automobili, ovvero 4,4 volte di più di tutte le automobili circolanti nel continente (253 milioni).

Devo vendermi l’auto a benzina, rimanere senza, dato che non posso comperarmene una nuova meno inquinante? Gli scienziati affermano che entro il 1935 ci saranno solo auto on demand. In tv si vedono splendide pubblicità di auto che percorrono strade deserte, possono essere vostre a 179€ al mese… non dicono per quanti anni. Non sarebbe più efficace intanto proibire queste crociare nelle quali si inquina per divertimento? Evidentemente no.

Questa e altre situazioni diffuse possono portare a reazioni un po’ anarcoidi, da furbetti del quartierino, oppure spingerci ad aderire a tendenze autoritarie che ci limitano nella libertà, ben mascherate sotto il mantello di una amorevole democrazia derivata da un consenso adeguatamente stimolato.

 

© Giorgio Rossi. Shining

 

Loro non hanno incertezze, sanno bene come tirarci fuori dalla questa situazione di paura latente che viviamo nei confronti del diverso o di chi viene da lontano, o per i possibili danni causati dal cambiamento climatico.

Tutto ciò può sembrare lontano dalla fotografia, ma non lo è, la fotografia è lo specchio perfetto del reale che ci circonda, sia quella di “documentazione” che quella che aspira all’arte. Insomma dobbiamo renderci conto, con i nostri occhi, con le nostre capacità interpretative, del sociale in cui siamo immersi, anche se intendiamo trasfigurarlo o sublimarlo in arte.

Un esempio? Mettiamo i Pride diffusi in varie città. Sono davvero divertenti a fotografare, ne escono foto piacevoli, simpatiche. I soggetti collaborano, sorridono, sono apparentemente felici di farsi ritrarre. Pride vuol dire questo, è l’orgoglio sereno di essere “diversi”anche se si viene accettati come diversi solo nel corso di un Pride.  Però vedendo molti foto di Pride ho la sgradevole impressione che per il fotografo fosse come andare allo zoo. Il fotografo da una parte, i manifestanti dall’altra, nessun vero dialogo, nessuna comunicazione, nessuna voglia di coinvolgersi.

Allora che fare?  Forse, se non ci viene in mente niente, non resta altro da fare che intonare insieme la Preghiera del Fotografo:

 

“Santa Veronica che sei nei cieli, sia santificato il rullino,

sia maledetto il regno delle schede SD, sia fatto ogni scatto in nome tuo,

meglio in analogico che in digitale.

Dacci oggi il nostro workshop quotidiano, nascondi alla Gerit i nostri debiti

e non abbandonarci alla tentazione di fotografare barboni, ma liberaci dall’ HDR”

Amen.

 

 

 

© Giorgio Rossi. Un bianco e nero croccante

 

Ahh ma se ce ne sono altri che come me scattano in digitale, che devono fare ?

In questi ultimi mesi mi pare di avvertire un poco di stanca, di rassegnata svogliatezza, in ambito fotografia documentaria e forse un poco meno per l’ambito della fotografia che aspira all’arte. Se si documenta si desidera che quanto documentato viaggi, venga pubblicato, susciti reazioni positive. Diventa sempre più difficile. A fronte di spese di stampa non indifferenti, finita una esposizione rimangono stampe che invadono spazi preziosi in casa.

Ovviamente anche in ambito artistico non si riesce normalmente a  vendere alcunché, rimane però la soddisfazione di venire considerati artisti dagli amici e dell’avere avuto la possibilità di esprimersi senza restrizioni o condizionamenti.

 

Giorgio Rossi. Scatto alla Torre

 

Penso che sia indispensabile da parte del fotografo, stringere i denti e perseverare, portare avanti col suo operato una sorta di impegno sociale e civile, che può essere tanto in ambito documentativo che artistico. Può essere come gettare un sasso nell’acqua di uno stagno immobile, si provocano ondine di reazione.

Da parte dell’osservatore, se veramente gli piace una foto, sarebbe il caso che mettesse mano al portafoglio e l’acquistasse.

Capisco che è un impegno non indifferente, fatelo per la Fotografia, esattamente come lo faccio io, nel mio piccolissimo, scrivendo questi pensieri sbilenchi. Un poco di sano idealismo non è mai sciocco, mai inutile.

A questo proposito mi torna alla mente il testo di una celebre canzone di Joni Mitchell: For Free. Il testo della canzone è veramente commovente. Descrive una sua passeggiata, un suo soffermarsi ad ascoltare un clarinettista nella strada, che suonava molto bene, per la gente che passava:

 

… I was standing on a noisy corner

Waiting for the walking green

Across the street he stood

And he played real good

On his clarinet for free…
… Nobody stopped to hear him

Though he played so sweet and high.

They knew he had never

Been on their T.V.

So they passed his music by

I meant to go over and ask for a song

Maybe put on a harmony

I heard his refrain

As the signal changed

He was playing real good for free…

 

Nel 1983 in un concerto dal vivo, si sentì di aggiungere qualche riga:

 

…Playing like a fallen angel, playing like a rising star, playing for a hat full of nothing to the honking of the cars.

 

Che siamo angeli caduti o stelle nascenti continuiamo a fare la nostra fotografia per un cappello pieno di nulla, mentre osservatori passano indifferenti, continueremo a farlo “for free”, per la fotografia.

Almeno lo spero.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

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