La Fotografia, la verità, le generazioni prossime venture

…La guerra è dappertutto, Marcondiro’ndera

La terra è tutta un lutto, chi la consolerà?

Ci penseranno gli uomini, le bestie, I fiori

I boschi e le stagioni con I mille colori

Di gente, bestie e fiori no, non ce n’è più

Viventi siam rimasti noi e nulla più…

 

In questi giorni mi torna in mente la celebre canzone “Girotondo” di Fabrizio De Andrè. In un soffio siamo passati dall’angoscia per il Covid a l’angoscia per una guerra atomica. No, la guerra non l’ho mai vissuta, però in un certo senso la ho negli occhi.

Il mio primo contatto con la fotografia fu da bambino il ritrovamento in un sottoscala di lastre Lastre M. Cappelli, ante Ferrania, sopravvissute alla guerra del ’15-’18, scattate da nonno Gino…  in genere in Italia abbiamo della Grande Guerra una concezione molto nazionalista, abbiamo vinto contro gli austroungarici, in realtà al conflitto presero parte come Alleati Francia, Regno Unito, Impero Russo, Impero Giapponese e Stati Uniti d’America.

 

 

Attacco con gas sta scritto in inchiostro su una delle due lastre. Che verità mi racconta quella lastra? Testimonia senza alcun dubbio che nel  corso della Prima Guerra mondiale i gas asfissianti vennero impiegati (per la prima volta) come nuove armi di combattimento. Mio nonno combatté in fanteria, non era un reporter di guerra, non doveva documentare per incarico di qualcuno, fotografava semplicemente  quello che accadeva, tra soldati italiani. Dall’elmetto si desume che i soldati col volto coperto da maschere antigas fossero suoi commilitoni. “La convenzione dell’Aja del 1899 ne impediva l’uso ma i vari Paesi non rispettarono quanto avevano siglato precedentemente.” Sulla lastra c’è scritto “attacco con gas”. Suppongo che i soldati fotografati fossero pronti all’attacco, non indossassero le maschere per difendersi da un attacco. “In linea generale si calcola che la produzione italiana di gas durante la Grande Guerra ammontò a circa 13.000 tonnellate, impiegate specialmente durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo nell’agosto del 1917 e l’ultima Battaglia sul Piave nel giugno 1918”.

Giovanni Braschi (Il fuoco e il gelo, La grande guerra sulle montagne) “è uno dei pochi a interrogarsi fino in fondo. Signore, ma è questa la militia hominis super terram? O non è questo, piuttosto, un momento di pazzia, di regno dell’odio? Io amo tutti; dall’austriaco, a noi lupo, all’italiano a noi consanguineo: tutti sento fratelli, senza confine…”

Francesco Rosi nel film “Uomini contro” racconta del  tenente Sassu che , durante i mesi di permanenza al fronte, è testimone dell’impreparazione dell’Alto Comando, della inadeguatezza degli armamenti, dei tentativi di ribellione dei soldati che, stanchi e stremati dal prolungarsi dei combattimenti, reclamano il riposo e il cambio, repressi con le decimazioni, delle speculazioni sulla produzione degli equipaggiamenti e del dramma continuo che si consuma nella guerra di trincea, fino a ribellarsi alla follia del maggiore Malchiodi, che pretende di fucilare un soldato ogni dieci, considerando ribellione la fuga disordinata degli uomini che cercano di sottrarsi al tiro troppo corto dell’artiglieria italiana… Non si possono non notare, per via degli argomenti, delle ambientazioni e dei temi, similitudini tra il film di Rosi e Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, nel quale l’esercito protagonista è quello francese. Anche in questo film, infatti, si evidenzia l’insensatezza degli ordini di alcuni alti ufficiali e il ricorso a fucilazioni e decimazioni contro i soldati renitenti. Come capitò al film di Rosi in Italia, “Orizzonti di gloria” ebbe problemi in Francia e poté essere visto solo a metà degli anni settanta.

 

 

Al dunque oggi siamo immersi giorno dopo giorno nella guerra, la seguiamo attraverso i media che ce ne rimbalzano anche sui social le immagini di morte e distruzioni. Mai nessun conflitto altrove è stato documentato fotograficamente da tanti aneddoti, destinati a catturarci emotivamente. Un giovane soldato russo è stato accolto e sfamato da un gruppo di donne ucraine che poi gli hanno dato un telefono per videochiamare la madre.

Un contadino ucraino “ruba” col trattore un carro armato russo.

 

 

Non voglio mettere in dubbio la veridicità di tali immagini, sottolineo semplicemente che sono funzionali alla propaganda, a  ridicolizzare il nemico russo, a fare percepire che il bene, i buoni e giusti stanno solo da una parte. Non voglio nemmeno affermare che non sia vero.

Il volto della tragedia è diventato quello di Marianna Podgurskaya, un’influencer ucraina che si trovava all’ospedale incinta: la sua foto con il viso insanguinato mentre scendeva le scale per uscire dall’edificio colpito dai bombardamenti ha fatto il giro del mondo.

 

Marianna Podgurskaya

 

Una foto che è diventata virale e sulla quale si sono avvicendate nel tempo le interpretazioni opposte diffuse dai russi, volte a far credere che sia stata una messa in scena organizzata con la blogger attrice abilmente truccata. Osservando la foto una cosa che mi colpisce è che sia sola, che nessuno l’aiuti, che le altre persone riprese nella scena o fuori campo sono distanti. Tuttavia ambedue le versioni, quelle della propaganda ucraina e quella della contro-propaganda dei negazionisti e/o russi sono possibili. Da sempre la fotografia gioca un ruolo importante nella propaganda, quale essa sia, tuttavia la fotografia di per sé non mente e non dice la verità, solo le parole aggiunte ne determinano il verso di lettura e lo scopo.

Propaganda e contro-propaganda. L’Unione europea introduce una serie di sanzioni nei confronti di Mosca, la Russia risponde con contro sanzioni. I marchi famosi del food e della moda disertano la Russia. La famosa deejay Katya Guseva e altre influencer si schierano contro la “russofobia del brand”, tagliano a pezzi le loro borse Chanel.

 

 

 

Il Donbass è un territorio che il giornalista e fotografo italiano Giorgio Bianchi conosce come le sue tasche. Bianchi documenta coraggiosamente la crisi ucraina da molto tempo cercando notizie, testimonianze. Afferma: “Non un solo pezzo della guerra raccontata dai grandi media dev’essere preso per oro colato, niente.

In una intervista sottolinea: “Quello che ci viene narrato dai media spesso non corrisponde alla realtà oppure viene viziata o viene data una versione molto parziale di una realtà molto più complessa che andrebbe raccontata nel suo insieme, per dare al pubblico un quadro generale di quel che sta accadendo.”

A proposito di Bucha Toni Capuozzo ha dubbi, esprime domande alle quali nessuno risponde. Molto interessante è un suo dialogo con Ferdinando Scianna del 2020, nel quale parlano di reportage fotografici e informazione.

…La televisione registra frammenti di realtà spesso decontestualizzati. La soggettività dichiarata della fotografia stimola uno spirito critico… A volte le immagini sono a servizio non dell’informazione ma della morbosità che attraversa tutta la filiera della comunicazione. L’autorialità è molto importante, esprime la responsabilità dell’autore e la sua etica personale. Dalle menzogne possono nascere conseguenze imprevedibili, la chirurgia estetica è figlia del ritocco fotografico.

Un caro amico, Cristiano Varotti, da anni lavora in Cina. Ci parla delle recenti restrizioni a Shanghai causa Covid. Sono state messe in quarantena 25 milioni di persone senza che fosse pianificato un sistema che consentisse l’accesso ai beni di prima necessità e alle cure mediche. Esprime una considerazione assai interessante: “l’ecosistema digitale è troppo vasto perché si possa mettere un dito a coprire ogni infiltrazione. L’analfabetismo funzionale non è soltanto non comprendere cosa si legge, ma anche non riconoscere le intenzioni e il fine di chi scrive. Ogni articolo, ogni comunicato stampa ha uno scopo retorico ed essere un lettore consapevole significa riconoscere e identificare i meccanismi linguistici, logici, formali che vengono usati per plasmare e orientare le nostre opinioni.”

 

 

Mi viene da pensare che tale considerazione sia assolutamente valida anche nel nell’attuale conflitto Ucraina/Russia. Mi viene anche da chiedermi chi ci guadagna da tale conflitto, da una escalation bellica. Molto interessante a proposito un articolo comparso su La Stampa nel ormai lontano 02 Aprile 2015.

Tra le 10 società che più guadagnano dalle guerre e più danno alla politica al nono posto in classifica figura Finmeccanica S.p.A. Armi vendute 2013: $10.6 miliardi, profitti $100 milioni (nel 2012 $12.5 miliardi) “La società è anche un notevole contribuente delle campagne politiche Usa”. I governi si spendono direttamente per procacciare la vendita all’estero dei prodotti delle loro industrie.

Nel contempo ripenso alle influencer Russe che distruggono furiose le borse Chanel. Le vedo simili alle influencer di casa nostra, anche lì nella lontana Russia esiste la professione di influencer. Evidentemente ci sono, per fortuna, interessi economici globalizzati assai diversi e in contrasto con gli interessi di chi produce e vende armi.

Se penso a tali interessi non posso che concludere che l’America e l’Europa hanno conquistato ormai da molti anni tutto il mondo con la loro Way of Life, che tuttavia si è adattata pacificamente alle diverse esigenze locali, linguistiche,  sociali e politiche dei vari Paesi nel mondo. McDonald’s, Nike, Coca-Cola, ecc. sono in tutto il mondo.

 

 

Per potersi espandere nel mercato cinese molte ditte in passato hanno dovuto adattare il naming del loro Brand alla lingua Cinese.

Marlboro è così diventato 万宝路 (Wanbaolu), che letteralmente si traduce in “Diecimila vie per il tesoro”.  Il noto marchio Peugeot, per esempio, ha scelto il nome cinese 标致 (Biaozhi), traducibile nell’aggettivo “bella”. Tuttavia la sua pronuncia in alcune zone della Cina è pericolosamente simile a 婊子 (Biaozi), che significa prostituta.
Il mercato cinese è sempre più popolato dai giovani utenti Millennial e della Generazione Z, ormai abituati a studiare e utilizzare la lingua inglese. Per questo motivo alcuni iniziano a chiedersi se sia ancora necessario preoccuparsi del naming del proprio brand in Cina.

Anni or sono nel corso di una vacanzina a Fès fotografai il Suq, il mercato. Vedevo nei vari negozietti d’abbigliamento l’aspirazione dei giovani a un futuro diverso anche se senza un aperto rifiuto delle tradizioni, se mai una convivenza. Della vendita di vestiti femminili e del sartoriale si occupano tradizionalmente solo uomini. I manichini femminili che interpretano sogni diffusi indossano vestiti brilluccicanti da mille e una notte, ma hanno parrucche spesso bionde, nessun burqa. Ci sono anche vestiti da tutti i giorni per ragazze, e pubblicità di intimo femminile un poco ammiccanti. I manichini maschili sono invece vestiti in modo forse, come diciamo a Roma, un poco “coatto”, con tute da ginnastica firmate anche se probabilmente farlocche come quelle che si vendono a Porta Portese o in altri mercatini. Piccole rivoluzioni incruente, anche questa se vogliamo può essere una macchina del consenso, senza però ricorrere alla produzione di armi, senza distruzioni e orrende morti, senza confini che delimitino influenze.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

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