Recentemente il mondo del web è stato travolto da una miriade di fotografie/notizie interessanti. A volte accolte auspicando che entrassero nella storia della fotografia. Altre volte, diffuse, moltiplicate, rapidamente nel web come una folata di bora, sono diventate dei memi. Il mio intento in questo articoletto è in parte il soffermarmi su una singola immagine, cercare di capire in cosa ci ha colpiti. In parte, più generalmente, cerco di capire come oggi venga percepita una quasi qualsiasi immagine fotografica.

Ai tempi della diffusione su giornali e rivista cartacee ogni fotografia era un dato certo, una documentazione, per lo più illustrazione legata a un testo, un articolo, per asseverarlo. Era lì. Veniva subita, non agita. Poteva incidere sulle nostre coscienze private, diventare personale bagaglio visivo o, acquisendo un significato più ampio, poteva diventare icona e entrare a fare parte dell’immaginario collettivo.

L’interpretazione critica di una fotografia di documentazione era rara, insieme al testo che illustrava attestava una verità, non necessitava spiegazioni, era auto-evidente o così doveva sembrare. C’erano critici autorevoli, spiegavano fotografie ed autori, i perché e i come di un Giacomelli, di un Ralph Gibson, di un Duane Michals, ecc. ma avveniva più che altro in ambito di fotografia “artistica”. Il passaggio da fotografia documentativa a icona se avveniva era lento, inconsapevole.

 

 

Oggi in ambito webbico siamo tutti più o meno uguali, tutti reporter, giornalisti e critici autorevoli o improvvisati. Desideriamo la stabilità di un’icona, una fotografia che resti nel tempo.

Recentemente c’è stato il WPP (World Press Photo). La foto vincitrice è stata scattata dalla fotografa palestinese Samar Abu Elouf, una reporter preparatissima, profonda e forte, anche sorridente, con 10 anni di carriera alle spalle. Anche lei evacuata da Gaza a dicembre 2023, vive a Doha. Qui è entrata in contatto e in confidenza con numerose famiglie, documentando chi, ferito, è riuscito a scappare vivo da Gaza.

Il ragazzino è messo in posa, sfondo e luci studiate. Può richiamare concetti estetici, concettuali. Si può ipotizzare che l’autrice abbia avuto come riferimento certe statue greche, senza braccia. Può essere avvenuto a Gaza, sicuramente è avvenuto a Gaza, come foto singola potrebbe aspirare a diventare un’ icona degli orrori di  tutte le guerre. Probabilmente nell’ambito di di un progetto, in un insieme di foto avrebbe una valenza diversa, sarebbe contestualizzata.

 

“Mahmoud Ajjour, Aged Nine”. © Samar Abu Elouf (The New York Times), vincitrice assoluta del World Press Photo 2025. West, Central, and South Asia/Sinlges

 

La lettura che ne da Edoardo Agresti nel suo blog è interessante. Tra le altre cose scrive: È come se la tragedia dovesse rispondere a determinati canoni estetici per “funzionare”.

Tutto ciò porta da un lato a pensare alla influenza che desidera avere il WPP nella evoluzione del foto-giornalismo, alla strada  che vuole indicare. Dall’altro lato spinge all’autoanalisi: che foto di documentazione attualmente sopportiamo visivamente? Mi vengono in mente altre foto tratte da reportage, diventate icone.

Kim Phuc Phan Thi, aveva nove anni quando l’8 giugno 1972 fu immortalata dal fotografo dell’Associated Press, Nick Ut, a Trang Bang, in Vietnam, mentre, terrorizzata e nuda, fuggiva dalle bombe al Napalm. Oppure il generale sudvietnamita Nguyễn Ngọc Loan, capo della polizia nazionale, che spara alla testa di un prigioniero ammanettato, Văn Lém, sospettato di essere un Viet Cong, un guerrigliero del nord. Anche molte altre. Indubbiamente coglievano l’attimo fuggente, quello che stava accadendo davanti all’obiettivo del fotografo, il reportage era questo.

Attualmente spesso il reportage è diverso, l’azione la fanno vedere in video in diretta. La lettura fotografica di un evento è diventata una sorta di approfondimento, di ripensamento, diverso… se c’è. Il ritratto realizzato dalla reporter Samar, mostra quello che è stato, non quello che sta accadendo davanti all’obiettivo. Forse abbiamo bisogno di questa estetica del dolore  per non voltare la testa dall’altra parte, per soffermarci un momento a pensare.

A questo proposito un altro esempio interessante è il ritratto di Adam Pearson scelto dal famoso fotografo Nadav Kander per partecipare al WPP. La giuria, avendo richiesto il file originale, ha constatato che era stato manomesso. In pratica il fotografo aveva ritoccato alcune pieghe sul fondale, che lo disturbavano visivamente. Nulla che alterasse in senso della fotografia, tuttavia la foto è stata rifiutata dalla giuria.

Il commento di Nadav: “La foto mi rende orgoglioso. Non ho nulla contro questo tipo di concorsi, danno visibilità agli artisti (soprattutto se danno visibilità ai giovani). Spero solo che riflettano sul loro processo di selezione. Non si può applicare una regola a tutto nell’arte quando non ha alcuna attinenza con l’immagine.”

 

Screenshot

 

Una critica al processo di selezione è giusta, però non capisco di cosa vada fiero nell’aver scattato quella foto e la capisco ancor meno come arte. Che sia stato disturbato dalla piega del telo di sfondo, sino a eliminarla in post-produzione, nonostante sapesse quanto ciò fosse contrario alla regole del WPP, chiarisce in ogni caso il desiderio di estetica dell’autore. Adam Pearson, come si può vedere nel catalogo di Getty images, è un attore britannico affetto da neurofibromatosi di tipo 1, una rara malattia genetica che provoca la crescita di tumori benigni sulla pelle. Partecipa a film, awards, eventi e pubblicità.

Freaks, 1932, mise in scena le storie di molti fenomeni da baraccone, era normale esibirli e deriderli, Charles Albert Browning Jr.  ne mostrò i sentimenti, la vita, romanzata o no vai a sapere. Forse portò a riflettere sul fatto che sia giusto o meno esibirli.

Nel 1972, l’artista Gino De Dominicis suscitò grande polemica alla Biennale di Venezia con l’installazione di un uomo affetto dalla sindrome di Down, seduto su una sedia, definita “Seconda soluzione di immortalità (l’universo è immobile)”. L’opera, inizialmente prevista per essere parte della sua mostra, fu invece chiusa per le critiche e le contestazioni che seguirono. Per dire che non vedo alcunché di nuovo, artistico o trasgressivo nella fotografia di Nadav.

 

 

Recentemente, al funerale di Papa Francesco una troupe televisiva ha ripreso Trump e Zelens’kyj mentre si fermavano a discutere tra di loro comodamente seduti uno di fronte all’altro.

Qualche commentatore scrisse che la fotografia diffusa sarebbe diventata un’icona, che l’evento sarebbe passato alla storia. Vai a sapere cosa si dissero di tanto importante!

L’evento riportato da ogni giornale fu occasione di qualche dibattito televisivo. Tutto già dimenticato ma per giorni i social furono invasi da meme satirici.

 

 

Anni addietro non era facile fare fotomontaggi satirici ben riusciti e sopratutto era impossibile diffonderli rapidamente a macchia d’olio, venivano pubblicati solo da giornali. Bene? Male? Vox populi vox dei, forse semplicemente disincanto.

Il meme ha vinto sul desiderio d’icona. I memi sono elementi culturali o di un sistema di comportamento, trasmessi da individuo a individuo per imitazione. Probabilmente non sono solo questo, sono anche desiderio di agire l’informazione, di esserne protagonisti e non subirla passivamente, sono i memi a dare importanza e valore ad una informazione visiva. Aiutano in parte ad esorcizzare la AI, da molti avvertita come pericolo. Tutto può diventare relativo, tutto scorre. Fotomontaggi e immagini interamente realizzate in AI, i memi vanno meravigliosamente a braccetto con i social media.

 

 

“I social media sono una piattaforma per la comunicazione, i memi sono un modo per esprimere un’idea culturalmente rilevante.  Un meme è un’immagine o un video che rappresenta i pensieri e i sentimenti di un pubblico specifico.”

Sono controinformazione, per lo più anonima, rispetto alla cultura ufficiale, quindi bonariamente rivoluzionari. A volte è difficile distinguere tra informazione ufficiale e controinformazione, come nel caso della foto di Trump vestito da Papa. Sembra provenire dal sito ufficiale della Casa Bianca.

A volte possono essere anche  semplicemente pubblicità. Se non esiste documentazione fotografica in pochi minuti si può costruirla abilmente in AI, come nel caso di Re Carlo che addenta una piadina romagnola.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 


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