La Fotografia tra Credenze e Boiate.

Il fascino discreto della latitudine di posa

Nicèphore Niepce in quell’ormai lontano 9 agosto del 1826 si mise sicuramente d’ impegno per scattare la prima fotografia della storia, la famosa “Vista dalla finestra a Le Gras”. Ci vollero otto ore di esposizione, era mercoledì, non aveva altri impegni lavorativi. Segnò inconsapevolmente il destino dei futuri fotografi professionisti che come lui, non avendo né arte né parte, e scarsissima voglia di fare un qualsiasi mestiere o professione seria ed apprezzata decisero di inventarsi un lavoro per passare il tempo.

Sia quel che sia Niepce sicuramente non era consapevole di stare realizzando la prima fotografia analogica della storia. Svariati anni dopo degli scienziatoni si misero a pensare di realizzare fotografie digitali. Seguendo l’etimologia, il termine deriva da “digitus” (dito), si potrebbe pensare a una fotografia fatta con le dita, sarebbe stato davvero meraviglioso. Comunque nel suo significato tecnologico, il termine è transitato attraverso l’inglese, digit significa cifra numerica. In questo caso si tratta di un codice binario, un sistema numerico che contiene solo i numeri, 0 e 1. Praticamente o sì o no, nel mondo digitale non esistono mezze misure.

È questa la colpa, il peccato originale, del mondo digitale. Il mondo analogico ha millanta interessantissime sfumature, non si limita a sì o no.

Tecnologicamente la faccenda è alquanto complicata, non vi do nemmeno i link tanto non leggereste. Tuttavia, concettualmente, secondo me, è con la fotografia digitale che nasce anche quella analogica, sono opposti  e complementari.

Come fotografi o si è nati e cresciuti in era “analogica” o si è “nativi digitali”.

 

Daguerreotype. Atelier Daguerre (1837)

 

A partire dalla nascita della fotografia sino poco oltre il 1920 le macchine fotografiche sono state totalmente manuali e meccaniche. L’hobby della nascente fotografia era praticato da signori e signore per lo più con buona competenza di chimica. Personcine benestanti e testarde che avevano tempo da perdere per cercare di raggiungere sperimentalmente un risultato accettabile. Adottavano materiali strani, a volte pericolosi, per sensibilizzare e sviluppare lastrine di metallo o altri supporti. Per esempio vapori di mercurio seguendo la tecnica messa a punto da Daguerre (1840).

Le fotocamere per la dagherrotipia erano composte da una scatola di legno, una fessura per la lastra di rame sul retro e frontalmente un obiettivo fisso, f/11 o f/16. non c’era nemmeno l’otturatore, per interrompere l’esposizione si rimetteva il tappo sull’obiettivo o si usava più elegantemente un cappello.

 

 

Presto arguti industriali compresero che da quel hobby elitario si sarebbe potuto guadagnare qualcosina se fosse diventato di massa. Così con lo slogan “Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto” George Eastman, fondatore della Kodak, promosse nel 1888 la prima fotocamera destinata a essere usata anche da non professionisti in vendita con pellicola già montata. Nel contempo venivano prodotte le prime fotocamere a soffietto.

Sulla scatola dei rullini erano stampati i consigli per l’esposizione. Oh anche se si sbagliava un poco l’esposizione non era grave. C’era un margine di errore accettabile, venne conosciuto come “latitudine di posa”. Ci vollero anni prima di avere strumenti precisi per calcolare l’esposizione corretta. I primi esposimetri, intorno al 1929, erano delle specie di piccoli cannocchiali, funzionavano ad “estinzione”. Curiosi eh?

 

esposimetro ad estinzione

 

Intorno ai primissimi anni’30 vennero prodotti da Weston e Gossen i primi esposimetri con un circuito elettrico collegato ad una cellula al selenio sensibile alla luce. Contemporaneamente nacquero diatribe feroci intorno al come dovessero venire usati. Da quei tempi sino ad oggi gli esposimetri si sono evoluti tecnologicamente, le diatribe sono rimaste immutate.

Interessante notare che ci sono voluti circa 100 anni per avere materiali sensibili, fotocamere e strumenti di misurazione affidabili. Ci vollero ancora anni perché tutto ciò oltre che affidabile fosse anche pratico, inserito nel corpo della fotocamera, ma grazie ai prodigi della elettronica il progresso fu più rapido.

Tra la metà e la fine degli anni 60’ tutte le reflex 24×36 prodotte da varie case hanno la un esposimetro interno con misurazione TTL (Trought The Lens. Attraverso le lenti) e TA (Tutta Apertura: c’è una simulazione della chiusura del diaframma che permette di misurare l’esposizione a diaframma aperto, si chiude effettivamente  solo nell’attimo dello scatto.)

“Nel 1967 fu presentata la prima reflex automatica a priorità di tempi, la Konica Autoreflex T, dove veniva scelto il tempo e la macchina impostava automaticamente il diaframma. Nel 1971 l’Asahi Pentax presentò una moderna macchina con otturatore elettronico e priorità di diaframmi: la Pentax ES (Electro Spotmatic).”  Anche Nikon  scelse l’automatismo a priorità di diaframmi, presentando  nel 1972 la Nikkormat EL, (EL sta a significare Electronic).

L’otturatore elettronico per il suo preciso controllo della velocità del tempo di scatto divenne indispensabile, come contropartita aumentava il consumo della batteria. Se scarica funzionavano con un solo tempo di scatto: 1/125.

Per seguire la rapidità delle evoluzioni tecnologiche è interessante soffermarsi sulla produzione dellla Nikon,gli altri brand fecero scelte più o meno analoghe. Intorno all’inizio degli anni ‘80, Venne introdotto l’autofocus.

 

Nikon F3 AF

 

Portò complicazioni non da poco sia nella costruzione delle fotocamere che degli obiettivi. La Nikon F3AF, di 40 anni or sono era accompagnata da due sole ottiche AF, progettate per colloquiare col pentaprisma elettronico attraverso una serie di contatti, una sorta di sgraziato elefante apripista.
La strada era segnata. Nel 1986 esce la Nikon F-501.

Corpo in policarbonato, addio alla leva di carica, motore avanzamento incorporato, vari automatismi di esposizione, autofocus. Similmente la Canon con la EOS 650 del 1987.

La tecnologia di base c’era, venne affinata gradualmente, ci vollero ancora circa15 anni per eliminare quell’ormai anacronistico rullino e concepire, nel 2003, una più che discreta fotocamera digitale da 6,3 megapixel, la Canon EOS 300D, adatta ad una diffusione di massa. Il “nativo digitale” nasce come fotografo intorno a quegli anni.

Chi ha iniziato in era “medio analogica” si è abituato gradualmente alle evoluzioni tecnologiche, ne ha capito il senso, ha scelto quelle che potevano tornare utili in relazione alle sue esigenze.

Il nativo digitale è è come un bambino che ha tutto e subito, ma non sa bene cosa farci.

Nadar diceva: La teoria fotografica si impara in un’ora; le prime nozioni pratiche in un giorno. Verissimo ma c’è un divario enorme tra queste poche informazioni di base e il libretto di istruzioni di una qualsiasi digitale. Un tomo ostico, tutto da interpretare, peggio della Divina Commedia, però non c’è Benigni che te lo spiega in modo piacevole. Le informazioni di base sono fondamentali ma bisogna digerirle bene per riuscire a capire i nessi con le complicate impostazioni delle attuali fotocamere digitali.

Tanto per dire, il libretto istruzioni della mia Fuji X-E2 è di 120 pagine, scritte con caratteri corpo 8, ci vuol la lente d’ingrandimento per leggerle. Spiega sinteticamente come impostare una funzione ma non spiega a cosa serve. Vuoi usare l’automatismo A, priorità di diaframma? Si fa così. Se vuoi capire a cosa serva devi cercare con Google altre letture. Per non impressionare il cliente all’atto della vendita con un tomo indecifrabile e perché stampare il libretto costa, attualmente spesso il libretto completo si scarica on-line.

È normale che da pare del neo-utente subentri il rifiuto, quindi si mette da parte il libretto e si esce a fotografare. Si sperimenta con l’approccio Trial & Error. Se non si capisce dove è occorso un errore come si fa a correggerlo?

Allora, vuoi perché vintage è bello, vuoi perché le fotocamere di quella lontana era analogica sono affascinanti nella loro essenzialità, vuoi perché le usano il cugino e qualche amico, vuoi perché tutti i grandi  e famosi fotografi professionisti di quei tempi hanno usato quelle fotocamere, si viene attratti dallo sperimentare l’analogico.

Il libretto istruzioni della mia prima fotocamera, la Pentax SPF?

In 20 pagine, compresa copertina, c’è spiegato chiaramente tutto, come si impugna la fotocamera, come si inserisce il rullino, dove premere per scattare una foto, ecc. come non rimanere affascinati da questa essenzialità? Da lì a pensare che ogni automatismo in una fotocamera digitale o tardo analogica non serva a nulla, che, analogico o digitale, è più professionale fotografare in “tutto manuale”, il passo è breve. Non me ne meraviglio, i terrapiattisti sono assai diffusi.

Se a quei tempi tutti fotografavano così è perché non c’era altro modo. Attualmente molti fotografi professionisti usano vari sistemi di esposizione e messa a fuoco automatica, provate a chiedere a chiunque faccia  fotografia sportiva se ci rinuncerebbe. Insomma le credenze su cosa sia professionale, cosa no sono per lo più boiate pazzesche.

C’è un “tema” che per lo più non viene mai affrontato quando ci si addentra nella tecnica: La latitudine di Posa.

In poche parole è il margine di errore ammesso e ricuperabile, in fase di sviluppo, o di stampa. Grazie allo sfruttamento della latitudine di posa la famosa scatoletta Kodak n.1 permetteva a chiunque risultati accettabili se non addirittura buoni, senza attuare alcuna regolazione e senza conoscere nulla di tecnica. Da quei tempi remoti all’attuale smartphone è sempre stato così. Il rigore tecnico/scientifico, l’esperienza, servono a cercare di ricuperare errori di esposizione in fase di ripresa.

 

 

La fotografia non è una scienza del tutto perfetta, aspira tuttavia alla perfezione. Nascoste dietro una surface evidente a tutti ci sono competenze scientifiche e di chimica impressionanti.

Dobbiamo averle nel nostro bagaglio di fotografi? La maggior parte dei fotografi professionisti affidava lo sviluppo delle pellicole B/N e la stampa ad un esperto stampatore.

Per le pellicole colore, praticamente tutti ricorrevano a un laboratorio. Non che fosse impossibile il fai da te, ma non te lo pagava nessuno, era tempo sottratto alla produzione di fotografie da vendere a un committente.
La latitudine di posa di una pellicola è strettamente legata alla gamma dinamica, che indica il range massimo di luce che una pellicola è in grado di registrare senza perdita di dettagli. Concretamente la latitudine di posa si misura in stop, diaframmi. Per le pellicole B/N la latitudine di posa si aggira intorno a 3 stop in sotto esposizione e tre in sovraesposizione, sono davvero tanti! Per le diapositive a colori era di + o – 1 stop.

1/3 di differenza in più o in meno produce  nel risultato finale differenze  a malapena percepibili. Diventano più evidenti a ½ di stop, ancora più evidenti con una sovra o sotto esposizione di 1 stop. Tuttavia nel range massimo  di 3 stop in + o –  gli errori di esposizione sono sufficientemente  ricuperabili in sede di sviluppo negativo e successivamente di stampa. (Anche nella fotografia digitale è così.)

Nella  pratica   quotidiana in genere la gamma dinamica da registrare per lo più è spesso quasi standard, difficilmente veramente ampia. Differenziare nel risultato finale con  assoluta precisione tutte le sfumature di nero, grigio e bianco presenti nella scena ripresa non era e non è così importante. Può facilmente capitare che un osservatore percepisca come fiacca, senza carattere, addirittura grigia, una stampa con infinite sfumature tra il nero e il bianco. Le fotografie di Giacomelli piacciono moltissimo per i pochissimi gradini di grigio registrati tra il nero e il bianco.

In pratica i fotografi prima della diffusione degli esposimetri adottarono con successo la cosi detta regola del 16.

 

 

Eventuali errori potevano essere ricuperati dallo stampatore. Stava all’intelligenza del fotografo il non mettersi in condizioni di ripresa tali da produrre errori non ricuperabili. Dico intelligenza perché la regola del 16 si  trova stampata  anche attualmente all’interno degli scatolini in cui è venduta la pellicola.

Nelle Rollei era stampata sul dorso della fotocamera. Quindi in assenza di un esposimetro è intelligente adottarla, magari con piccole interpretazioni personali dettate dall’esperienza.

 

Rolleiflex. Guida all’esposizione.

 

Sì ma avendo un esposimetro, interno o esterno alla fotocamera? È assolutamente indispensabile tener conto che l’esposimetro è uno strumento preciso, sicuramente  attendibile, ma NON INDICA L’ESPOSIZIONE CORRETTA. Indica solo  l’esposizione necessaria restituire come tono medio quello che si è misurato. Provate a esposimetrare una parete bianca. Se scattate quando l’esposimetro vi indica che l’esposizione è corretta otterrete una parete grigio medio. Per riprodurla bianca occorre sovraesporre di almeno due stop.

In sostanza qualsiasi esposizione indichi l’esposimetro, se si fotografa in manuale o impostando un automatismo non cambia nulla, è sempre necessario interpretarne la lettura. A volte sovraesponendo a volte sottoesponendo.

Una marcata o anche lieve differenza di esposizione può avere una influenza notevole sul “mood”, influenza  l’interpretazione emotiva  di una foto osservata in stampa o a monitor. Usare un esposimetro interno, esterno, in lettura  a luce incidente o riflessa, spot, media o quant’altro dipende solo da cosa si trova più pratico.

Qualsiasi lettura vi indichi un esposimetro dovrete essere voi a interpretarla.

 

© Giorgio Rossi. Paesaggio. Vista. Punctum. Filtro rosso, sottoesposizione

 

Affermare che sia migliore o più professionale un modo o uno strumento è una boiata pazzesca.
Tutto quello che c’era di tecnico nella fotografia analogica è stato traghettato nella fotografia digitale, nel  modo più aderente possibile. La fotografia digitale non ha inventato nulla di veramente nuovo, ha solo sostituito  la pellicola con un sensore e una scheda di memoria.

Per un fotografo nativo analogico ci sono voluti anni per padroneggiare la tecnica e le evoluzioni, poi passare al digitale è  stato facile come bere un bicchier d’acqua. Per i nativi digitali che desiderino fare il percorso inverso è importante iniziare a sperimentare con il digitale, usandolo come se fosse analogico. Magari provare ad esporre in digitale seguendo la regola del 16.

Le attuali fotocamere digitali permettono di visualizzare il risultato della scelta di impostazioni direttamente nel display posteriore. Le mirrorless permettono di vedere già prima di scattare quale sarà il risultato, verrà come si vede nel mirino o nel display.

Può essere visualizzato anche l’istogramma, è importante che non abbia picchi nei neri o nei bianchi che eccedano la gamma dinamica, compresa tra 0 e 255. Il passo successivo è quello di comprendere cosa comporta una sovra o sottoesposizione, lieve o più marcata. Un istogramma perfetto  deriva da scelte di esposizione giuste, è un ottimo punto di partenza per ogni successiva elaborazione.

Quando saprete destreggiarvi bene in queste scelte tecniche sarà agevole traghettarle nella fotografia analogica, nella quale non avrete alcuna possibilità  di previsualizzazione dei risultati. In fotografia analogica vi accorgerete di errori gravi solo quando è veramente troppo tardi  per rimediare, sarete fortunati se la latitudine di posa permetterà di compensare errori non gravi.

 

© Giorgio Rossi

 

Un piccolo esperimento di sfruttamento della gamma dinamica in ripresa digitale, con un soggetto  che avevo a disposizione ieri sera. Desideravo non chiudere le ombre nelle zone sotto il tavolo e non sovraesporre i bianchi. Nessunissima post-produzione. Ho osservato l’istogramma e regolato in modo che la curva fosse più ampia possibile, senza  eccedere i limiti 0-255.

Obiettivo 16-50mm 3,5-5,6, economicissino. Lunghezza focale su apsc 48mm, ISO 800,  T. ½ f.5,6  programma esposizione a priorità  diaframmi,  correzione + 0,3 stop. Toni alti -1, toni ombre  -2, filtro giallo impostato.

Poi, per un risultato definitivo,  un pizzico di correzione in Gimp su livelli e leggera maschera di contrasto. Roba di 5 minuti totali.

Il pignolo di turno dirà che si ottengono risultati migliori riprendendo a colori e poi convertendo in B/N con mixer mono. Un altro pignolissiimo affermerà che meglio scattare in Raw, sviluppare, poi dare una ripassata in Photoshop. Può essere ma il senso è di ottenere out of camera un risultato soddisfacente.

Può servire ad acquisire il senso della luce e della trasposizione di un reale a colori in una rappresentazione in B/N. Sì possono anche fare molti altri esperimenti, scoprire la differenza tra un istogramma a “campana” e uno a sella.

Si può  provare a realizzare “in camera” delle fotografia high-key o low key per comprendere che il risultato  dipende da un soggetto adatto e dalla luce in ripresa, non può essere efficacemente realizzato solo in post produzione.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

© Giorgio Rossi. High key

 

 

 

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