La Fotografia non esisterebbe senza proiezioni, riflessi, specchi

Il mio prof di matematica e fisica al liceo aveva riflessi prontissimi e una mira infallibile. Appena un alunno si distraeva un attimo partiva il cancellino tondo, a chiocciola, ben intriso di polvere di gesso. Colpiva inesorabilmente la capoccia dell’alunno distratto.

Anche i fotografi, specie quelli che praticano la street, devono avere riflessi prontissimi, mirare con precisione l’attimo fuggente e colpirlo al volo per fermarlo per sempre. In fisiologia un riflesso è una risposta involontaria ad uno stimolo, mediata da elementi nervosi, che termina con una risposta.

Forse in parte è così anche per il fotografo, a volte si scatta quando lo stimolo visivo è ancora nel pre-conscio, altrimenti il tempo di reazione sarebbe troppo lungo, l’attimo fuggente non aspetta il fotografo.

Non è di questi riflessi che intendo parlare.

 

Henri Cartier-Bresson. Place de l’Europe. Gare Saint Lazare (1932).

 

Pensiamo all’occhio, alla visione. Esattamente come accade in una camera oscura, all’interno di una fotocamera, anche nell’occhio i raggi che passano attraverso il foro pupillare fanno sì che l’immagine esterna venga proiettata capovolta sul fondo dell’occhio, ossia sulla retina. Però a farci percepire tutto dritto, come deve essere per vivere a nostro agio ci pensa il nostro cervello, ribaltando tutto per benino.

Bene così, non ci accorgiamo di essere in piedi su una enorme palla, attaccati a testa in giù magari. In fondo il sopra e il sotto, il destra o sinistra sono concetti relativi, tutto sommato, non ci fossero formiche e zanzare, ce la vivremmo abbastanza bene.

Eppure senza questo complicato e affascinante gioco di proiezioni e riflessi, non ci può essere fotografia, non riusciremmo nemmeno a vedere.

Riflessi… reflex. Un gioco di specchi, geometria e fisica ineludibili e utilissime.

 

© Piergiorgio Branzi

 

Le fotocamere a banco ottico sono semplicissime, la luce entra esattamente come attraverso la pupilla degli occhi. Forma, mettendo a fuoco sul ground glass, il vetro smerigliato, una immagine ribaltata di sotto in su e destra sinistra.

Non è del tutto facile abituarsi alla questa visione. Se hai un oggetto vicino alla fotocamera e lo cerchi a tastoni per spostarlo un poco, continuando a vedere nel vetro smerigliato, non lo trovi dove pensi che sia, sta specularmente dal lato opposto!

Forse però tutto ciò serve a astrarci dal reale per  calarci meglio nella rappresentazione di quello che stiamo fotografando.

 

Arthur Tress. Girl with goldfish

 

Del resto ci si abitua sin da piccolissimi alle immagini speculari, guardandosi riflessi davanti a uno specchio, magari sorprendendosi le prime volte.

Poi crescendo si impara anche a truccarsi o radersi la barba, sebbene sia disorientante. Di solito non mi trucco e la barba la rado raramente, comunque per fare le cose per benino meglio andare da una estetista o dal barbiere.

Lo specchiarsi e il riconoscere la propria immagine come familiare, costituisce un passaggio necessario per la costruzione unitaria e coerente dell’immagine di sé, ha psicologicamente una importanza enorme per lo sviluppo  della propria personalità.

Solo di fronte ad uno specchio possiamo prendere visione intera del nostro corpo e di nostri particolari.

 

Weegee. Martha Raye Distortion

 

Ci vediamo e percepiamo come ci vedono gli altri. Ok sono bellissimo, perfetto, posso uscire. Tutto questo discorso è approfondito in modo esemplare in un articolo interessantissimo.

Quando usiamo lo specchio partiamo dall’assunto che esso «dica la verità» poiché è una protesi affidabilissima che consente di vedere sostanzialmente come siamo e come ci vedono gli altri, dà conferma della nostra esistenza corporea e impariamo ad utilizzarlo a livello percettivo e motorio perché  nel coro di anni, sin dalla prima infanzia, abbiamo familiarizzato con le regole della catottrica, la parte dell’ottica che studia i fenomeni di riflessione…

Ecco, lo so benissimo, non fate finta di no, avete sbarrato gli occhi leggendo di “Regole della Catottrica”. Tranquilli non ne sapevo nulla nemmeno io sino a oggi. Vedo già chi fa le spallucce e afferma sicuro: “le regole bisogna conoscerle per poterle scavalcare”… Ecco sì, è bene conoscerle ma non si possono assolutamente scavalcare.

La riflessione della luce è un fenomeno della fisica studiato nell’ottica geometrica. Secondo l’ottica geometrica il raggio luminoso si muove in linea retta anziché a onde, è una semplificazione usata per studiare i macrofenomeni della luce.

 

 

L’angolo di incidenza del raggio con la superficie riflettente è uguale all’angolo di riflessione del raggio riflesso. Inoltre, ed interessantissimo: quando una sorgente luminosa si trova davanti a una superficie piana e riflettente, come uno specchio piano, la luce viene riflessa dallo specchio dà l’impressione che ci sia un’altra sorgente luminosa oltre lo specchio, una immagine virtuale.

Prolungando il raggio luminoso nello spazio oltre lo specchio, il fascio converge in un punto simmetrico a quello della sorgente luminosa. Tutto ciò è esemplificato in modo perfetto, con disegni, nel testo citato. Le cose si complicano quando aumentano gli specchi.

 

 

Due superfici riflettenti piane poste una di fronte all’altra danno luogo a un tunnel di riflessi che ripetono all’infinito. Questo solo nel caso che gli specchi siano rigorosamente paralleli tra loro. A volte ne troviamo e fotografare stando tra i due specchi è un’occasione imperdibile.

Se i due specchi non fossero paralleli tra loro cosa succede? Anche quello che succede soggiace a regole geometriche precise, però inutile armarsi di goniometri meglio esercitarsi, provare, provare, provare, e poi ci si riesce bene.

D’altronde anche nel gioco del biliardo la palla che sbatte al bordo rimbalza seguendo le stesse regole. Insomma provando provando sono riuscito a farmi una “trifacciale” con due specchi.

 

© Giorgio Rossi. Trifacciale

 

Da bambino avevo un caleidoscopio, era una magia, ci guardavo dentro stupito di quella bellezza di colori, di forme geometriche, di pietre preziose. Un giorno volli aprirlo, carpirne i misteri segreti. Dentro c’erano solo due specchi di vetro e una manciatina di piccoli frammenti di vetro, coloratissimi, non avrei mai pensato che potessero dar luogo a tanta bellezza. Non riuscii più a rimetterlo insieme. Oggi quelli che si trovano sono fatti in finto vetro e plastichine trasparenti al posto dei frammenti di vetro.

La poesia non c’è più. Non bisogna mai guardare troppo dentro le cose, dentro le persone, meglio accontentarsi di quello che ti danno. Se ti danno un poco di felicità, anche solo per qualche istante, va benissimo.

 

© Giorgio Rossi. Caleidiscopio

 

Il più rudimentale caleidoscopio conosciuto è formato da un semplice tubo di cartone rivestito internamente di almeno due specchi (montati solitamente fra loro in modo da formare angoli di 60°). Nel caso di caleidoscopi formati da due specchi, la forma dell’immagine risultante all’occhio dell’osservatore ricorda un fiore a sei petali, è esagonale. Di questi sei settori uno è generato dall’immagine diretta dei frammenti di vetro. Il numero dei settori  dipende dal numero di riflessioni multiple che si hanno aggiungendo ulteriori specchi.

Questo vale per gli specchi piani, poi ci sono quelli concavi, quelli convessi.

 

 

Si tratta di oggetti curvi molto semplici che, per delle precise leggi ottiche, riflettono come una lente ultragrandangolare (se convessi) o ribaltano le immagini specchiate (se concavi e se l’osservatore non si pone oltre un punto detto fuoco).

Un po’ quello che possiamo osservare specchiandoci da un lato o dall’altro di un cucchiaio lucido.

 

 

Esistono forti teleobiettivi catadiottrici, caratterizzati  dala presenza di due specchi , uno concavo l’altro convesso, all’interno dello schema ottico. Questi elementi permettono di combinare l’effetto della riflessione a quello della rifrazione, così da ridurre anche di 2/3 la lunghezza fisica dell’obiettivo rispetto ai modelli solo rifrattivi di pari focale.

Inoltre ci sono specchi deformanti, Weegee (alias Arthur Fellig) ne ha utilizzati per fare dei ritratti caricaturali. Tutti gli specchi seguono le stesse regole geometriche anche se diventano apparentemente via via più complesse.

È un campo di sperimentazione illimitato che ha affascinato secoli or sono i pittori fiamminghi, e continua ad affascinare gli artisti, trova in fotografia un modo piacevolissimo di venire indagato.

 

Weegee. Marilyn Monroe

 

Al di là della pura geometria c’è un simbolismo profondo che trova le radici nell’antica Grecia.

«Il dramma di Narciso abbagliato da se stesso ci riporta ad un circolo chiuso che ha una stretta relazione con la morte, o meglio, con il vivere e il morire dentro se stessi in un tempo senza tempo».

Il mito di Narciso ha importanti implicazioni nel il rapporto con l’immagine riflessa,  l’immagine speculare alimenta la tentazione di vedere un altro sé dentro lo specchio. Tutto ciò fa dell’esperienza speculare una esperienza assolutamente singolare, sulla soglia tra percezione e significazione»

 

 

La storia di Narciso richiama la pratica dell’autoritratto, una tematica del doppio che ha alimentato l’immaginario letterario ed artistico di tutti i tempi.

Pensiamo a “Il ritratto di Dorian Grey”, oppure a “Lo strano caso del dott. Jekyll e il signor Hyde”. È il tema del doppio, studiato con particolare attenzione da Otto Rank, allievo di Sigmund Freud.

 

Maurits Cornelis Escher

 

Il soggetto che si guarda allo specchio si confronta col suo doppio, l’immagine di se stesso. Solo il soggetto di fronte ad uno specchio  può vedere il proprio doppio. È lui, da solo, di fronte allo specchio.

In ogni caso il discorso sugli specchi e sui riflessi in fotografia non è limitato a autentici specchi e ritratti ma si espande alle rappresentazioni di paesaggio, in Natura o urbano, anche senza soggetti animati. La ripetizione invertita del soggetto principale riflesso ci trasporta in una dimensione ‘onirica’.

 

© Ugo Mulas. Verifica 2b

 

Ne furono e ne sono espressione molti noti fotografi.

È un discorso fotografico che ha basi ‘concettuali’ importanti ma anche altrettanto importanti basi tecnico/scientifiche. Le implicazioni tecniche  possono essere ovviamente  approfondite.

Come ogni luce anche i riflessi possono essere gestiti fotograficamente in molti modi. Sarà dunque opportuno dedicare alla tecnica un ulteriore articolo.

Sempre sé mi ricorderò di farlo, non è detto.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Michael Kenna. Parigi. France

 

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