La fotografia mente? Dice la verità? (eh Weegee!!!)

Richard Avedon diceva: “Tutte le fotografie sono precise, nessuna è la verità”…

Michele Smargiassi, nel libro “Un’autentica bugia” edito da Contrasto, scrive : “la didascalia non si limita a illustrare l’immagine, ma la rielabora, approfittando della sua debole voce e della sua ambiguità”.

Anche il contrario, ovviamente. Spesso la fotografia è usata per avvalorare il testo di un articolo.

Se scrivo qualcosa puoi crederci o meno, se ti faccio vedere anche le foto finirai per credere che quello che ho scritto è vero. A prescindere dal fatto che lo sia effettivamente.

Man Ray non si sa bene quando disse: “Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non desidero dipingere”. Aveva capito benissimo che pittura e fotografia sono cose distanti tra loro. Sono punti di vista assai diversi quelli del fotografo, del giornalista, del semiologo, dell’artista. Il fotografo è collocato al di qua dell’obiettivo, e pensa talvolta a chi ne osserva l’opera dall’altra parte.

Dal punto di vista del fotografo una fotografia occorre saperla scrivere, e anche farla leggere nel modo che desideriamo. Una fotografia può essere lasciata alla libera interpretazione dell’osservatore? Può essere ma per come vivo la fotografia sarebbe un fallimento del fotografo.

Faccio un paragone col testo scritto. Può essere un pensiero, un articolo un libro. Se ognuno può interpretarlo come gli pare che senso ha essere scrittori, in cosa si differenzia un bravo scrittore da uno che non lo è? Secondo me il fotografo è una sorta di burattinaio, regge di nascosto i fili e cerca di creare in te una suggestione o una convinzione per portarti dove gli piace portarti.

Dunque alla fin fine si tratta di avere un etica personale. Può esserci inganno, bugia consapevole per proprio esclusivo tornaconto. Ricordate? Tempo fa, un fotografo mise con Photoshop un aereo in una foto per vincere un importante premio. Era un inganno stupido ed egoistico.

Però il cadere nel tranello spesso dipende da noi, dal modo di osservare velocemente una foto, lasciandoci spesso influenzare dalle parole che le sono state cucite addosso. Dall’avidità di vedere, senza cercare di comprendere. O dal piacere di lasciarsi andare, farsi suggestionare. A volte si è tanto presi da questa fascinazione da rimanere delusi quando si viene a scoprire che la verità è tutt’altra.

Tutti hanno in mente la celebre fotografia di Doisneau, “Le Baiser De L’Hotel De Ville”. Sapere che la foto è “staged” può rattristare. Secondo me il fatto che sia stata voluta e pensata nulla toglie alla foto. Immagino una serie di scatti e la scelta dello scatto nel quale tutto quello che avviene intorno è un complemento ideale. Se posso immaginare la coppia che si bacia ripetere più volte il bacio, non posso credere che l’uomo con impermeabile e cappello all’estremo margine del fotogramma a sinistra sia rimasto immobile lì per tutti gli scatti.

 

Robert Doisneau “Le Baiser De L’Hotel De Ville” 1950

 

Tuttavia anche osservando la foto con attenzione non vi è alcuna traccia che porti ad affermare che è costruita. La verità è emersa solo perché la coppia ha reclamato il diritto all’immagine. Allora meglio non indagare? Beh penso che cercare di indagare possa portare ad approfondire e magari ammirare una immagine in modo diverso, forse meno emozionale, ma non è detto. A volte un inganno può essere una sorta di complice gioco tra il fotografo e l’osservatore, nel quale il fotografo lancia l’esca. Sta a chi fruisce l’immagine abboccare o meno.

Credo che pochi come Weegee abbiano capito così a fondo l’ambiguità della fotografia, il suo essere sempre in bilico tra menzogna e verità. Però in fondo, anche se perfido è onesto, a volte ci mette un po’ in guardia. Prima di tutto col suo nick: WEEGEE.

Forse è un equivalente fonetico della popolare tavola Ouija per predire il futuro, forse è una storpiatura da “squeegee boy”, si riferisce alla sua iniziale attività al New York Times, era deputato alla fase di rimozione dell’eccesso di acqua dalle stampe prima di essere asciugate. Sia come sia è un soprannome carico di autoironia.

La Critica, 1943 – Masters/ Weegee / ©Gettyimages

 

Usher Fellig (in arte Weegee) nacque il 12 giugno 1899 a Złoczew Polonia, da una famiglia di religione ebraica, il padre era rabbino. Noto solo ora che era dei gemelli come me, forse per questo mi piace assai. Transeat.

Vi risparmio tutte le vicende sulla sua vita, potete trovarle qui.

Nel 1938 a New York riceve il permesso di installare il sistema radio della polizia sulla sua Chevrolet, nel bagagliaio posteriore aveva la macchina da scrivere e l’ attrezzatura fotografica. leggenda narra che vi stampasse anche, mi sembra improbabile. Univa all’autoironia un bisogno di auto celebrazione, assai moderno, fosse vivo ora si farebbe sicuramente dei selfie.

© Weegee / International Center of Photography / Cortesía Colección M. + M. Auer

 

Si parla sempre dei grandi fotografi, raramente dei loro collaboratori. Eccolo dunque in una foto mentre scrive a macchina nel bagagliaio.

Ok, può essere sia un autoscatto, può essere che l’abbia scattata un altro. È difficile oggi sapere come abbia agito veramente, certe sue foto sono assai conosciute, quasi icone, eppure si parla poco di come vennero realizzate. Weegee poté sicuramente contare su una moltitudine di comparse. Fotografie di gruppo del genere nemmeno Neal Slavin molti anni dopo.

Si mostrano in tutta la loro ambiguità. Stanno lì, sta a voi osservarle, nutrire dubbi, crederci o meno.

 

Nel 1940 è già famoso, il quotidiano serale PM Daily gli affida la creazione di foto-storie di sua scelta. FOTO STORIE…

1941: la prima personale, al Photo League di New York: “Weegee: Murder is My Business”
si può pensare che un’affermazione del genere sia assai cinica, priva di scrupoli. Era il Weegee degli inizi, faceva bene quello che i tabloid dell’epoca chiedevano. Un modo di essere professionista o è più “etico” fare fotografia di matrimoni, beauty o moda?

1943: il Museum of Modern Art di N.Y. acquista cinque fotografie di Weegee, le espone nella sezione permanente “Action Photography”.

 

Weegee (Arthur Fellig) Charles Sodokoff and Arthur Webber Use Their Top Hats to Hide Their Faces 1942

 

1945: pubblica “Naked City” un bestseller in brevissimo tempo. Successivamente divenne un film. Hollywood… Stanley Kubrick lo chiamò come consulente per il Dottor Stranamore…. Cinema cinema, anche andando a fotografare all’interno delle sale, durante le proiezioni…. Foto eccezionali!

“Sure. I’d like to live regular. Go home to a good looking wife, a hot dinner, and a husky kid. But I guess I got film in my blood. I love this racket. It’s exciting. It’s dangerous. It’s funny. It’s tough. It’s heartbreaking”… Da uno così come non aspettarsi che alcune sue foto siano assai costruite?

1950: torna a New York, realizza la serie “distorsions”, caricature dei ritratti di celebrità dello spettacolo e del mondo politico. Ecco questo è particolare. Certo gli omicidi li documentava, però ebbe sempre rispetto per i poveracci. C’è anche forse una punta di tenerezza in come li riprese. Troppo facile approfittarsi. I ricchi, i potenti, quelli no, era cosa diversa, amavano del resto anche essere presi in giro.

 

Quanto di letteralmente vero, quanto di staged ci fu nel lavoro di Weegee?

In “Bystander” un libro sulla street photography, Westerbeck e Meyerowitz dimostrano che i primi street photographers cercarono “to bully or finagle their subjects into behaving naturally.”… in un libro “Flash: The Making of Weegee the Famous” Christopher Bonanos ammise che Weegee qualche volta abbia voluto dare alla verità un aiutino.

Eh però bella soddisfazione, cerca che ti cerca finalmente la risposta ai miei dubbi l’ho trovata in questo interessantissimo articolo.

 

Siete avidi di vedere ancora sue foto? Qui ne trovate una marea.

Qui di seguito invece, una carrellata di auto-ritratti.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error: Alert: Contenuto protetto!