La Fotografia, il Tempo, il Ricordo, la Memoria, la Storia (prima parte)

In questo articolo e in quello a seguire, la prossima settimana, dirò cose assolutamente ovvie.
Cose dette e ridette mille volte, però cercherò di accostare vari concetti ovvi nel tentativo di suggerire un qualcosa di meno ovvio.

Lo sappiamo assai bene, tutto è racchiuso e dipende da quell’attimo ‘esiziale’ in cui si fa click. Se non so fa click una fotografia non esiste, è ovvio. Può rimanere in noi un ricordo anche senza far click. Tramite il click, grazie a uno strumento, alla luce, a un materiale sensibile, pellicola o sensore che sia, la fotografia ha in sé la magia , impossibile con altri mezzi, di trattenere e custodire la memoria di ciò che è passato o si è fermato almeno un istante di davanti all’occhio/obiettivo.

Qualsiasi cosa, animata o meno, ci fosse davanti all’obiettivo al momento del click , se ne viene registrata memoria diventa altro, non è più una cosa qualunque. Diventa soggetto, per una qualche ragione è o diventa importante per l’autore e viene additata all’attenzione di un possibile, probabilmente auspicabile, osservatore.

Nel momento del click il ‘Soggetto’ ‘immortalato’, lo scatto fotografico entrano in un rapporto del tutto particolare col tempo. Ogni fotografia ha un passato, un presente, un possibile futuro. Il passato è il momento del click, che a sua volta dipende da una volontà anteriore, il presente è il momento in cui si osserva la fotografia. Il futuro, quello che potrà ancora avvenire di quella fotografia, raramente è del tutto ipotizzabile al momento del click.

 

 

Ovviamente si fotografa il presente, l’hic et nunc, ma quello che si rivede in una foto, congelato in un limbo apparentemente atemporale, è sempre il passato. Si assimila molto spesso la fotografia alla scrittura, alla parola, a pensieri raccontati, ma è in parte improprio. Possiamo descrivere e raccontare a parole qualcosa che abbiamo vissuto ma anche qualcosa che abbiamo solo immaginato, possiamo raccontare al passato al presente al futuro. In fotografia non è possibile.

Ansel Adams diceva: “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta, se devi spiegarla vuol dire che non è venuta bene.”

Posso dire che, se lo ha effettivamente detto, ha detto una boiata pazzesca? Può avere una qualche valenza se l’intento di una fotografia è esclusivamente estetico, artistico. In questo caso il flusso di comunicazione tra autore e osservatore, veicolato dalla fotografia, è sopratutto emotivo. Le emozioni sono assai difficili da spiegare a parole ed è inutile spiegarle. Chi osserva una foto le prova o non le prova,

 

© Paola Mischiatti

 

Penso che l’aforisma di A. Adams andrebbe circostanziato, andrebbe spiegato in che occasione e perché si espresse così, avulso da un contesto ha poco senso. Però per lo più succede così, gli aforismi dei grandi fotografi vengono ripetuti all’infinito, come espressione di grande profondità e saggezza, anche se avulsi da un contesto perdono di significato. D’altra parte si dice anche: una foto vale più di mille parole. I proverbi, come gli aforismi , sono la saggezza dei popoli. Accade assai spesso che due proverbi affermino cose diametralmente opposte. ‘Chi non risica non rosica’… però ‘tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino’. Forse come sempre, in medio stat virtus.

Sta di fatto che una fotografia è in genere assai precisa, ci vogliono non poche parole per descrivere a fondo i contenuti visivi anche di una fotografia assai elementare, come per esempio quella di un’anguria su un divano. Quanti particolari vengono registrati, rimangono in memoria, grazie a un semplice click! Che enorme potere di sintesi hanno i supporti fotografici. Quelli attuali, digitali, sono davvero crudelissimi, ogni minimo particolare viene memorizzato grazie ai moltissimi megapixel a disposizione. È una sorta di iperrealismo fotografico.

 

© Paola Mischiatti

 

Spesso in quel genere di fotografia che può definirsi ‘artistica’ si tende ad eliminare il dettaglio come distraente dall’essenza, dalla carica emotiva che si desidera trasmettere all’osservatore. E allora ecco lo sfuocato, il mosso creativo, i neri chiusi, i bianchi accecanti e mille altri accorgimenti tecnico/espressivi. Oppure, al contrario, nel minimalismo fotografico, l’attenzione viene attratta dal dettaglio formale sino a renderlo emozionale. Il particolare al posto del generale, del tutto. Less is more.

Per lo più normalmente nei social siamo bombardati, oltre che da un surplus di informazioni visive anche da un surplus di immagini liquide che raramente diventano stampe fotografiche, fotografia portata al suo stadio finale. Nel pieno di questa era di fotografia digitale nella quale siamo immersi le riflessioni di Italo Calvino espresse in forma di racconto nell’ “Avventura di un fotografo”  agli inizi degli anni ‘50 risulta profetica:

“Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo! E già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può”  sembra prevedere la fatuità di uno stile di vita basato esclusivamente sull’apparire e il rischio di cadere vittima dell’ossessione di rendere fotografabile ogni istante della propria esistenza.

 

© Ruggero Ruggieri

 

In era analogica, quando ogni scatto costava non poco in pellicola, sviluppo, stampa, si fotografava l’evento, l’occasione speciale. La fotografia era già entrata in ogni casa, c’era in ogni famiglia nel cassetto del salotto almeno una Instamatic, erede di quel sogno industriale marcato Kodak. “Voi premete il bottone, al resto ci pensiamo noi”. A volte si estraeva solo raramente nell’arco di un anno, per fotografare un compleanno o un capodanno. Si portava con sé in vacanza per fotografare la torre di Pisa o riprendere noi da bambini, al mare.

Molti avevano consapevolezza delle limitazioni della Instamatic per quanto riguarda l’angolo di campo ripreso da quel formato quadrato, volevano ci fosse ‘di più’ nelle loro fotografie, e inquadravano diagonalmente. Alzi la mano chi non l’ha fatto almeno una volta.

 

© Ruggero Ruggieri

 

Lo smartphone ci permette di fotografare in qualsiasi momento, qualsiasi cosa, lo abbiamo sempre con noi. La fotocamera spesso è relegata a quando usciamo deliberatamente per fotografare, anche se poi avviene che avendo con noi fotocamera e smartphone siamo troppo pigri per estrarre la fotocamera dalla custodia o dalla borsa preposta, e fotografiamo comunque con lo smartphone. Si fa prima, basta un attimo e la pizza che stiamo mangiando con gli amici viene condivisa sulla nostra bacheca per comunicare il felice momento anche ad ‘amici’ che non abbiamo mai visto e probabilmente non vedremo mai nel reale. D’altronde è comprensibile il desiderio di condividere con altri i nostri momenti di felicità. Poi se andiamo in differita temporale a cercare le foto scattate in occasione della prima comunione di nostro figlio non riusciamo a trovarle, sono disperse in un qualche hard disk esterno.

Se viene a trovarci zia Mariolina, che abita a 400 chilometri e vediamo ogni qualche anno, non possiamo dopo pranzo, al momento del caffè, andare al cassetto della credenza ed estrarre gli albumetti fotografici per sfogliarli e rivivere e condividere con lei i momenti salienti di quello che è accaduto in famiglia dall’ultima volta che ci siamo visti. Condividiamo nei social l’attimo mentre lo viviamo, ci viene a mancare assai spesso il poter condividere con i parenti, quando lo desideriamo, i nostri ricordi.

Siamo ormai arrivati all’assurdo, Facebook ci ha preso la mano, condivide a sua libera scelta i nostri ricordi, gestisce la nostra memoria estraendo in automatico, random, giorno per giorno, delle immagini dall’archivio della nostra bacheca.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Ruggero Ruggieri

 

 

 

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