La Fotografia nel Medioevo prossimo venturo

Una avvertenza per gli ipotetici lettori:  desistete dal proseguire in questa lettura, sarà indigeribile. 

 

Cronaca dal un blog

15 ottobre 2008,  io:  Michele Rak …non so se Michele ma un Rak (e non è nome molto comune) insegnava negli anni ’70 circa a liceo Giambattista Vico di Roma. Italiano. Ex alunno io. In quegli anni mi diede moltissimo. Diceva cose che a molti alunni sembravano forse incomprensibili, un altra visione di che cos’è scrivere, leggere, lontana anni luce dal “romanticismo” della critica letteraria che ci veniva di solito propinata.

Risposta dell’admin Michela , qualche ora dopo:  Sì, Michele Rak è proprio lui. Io sono stata, e resto, una sua allieva universitaria e come può capire “quel prof. Rak” ha continuato a dare molto aderendo anche iniziative come questa che sono in anticipo sui tempi e incomprensibili ai più (tutte quelle persone che si relazionano ai beni culturali da una prospettiva estetica e romantica e quindi elitaria).

Un aneddoto.

Il Prof Rak autorizzava a spulciare nei libri di testo durante lo svolgimento di un tema, in classe. Alla restituzione di un tema io prendo 7. Il mio compagno di banco, Amedeo Curatolo, 5. Si lamenta col professore: “ma come, Prof., abbiamo copiato dagli stessi libri!” e il Prof. Rak lapidario: “Si vede che hai copiato male.

In seguito Amedeo divenne medico agopuntore, io fotografo.

 

Giulio Limongelli (a sinistra), Lia Alessandrini (di spalle) e Giorgio Rossi.

 

Cosa c’entra tutto ciò con la Fotografia? Beh penso che scrivendo di fotografia o peggio facendone, spesso si copia male. Forse perché si copia a “pappagallo” senza interiorizzare, senza mediare col proprio “sé”. Oppure si riproduce quello che i nostri occhi vedono. Così i pensieri, le fotografie, diventano espressioni circolari, ripetute mille volte sempre uguali. Il problema è sempre quello. Il tempo, il tema e come svolgerlo.

Ci provo con i miei Saltuari pensieri sbilenchi sulla fotografia.

Intorno a quegli anni, precisamente nel 1971 fu pubblicata  la prima edizione del saggio Il medioevo prossimo venturoscritto dall’ingegnere Roberto Vacca,  “descrive uno scenario futuro caratterizzato da una regressione della specie umana ad un livello pre-tecnologico, in un contesto basato sulla povertà e la lotta per la sopravvivenza”.

Forse dopo circa 50 anni siamo immersi in quello scenario ipotizzato come futuro possibile, siamo tornati nel medioevo. Può sembrare un paradosso, mai come oggi l’avanzamento della tecnologia è stato così rapido. Proprio perché vi siamo immersi non riusciamo a percepire la profondità e i limiti in larghezza dell’era che viviamo. La molteplicità è nebbia.

 

Luigi Conte, cianotipie

 

“il ragionamento di Vacca si basava su rigorose analisi matematiche che confermavano come la civiltà umana si articolasse e si sviluppasse secondo fasi cicliche, che contengono pensieri, situazioni, atteggiamenti, secondo l’immortale principio «La storia ci insegna che la storia non ci insegna nulla». Quello che Vacca non aveva previsto era l’altissima velocità alla quale il processo di sviluppo, in realtà degrado secondo i suoi calcoli, stava marciando.”

Può essere che certe affermazioni e certi paragoni ci risultino eccessivi o che semplicemente ci sia difficile accettarli. Viviamo dunque in un nuovo medioevo tecnologico? Certo ci manca il tempo per provare a osservare, da lontano col binocolo, la realtà nella quale siamo immersi. Tutto corre troppo rapidamente, ci adattiamo senza averne coscienza, senza spirito critico.

 

 

Mi capita spesso di ripensare alla civiltà della Grecia antica. Ho fatto il classico, difendo i miei studi remoti. Possibile mai che oggi alcuni vogliano abolire il liceo classico, accusandolo di classismo? Fortuna che in molti sono contrari.

Del resto non mi stupisco di questa acredine contro il liceo classico, siamo in un era in cui si diffonde il terrapiattismo e il disprezzo per i progressi della scienza e del progresso in generale, tout court per la cultura.

Curioso che poi questa gente scriva i suoi post su FB e tenti di diffondere l’ignoranza sfruttando i mezzi tecnologici più raffinati.

Tutte le muse nacquero e crebbero (mio dio com’è orrendo scrivere crebbero, suona malissimo!) nell’antica Grecia e da lì si diffusero nel mondo o per lo meno in quella parte del mondo che riteniamo dominante, che ovviamente comprende anche il mondo islamico, per quanto spesso ci sia difficile accettarlo.

Freud e la psicologia hanno le loro radici nella mitologia Greca, anche la politica.

Penso che il tentativo di eliminare il liceo classico sia frutto marcio dell’attuale “politica” populista. In fondo il liceo classico è una infarinatura,  chi vuole approfondire può farlo all’Università. Non c’è nulla di classista nel liceo classico, anzi se mai è l’opposto, sarebbe elitario e classista relegare la formazione umanistica all’ambito universitario.

 

Luigi Conte, cianotipie

 

Arrivo così superficialmente, come spargendo zucchero dal colino, a qualche considerazione sull’arte Greca.

“L’arte greca quale forma artistica dotata di significato storico autonomo nasce dopo la fine della civiltà micenea, quindi nell’ultimo secolo del II millennio a.C., e termina con il progressivo stabilirsi del dominio romano sul mondo di lingua greca intorno al 100 a.C….. gli scultori e pittori greci erano artigiani, apprendevano il mestiere a bottega, spesso presso il proprio padre, e potevano essere schiavi di uomini facoltosi. Sebbene alcuni di essi divenissero ricchi e ammirati, non avevano la medesima posizione sociale di poeti o drammaturghi; fu solo in epoca ellenistica (dopo il 320 a.C. circa) che gli artisti divennero una categoria sociale riconosciuta, perdendo al contempo quel legame con la comunità che ne aveva caratterizzato il lavoro in epoca arcaica e classica… In Grecia gli artisti ebbero piena consapevolezza del proprio ruolo: le firme dei ceramisti compaiono sui vasi fin dal VI secolo a.C., ancora in periodo arcaico e Plinio racconta di come Zeusi e Parrasio amassero sfoggiare la propria ricchezza e ostentare la propria attività come eminentemente intellettuale… La consapevolezza dell’artista si esprime nell’interesse teorico; l’artista greco nel V secolo a.C. scrive e riflette sul proprio lavoro, sa da dove proviene, conosce il proprio passato e lavora per giungere ad un insieme di regole, astratte dalla contingenza, modelli, grazie ai quali poter comunicare, trasmettere conoscenza, risultando comprensibile a chiunque.”

Il nome di artisti greci come Fidia è giunto sino a noi, ancora ne ammiriamo le opere.

Cosa succede all’arte nel medioevo, in quei circa 1000 anni che vengono spesso definiti come anni bui?

 

Partenone di Fidia

 

Se confrontiamo la levigatezza, la perfezione, della Centauromachia nelle metope del Partenone di Fidia con le sculture del Calvario di Plougastel-Daoulase (Bretagna 1602-1604) non possiamo fare a meno di costatare che queste ultime siano in apparenza assai rozze. Il calvario presenta numerose iscrizioni che danno indicazioni sui possibili autori dell’opera, come la seguente:

«Ce mace fut achevé a l an 1602 Fabriques lors M. A. Corr. F. Periou. I. Baod. Curé»

“La committenza e l’artista medievali si sono  (per lo più) confrontati con il compito di condurre i metodi e le possibilità dell’arte nel seno di un discorso teologico.  l’arte non ha un valore in sé ma è utile all’educazione morale e religiosa dei fedeli.”

 

Plougastel-Daoulas

 

Tuttavia l’attribuzione artistica del Calvario di Plougastel-Daoulase è cosa rara per l’epoca.

“L’artista medievale è caratteristicamente inteso come artista anonimo, vicino alla condizione dell’artigiano e con il relativo prestigio sociale, soprattutto considerando l’impostazione corporativa delle arti. Questa associazione tra artista medievale e anonimato non va esasperata, sia perché esistono svariati tentativi di lasciare traccia del proprio contributo personale, sia perché esistettero diversi artisti di spessore internazionale che, pur approfittando del lavoro di bottega, riversarono fin dall’inizio la propria coscienza storica e intellettuale nel proprio lavoro” (Wiligelmo, Benedetto Antelami).

 

Calvario di Plougastel-Daoulase

 

Al di là della “raffinatezza estetica”, come tradizionalmente la intendiamo, le statue del Calvario di Plougastel-Daoulase sono altamente espressive, molto simboliche. Possiamo in un certo senso paragonarle agli attuali fumetti. Estetiche diverse ma, se pensiamo ai contenuti, non è che una sia inferiore l’altra superiore. Arte popolare, a volte anche caricatura, satira, sberleffo come ci venne spiegato da Dario Fo in Mistero Buffo.

Al dunque il primo medio non fu affatto un periodo buio, ma di una nuova diversa concezione delle arti che  sfociò infine nel rinascimento. Certo fu un periodo di guerre e pestilenze, di invasioni barbariche. Certo la cultura dominante, cattolica e cristiana della chiesa di Pietro, allora le definì così, INVASIONI.

Alla scuola Svizzera che ho frequentato sino alle medie le chiamavano  “Völkerwanderungen”, “migrazioni di popoli”. Questione di punti di vista, magari a ripensare un po’ alla storia vedremmo chi arriva col barcone in modo un poco diverso. Rischiamo di perdere l’occasione di un discorso sui corsi e ricorsi delle vicende storiche, perdiamo una riflessione su una possibile evoluzione , sulle future prospettive degli attuali eventi.

Dunque come affaccia la Fotografia alla finestra di questo nuovo medioevo?

È divisa in piccoli regni, talvolta qualche impero si autoproclama tale, senza considerare di essere per più solo un puntolino se si considera il globo, per nulla universale. Qualche santone peregrina indisturbato tra un regno e un altro, munito di adeguato passaporto o almeno di un pass temporaneo.

Altrimenti per entrare in un regno tocca superare il dazio.

Dopo qualche anno di supremazia assoluta della Chiesa Digitale si è risvegliata la Chiesa analogica. Durerà tale dualità di fedi? Speriamo, le guerre di religione non hanno mai portato bene. Siamo alla ricerca della pietra filosofale, ogni antica tecnica viene  quanto meno rispettata e, se si è in grado, praticata. Vabbè non è assolutamente pratico e quindi in un futuro probabilmente non troppo lontano presumibilmente tutto ciò verrà dimenticato, ma tranquilli, sorgeranno nuove tecnologie che renderanno obsolete anche quelle digitali.

Il fotografo cerca di auto-referenziarsi con un PH, o dichiarando all’ignaro osservatore che ha fatto la tal foto con lo smartphone, con una full-frame digitale o con un banco ottico, trascrivendo magari dati exif o  pronunciando con voce stentorea nomi strani, scritti nella storia, come Tri-x, Rodinal, ecc.

Nessuno oggi si preoccupa della marca di martello o scalpello col quale Fidia o molti secoli dopo Benvenuto Cellini scolpirono le proprie opere.

 

Fidia, Atena promachos. Copia da prototipo del V sec. AC. Attribuita a Policleto. Colli Albani (Roma)

 

Frequentemente  il  fotografo cerca disperatamente di essere autoriale, di scrivere il suo nome a postuma memoria in un mondo che fluttua nel virtuale,  che, come nel primo medioevo, fa scivolare rapidamente l’autore nell’abisso nero dell’anonimato. Vale ancora la pena di stampare le proprie fotografie? Probabilmente sì, in ambito famigliare o per esporle in qualche mostra alla ricerca di una temporanea spinta positiva alla propria autostima. Il che non vuol dire che festival  di fotografia, esposizioni, workshop, letture di portfolio  non siano interessanti eventi aggreganti, scambi di esperienze tra fotografi, utili per la diffusione culturale della storia e del momento attuale, indispensabili per calarsi  dal  mondo virtuale nel  mondo concreto.

La fotografia come documentazione perde sempre più significato, si disperde nella infinita molteplicità. Che se ne faranno tra 100 anni di tonnellate di foto di street? È probabile o sperabile che almeno rimanga traccia nella memoria vicina, o a volte qualche debole traccia nella storia, della fotografia come arte.

 

 

Saranno probabilmente le fotografie stampate a lasciare una qualche traccia, anche se sarà doveroso fare delle scelte ma in base a quale  “autorevole” criterio non è dato sapere, vedremo, anzi vedranno, non lo possiamo certo sapere in anticipo. Se consideriamo la storia della fotografia già cento anni or sono i fotografi importanti erano troppi per poterli ricordare tutti adeguatamente. Figuriamoci tra cento anni quanti dei milioni di fotografi d’oggi potranno essere riconosciuti uno dall’altro e ricordati. E dunque?

 

…chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,

belli, e l’un dell’altro ardenti:

perché ’l tempo fugge e inganna,

sempre insieme stan contenti.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

Francesco Cito, Ivano Cheli e Gianluca Polazzo.

 

 

 

 

 

 

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