Due giorni fa tornavo a casa dopo una visitina al mio fidato riparatore di elettrodomestici, ogni tanto ci vado a fare 4 chiacchiere. Anche per non occuparmi solo di far da mangiare, pulire casa e parlare di fotografie. Beh insomma saranno pur fatti miei,   comunque tornando ha casa ho letto una scritta su un muro. Spesso sono solo segni grafici per me incomprensibili, non ho il codice interpretativo. Questa volta invece la scritta mi ha colpito:

 

LA FOTOGRAFIA È REALE SOLO SE CONDIVISA

 

Non avevo con me lo smartphone e in ogni caso non mi piace fotografare con lo smartphone. Ho pensato a quei Maestri delle fotografia che nemmeno per fare due passi uscivano da casa senza fotocamera. Perché il reale è sempre lì dietro l’angolo e non deve cogliere impreparati.

Ho continuato a fare quei 4 passi verso casa, quella scritta mi ronzava dentro. Come se volesse dirmi altro. Ok non ho potuto farne a meno, arrivato a casa ho preso la fida Fujifilm X-E2 e sono tornato alla scritta, l’ho fotografata.

 

© Giorgio Rossi

 

La felicità è reale… Cosa è il reale? Quale condivisione fa diventare reale la felicità, di per sé puramente privata, personale, emozionale. Tuttavia la scritta mi era arrivata, la condivisione riuscita, anche se l’autore della scritta non lo saprà mai. Chissà poi a quale felicità alludeva l’autore, se personale e con l’auspicio di condividerla con la sua bella o a un altra felicità. Alla fin fine è sempre così, vale anche per la fotografia.

Non è del tutto scontato che un “messaggio” fotografico arrivi esattamente come desiderava l’autore, può essere interpretato in modo personale dall’osservatore, che ha un ruolo non indifferente come destinatario ricevente. Ovviamente messaggi pubblicitari devono arrivare.

Rimuginando su quella scritta mi è venuto da pensare:

 

LA FOTOGRAFIA È REALE SOLO SE CONDIVISA

 

Assurdo? Molti affermano che per essere reale la fotografia deve venire stampata, deve essere possibile toccarla, possibilmente annusarla, percepirla come oggetto concreto con tutti i sensi. Ovviamente è in parte vero, non del tutto però, anzi per me poco.

 

 

Un esempio? Recentemente sono andato a vedere la mostra delle fotografie vincitrici del World Press Photo 2025 al Palazzo delle esposizioni. Ovviamente erano stampate, incorniciate, appese al muro come fossero quadri, con ampia spiegazione accanto a ogni foto, ad ogni progetto.

Erano reali come intendono in molti? Sicuramente lo erano. Solo che di tutte l’unica che mi è rimasta impressa è la foto vincitrice, anche perché la conoscevo già, l’avevo già vista un sacco di volte sullo schermo, commentata nei più diversi modi.

 

“Mahmoud Ajjour, Aged Nine”. © Samar Abu Elouf (The New York Times), vincitrice assoluta del World Press Photo 2025. West, Central, and South Asia/Sinlges

 

Mi ha significato una importante differenza, mi ha suscitato sensazioni diverse, più profonde, vederla stampata, concreta, reale? Direi di no, anzi sono tornato a cercarla, a rivederla sullo schermo. Finalmente, sedimentandola, forse sono riuscito ad interpretarla, sebbene naturalmente in modo personale.

Sulle prime la foto del ragazzino senza braccia mi aveva sconcertato, mi sembrava una spettacolarizzazione del dolore. Ho fatto fatica ad accettarla mentalmente… poi a casa, rivedendola sul monitor, forse l’ho capita.

 

 

La fotografa Samar Abu Elouf e Mahmoud, il ragazzino, hanno costruito insieme un “monumento all’invincibilità del popolo palestinese”. Non c’è dolore in quello sguardo, c’è una forza, una sicurezza che non possono essere piegate. Un guardare lontano, oltre.

 

 

Perché a casa mi ha dato sensazioni diverse e mi ha portato a riflettere? Non era più vera la foto esposta? Ma vera in che senso, come unico originale stampato, o come buona copia?

Il significante è la forma materiale di un segno, ovvero la sua espressione sensoriale, il significato è il concetto o l’idea mentale che resta impressa in memoria, la assimili, ti cresce dentro, ti arricchisce. In sostanza erano cambiati i significanti, non il significato. I significanti della foto esposta erano più importanti  di quelli vedendo la foto sul monitor a casa mia? Mi aiutavano a percepirla ed interiorizzarla meglio?  Mi sono potuto soffermare poco a vederla in esposizione, c’erano altri dietro di me che desideravano osservarla.

 

 

A casa mia invece ero immerso in una parziale deprivazione sensoriale, come seduto in una sala durante la proiezione di un film. Non ero al buio, ma le cose intorno le conoscevo già, mi erano percettivamente indifferenti in quel momento. Potevo allargare la foto a monitor, cercare di entrare con i miei occhi negli occhi del ragazzino.

Philippe Daverio: La gente di solito va nei musei e guarda quattrocento quadri in un’ora e mezza. Torna con dei piedi gonfi così e va alla ricerca di una Coca-Cola tiepida per dimenticare l’esperimento. I luoghi dove stanno i quadri si chiamano pinacoteche, come esistono i luoghi dove stanno i libri che si chiamano biblioteche. Nessuno va in biblioteca e legge tutti i libri. Uno che va in una pinacoteca, in un museo, dovrebbe andare a vedere due quadri. All’inizio, a mio parere, addirittura uno solo. Quello che l’ha fatto il quadro spesso ci ha messo due anni a farlo. O anche due mesi a farlo… Cosa mi dà il diritto a me di guardarlo in venticinque secondi?

Credo che ciò mi sia accaduto osservando al palazzo delle esposizioni le foto del WPP. Non le ho viste con calma, con riflessione, con ispirazione, come auspicava la presentatrice nel filmato.

 

 

Molto diverso è vedere una statua , è tridimensionale, non può essere rappresentata efficacemente in una sola fotografia. Ricordo benissimo le sensazioni provate anni or sono ammirando “L’Apollo e Dafne”, gruppo scultoreo realizzato da Gian Lorenzo Bernini, nella Galleria Borghese di Roma. Potevo girarci intorno, osservarla da ogni angolazione possibile a mia libera scelta.

Una fotografia è bidimensionale, la puoi apprezzare al meglio nell’interezza dell’inquadratura solo osservandola ad una determinata distanza che dipende dal fattore di ingrandimento. Certo una stampa analogica può essere osservata anche da vicinissimo col lentino, se si cerca di carpirne i segreti, ma si rischia di perdere l’insieme.

Capisco che per un discreto numero di fotografi scattare in analogico abbia una sua importanza, è un modo di concepire la fotografia lento, che si riflette nel risultato finale, a volte è percepibile solo da esperti, a volte anche dal comune osservatore. Spesso è irrilevante se sia stata realizzata in analogico o in digitale, se per l’osservatore l’importanza del contenuto prevale rispetto alla sottile estetica.

 

 

Capisco anche benissimo che fotografie realizzate col collodio umido o con altre antiche tecniche sia importante osservarle dal vivo, nell’unica copia esistente. Però per altre foto, di street, di reportage, spesso la stampa non è nemmeno stata realizzata dall’autore. Detta sinteticamente: fotodemmerda si possono fare sia in analogico che in digitale, l’avere scattato in analogico non è sufficiente a nobilitare una fotodemmerda.

Viviamo in un’epoca di condivisione, ne siamo consapevoli. Spesso siamo meno consapevoli che la condivisione in fotografia una cinquantina di anni or sono non esisteva.

Ricordo che le mie prime foto stampate le facevo vedere solo a qualche amico. I miei, quando venivano parenti mi spingevano a mostrarle, io ero riluttante. Già me la sentivo che la zia Alda avrebbe detto: “certo che le foto in bianco e nero sono sempre più artistiche!”  Dunque a quei tempi nessun normale fotoamatore esponeva fotografie, anche gli autori più importanti raramente li abbiamo visti in esposizione, certo non nei sancta sanctorum dell’arte in Italia. Tutti i fotografi importanti li abbiamo conosciuti perché pubblicati su riviste, o di fotografia o di attualità come Epoca.

 

© Francesco Cito. Reportage ” Afghanistan: Ivan si ferma qui ” pubblicato dal settimanale Epoca

 

Un evento di enorme importanza fu da circa il 1960 in poi lo scanner a tamburo, permetteva di acquisire le foto per la pubblicazione in riviste. Oggi gli scanner sono obsoleti dato che per lo più le riviste lavorano su file digitali, anche per questioni di tempi. Pensare a quello che era e a quello che è attualmente la fotografia è importante, raramente si pensa a quel passato. È un bene? Un male? Inutile pensarci troppo è così, del resto credo nessuno rimpianga più di tanto le locomotive a vapore.

Resta l’essenza della fotografia, una delle sue particolarità è l’essere riproducibile, anche in migliaia di copie, tutte quasi  identiche nella tiratura di stampa di una rivista, tutte molto simili, riproducibili all’infinito, se viste a monitor. Però possono essere storpiate, questa famosa foto di Weegee, scattata per la serata di apertura dall’opera, non rispecchia affatto l’originale, è stata ritagliata, ha perso il suo senso originale che era di critica abbastanza feroce.

 

© Weegee

 

Poteva anche accadere ai tempi della pubblicazione su riviste. Molti fotografi scattavano in 6×6 per permettere al grafico impaginatore di rifilarla sia orizzontale che verticale. Solo i grandi fotografi potevano avere voce in capitolo sulla impaginazione di un articolo con loro foto. Ovviamente era il giornale o la rivista a scegliere che foto pubblicare, come pubblicarla e come commentarla con una dida.

Insomma ogni pubblicazione era orientata, anche politicamente, e diretta a un preciso target di lettori. Quindi non lamentiamoci più di tanto se attualmente le nostre foto su Facebook sono a volte censurate da un algoritmo che accetta i lato B e censura ogni possibile tetta. La libertà totale dalla censura su Facebook non esiste ed è meglio così, altrimenti si abuserebbe di tale libertà. Sul web del resto si possono trovare tutte le orridità del mondo, dal  traffico di organi a quello di armi e molto di peggio.

Il vantaggio è che attualmente l’informazione e la documentazione fotografica non sono più supervisionate dalla linea editoriale e politica di una testata. Può esistere una informazione autonoma, può arrivare assai prima o in modo diverso rispetto alla informazione ufficiale. Se si leggono i commenti ad articoli del Corriere, di HuffPost e altri si può facilmente comprendere che sono spesso pilotati. Molti account sono dei fake, forse pagati, forse fan solo per spirito di appartenenza a un gruppo o per rincorrere il carro che viene dato per vincente. Del resto i social sono attualmente la più importante manipolazione del pensiero, di voto, e di possibili azioni conseguenti. Sta ovviamente a noi decidere con consapevolezza quali notizie riteniamo attendibili  quali meno. Sopratutto comprendere sino a che punto di raffinatezza è arrivata la manipolazione dell’informazione. A questo proposito ho trovato un interessante video.

Si tratta di food, però i meccanismi dell’informazione e dell’indirizzamento delle intenzioni di utenti sono dovunque uguali, la fotografia non è un’isola felice lontana dal resto del mondo. Anche nel nostro piccolo mondo esistono influencer.

Su una rivista non troverebbero pubblicazione le belle fotografie scattate da Tore Murru durante una manifestazione pro-Palestina a Cagliari, non sarebbero di interesse nazionale, forse sarebbero anche contro la narrazione che intendono diffondere riviste e tendenze politiche della amministrazione pubblica.

 

© Tore Murru

 

Però foto come queste esistono, sono reali, contaminano, influenzano i pensieri. Non è solo questo ad essere importante, le fotografie che vengono postate sui social influenzano non poco anche l’espressività, la scelta dei soggetti da fotografare, il modo di rappresentarli, la postproduzione in Bianco e Nero o a colori. Vengono a creare mode e linee di tendenza importanti.

 

© Tore Murru

 

C’è anche un forte pericolo di aderire più o meno consapevolmente a un mainstream. Ogni singola foto appartiene a un flusso, è come una sardina che nuota in un branco. Affonda rapidamente con altre nel mare profondo del Web. Però se una singola foto ha suscitato un particolare interesse, ha lasciato una traccia che permane, è avvenuta una comunicazione importante, si inizia a seguire un autore. Magari si entra in contatto con lui in privato, o si arriva a conoscerlo personalmente.

Colpa nostra è invece la diffusa bulimia fotografica che ci porta spesso a non soffermarci su alcuna foto. Mi è capitato di leggere un post: io su Facebook non trovo nulla di interessante. Scritto ovviamente da uno che su Facebook non ha mai messo nulla di interessante.

La condivisione non è solo prendere è anche dare. Ovviamente la mia è una provocazione, un invito a riflettere.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 


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7 COMMENTS

  1. Tralasciando la scritta originale che parlava della “felicità”…

    … è sulla trasposizione del termine con “fotografia” che mi sembra importante soffermarsi.

    Perché la frase che ne consegue, e che da il titolo a questo articolo (“La Fotografia è reale solo se condivisa”) è una palese “generalizzazione” che non trova riscontro con la realtà delle cose.

    Trovo che sia sempre sbagliato cercare di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.

    TUTTO PARTE DAL PERCHÉ SI FA FOTOGRAFIA
    Tutto parte da lì e tutto dipende da quello.

    Di conseguenza, è di tutta evidenza che la fotografia NON È SOLO condivisione (come NON È SOLO comunicazione)… È certamente ANCHE condivisione (come è ANCHE comunicazione), ma È certamente ANCHE tante altre cose.

    Non tutti fanno fotografia per comunicare qualcosa a qualcuno, per dire qualcosa, raccontare una storia… e certamente non tutti fanno fotografia per condividere la propria fotografia.

    Ci sono certamente migliaia e migliaia di persone che fanno fotografia per comunicare, per dire qualcosa a qualcuno e/o raccontare storie o situazioni e hanno il desiderio di condividerla con altri…

    …e ci sono certamente migliaia e migliaia di persone che fanno fotografia per motivazioni e scopi assolutamente diversi, e di comunicare, dire o raccontare qualcosa a qualcuno non gli importa niente, ma proprio niente… e di condividere con altri nemmeno.

    QUESTO NON RENDE AFFATTO LA LORO FOTOGRAFIA MENO REALE, NÉ MENO STRAORDINARIA.

    PER INCISO:

    Si può benissimo fare Fotografia, anche grande Fotografia, “interessante”, “profonda” ed “emozionante”, senza voler per forza “dire”, “raccontare” o “comunicare” qualcosa a qualcuno, o condividerla con qualcuno.

    Questo non significa affatto che quella Fotografia poi non comunichi o non possa comunicare…comunica eccome, comunica moltissimo (per peculiarità intrinseca la fotografia comunica, sempre SE viene vista da qualcuno… perché SE non viene vista da nessuno, la comunicazione non c’è), significa semplicemente che NON è stata realizzata con lo scopo di comunicare qualcosa a qualcuno, o di condividerla

    L’ importante è quindi ricordarsi che (lo ripeto per enfatizzare il concetto):

    Si può benissimo fare Fotografia, anche grande Fotografia, “interessante”, “profonda” ed “emozionante”, senza voler per forza “dire”, “raccontare” o “comunicare” qualcosa a qualcuno, o condividerla con qualcuno.

    Non sei d’accordo?

  2. vedi il titolo è un poco provocatorio, ed è importante per attrarre l’attenzione di lettori spesso svagati ed invitarli a fermarsi, a leggere, e giustamente anche a pensare, e esprimere se lo desiderano una loro opinione. Scrivo di fotografia dal 2019 , un articolo a settimana di solito. Ovviamente in tanti articoli ho rivoltato la Fotografia come un pedalino.
    Mi fermo quindi alle tue conclusioni che sono un riassunto di quanto hai scritto:
    Si può benissimo fare Fotografia, anche senza grande Fotografia, “interessante”, “profonda” ed ” emozionante senza voler per forza “dire”, “raccontare” o ” comunicare qualcosa a qualcuno o condividerla con qualcuno.
    Non sei d’accordo?”
    Non sono più di tanto d’accordo… parli di fotografia interessante , profonda, emozionante….. ma tutto ciò per chi? solo per te stesso? e come fai a capire che è una fotografia emozionante, ecc?

    • Se vuoi saltare in fondo al mio commento, e sorvolare su quanto ti ho dettagliato nel commento…puoi certamente farlo, ma almeno prova ad analizzare quel contenuto e quei passaggi, dai quali, in modo esplicito o implicito c’è anche la risposta alla domanda che mi poni.

      Te l’ho scritto proprio prima della mia di domanda, che una fotografia, per sua caratteristica e peculiarità intrinseca “comunica” comunque SE viene vista da qualcuno…
      …ora, è di tutta evidenza che, come ci sono migliaia e migliaia di persone che fanno fotografia per dire, raccontare o comunque comunicare qualcosa a qualcuno, c’è ne sono migliaia e migliaia che fanno fotografia con motivazioni e per scopi molto molto diversi, e di dire, raccontare o comunicare qualcosa a qualcuno non gli importa niente, ma proprio proprio niente.

      Tra tutte queste migliaia di persone che fanno fotografia per motivazioni e scopi differenti, (io sono tra questi, ma ne ho conosciuti molti), capita di incontrarne diversi, in mostre, rassegne, festival e fiere di fotografia (perché molti di questi sono spesso anche “fruitori” delle fotografie degli altri)…

      … parlando con loro di fotografia, me lo hanno confermato in diversi (oltre al fatto che mi è successo di persona più volte): succede talvolta che persone “esterne” al tuo mondo fotografico (come parenti o amici)… ti chiedono di vedere la tua fotografia.

      In quei frangenti , se le condizioni logistiche lo consentono, tu gli fai vedere la tua fotografia (come altri con le loro motivazioni, fanno talvolta vedere la loro fotografia), perché LUI o LORO (curatori, gestori di club o circoli fotografici, di musei o festival, rassegne o comunque addetti ai lavori) ha (hanno) voluto vedere, e ha (hanno) chiesto di vedere la tua fotografia…a seguito di un dibattito sulla fotografia…te le chiedono per farci una mostra, o per organizzare un incontro con l’autore (dove tu, allora e solo allora, ti presti, perché te lo chiedono, a comunicare e trasmettere), allora le tue fotografie (anche se solo l’ 1% o il 2% di quello che hai realizzato) esprimono verso gli altri il loro potenziale, e comunicano, parlano, raccontano, trasmettono emozioni, ecc…

      …il punto però rimane:

      Tu hai fatto quella Fotografia SENZA VOLER DIRE O RACCONTARE NIENTE A NESSUNO.

      Se poi è successo che hai fatto mostre e incontri con l’autore in giro per l’Italia, è successo perché qualcun altro te lo ha chiesto ma comunque le tue motivazioni nel fare fotografia erano altre e la volontà di raccontare alla gente era (ed è) inesistente.

      Ecco quindi la risposta alla tua domanda (“…come fai a capire che è una fotografia emozionante?):

      A parte il fatto che se fai fotografia da decenni e decenni e decenni, e sei iper-critco verso te stesso, e studi la materia da mezzo secolo, sai benissimo come e quando una fotografia è profonda, interessante ed emozionante…ma, come ti ho scritto sono proprio gli addetti ai lavori (con i quali casualmente sei venuto a contatto) e i fruitori che casualmente hanno visto le tue immagini, che lo dicono, e che lo affermano.

      Nella speranza che la domanda che ti ho fatto nel mio primo commento sia ora ancora più chiara e dettagliata…

      … potresti spiegarmi come fai a pensare e a sostenere che la Fotografia di chi l’ha fatta con motivazioni e per scopi diversi dal dire, o raccontare, o comunicare qualcosa a qualcuno (e diversi dal condividere questa Fotografia con qualcuno) non possa essere altrettanto (se non di più, in molti casi) profonda, interessante ed emozionante?

      Attendo con interesse la tua risposta.

    • Potresti cortesemente rispondere alla domanda dettagliata nell’ultimo messaggio di due giorni fa?

      Ti ringrazio in anticipo.

  3. Preferisco risponderti qua. Prima di tutto devo dirti che sei un poco prolisso, un poco di sintesi sarebbe auspicabile, altrimenti dovrei rispondere ad ogni tua frase o pensiero che ci sta dietro.
    La fotografia, quale essa sia , che sia analogica o digitale viene immagazzinata su un supporto, che sia una pellicola o una scheda SD non fa molta differenza. Non è cmq arrivata al suo stadio finale, alla stampa, esiste solo parzialmente, anche per te. Sai forse che sta lì da qualche parte, magari non ti ricordi nemmeno esattamente dove. Se la stampi, puoi tenerla con te, è reale…. ma per chi non la vede è impossibile ipotizzarla, ipotizzarne il senso, immaginarla concretamente, precisamente. Quindi per lui non esiste. Se ti chiede di vederla, per qualsiasi ragione te lo chieda, e se gliela fai vedere, in quel attimo o tempo lungo, diventa vera condivisione e diventa reale. Pensa a un qualsiasi fotografo famoso…. ha scattato migliaia di foto, molte non le ha mai stampate, mai diffuse, mai condivise, per sue ragioni personali, e per altri non esisteranno mai. Ma allora mi dirai: ” solo quello che percepisci è reale? non esiste un reale al di fuori della tua percezione personale? ” beh insomma, io so che esistono gli elefanti, perché anche se non ne ho visto nessuno dal vivo ne ho visto la rappresentazione, so dove vivono, cosa mangiano, ecc. . Se mi viene voglia ed ho tempo, ci vado e li vedo. OK? però siamo su due piani chiamiamoli ” filosofici” diversi. Su uno c’è una realtà che è stata percepita da qualcuno, sull’altro siamo in una realtà mai vista da nessuno, non si sa dove possa essere, quindi quella realtà irraggiungibile non esiste concretamente per nessuno.

    • Mi sembra che non ci siamo proprio Giorgio, perché penso che potresti calibrare meglio i termini che usi sulle circostanze e nel merito del perché li usi.

      Io non mi sono affatto né offeso, né risentito per il fatto che mi hai dato del “prolisso”, ma trovo quel termine assolutamente fuori luogo.

      Quando si toccano determinati argomenti, “argomentare” bene, sviluppando con attenzione le affermazioni che si fanno ed entrando sempre nel merito…non è solo consigliabile o necessario… è indispensabile, anche solo per evitare in tutti i modi di essere frainteso, come evidentemente è successo…visto che nonostante i concetti da me dettagliati siano chiarissimi, tu scrivi ignorandoli completamente, cercando di “rigirarti” i discorsi a piacimento.

      Ora, è di tutta evidenza, che tu non solo non hai letto con la dovuta attenzione i miei commenti, visto quello che hai scritto, ma soprattutto non hai risposto alla domanda che ti ho fatto, e che ti ho chiesto per ben tre volte in tre diversi commenti.

      La domanda ti chiedeva se tu eri o non eri d’accordo sul fatto che si può benissimo fare Fotografia anche grande Fotografia interessante profonda ed emozionante senza voler per forza dire raccontare qualcosa a qualcuno, né senza voler per forza condividere la tua fotografia con qualcuno…e, se tu non fossi stato d’accordo, ti chiedeva di dettagliare il perché.

      Ma tu, nemmeno ora, ti sei degnato di rispondere… eppure, non sei tu che mi hai scritto che “in tanti articoli hai rivoltato la Fotografia come un pedalino”?

      Mi scrivi che: “la mia Fotografia esiste solo parzialmente anche per me”, poi aggiungi: “Sai che sta lì da qualche parte, magari non ti ricordi nemmeno esattamente dove”…

      …ma cosa ne sai?

      Sono 48 anni che faccio fotografia e che sviluppo e stampo regolarmente ogni settimana in camera oscura…ho tutto perfettamente archiviato… tutti i negativi e tutte le migliaia di stampe…so benissimo dove si trova tutto…

      Poi ti correggi: “Se la stampi puoi tenerla con te, è reale..”

      È REALE!

      Punto!!

      E quindi basta! Come ti ho detto ci sono milioni di persone che non fanno fotografia per “gli altri”… cosa serve aggiungere, come hai fatto (testualmente):

      “…ma per chi non la vede è impossibile ipotizzarla, ipotizzare il senso, immaginarla concretamente, precisamente. Quindi per lui non esiste.”

      Io ti rispondo: ” E chissene frega!” Mica l’ho fatta per “lui” (o per “loro”).

      Ma è lì, È REALE, anche se non è per niente condivisa…al contrario di ciò che hai affermato nell’ articolo.

      Se e quando me la chiedono, e se le condizioni logistiche lo consentono, posso anche fare vedere loro la mia Fotografia…in quel caso diventa condivisione, ma è fuori da ogni dubbio che:

      1) Quella Fotografia NON è stata realizzata con lo scopo di dire o raccontare qualcosa a qualcuno, né con lo scopo di essere condivisa con qualcuno.

      2) Quella Fotografia È REALE…che sia condivisa oppure NO!

      Tutto ciò, te lo ricordo, era già stato dettagliato e chiarito nei precedenti due primi commenti che ti ho scritto… ed ho cercato di scriverteli nel modo più intelligibile possibile.

      Tu invece, ci ha visto solo un discorso “prolisso”… probabilmente non lo hai per nulla analizzato (e questo te lo avevo già scritto nel secondo commento), visto come hai risposto.

      In pratica io ti chiedo “che ora è?”…
      …e ti mi rispondi ” è venerdì!”

      Infine, visto che dopo averti posto una domanda in tre commenti, alla quale NON hai ancora risposto, faccio un altro tentativo…

      La domanda era ed è:

      POTRESTI SPIEGARMI COME FAI A PENSARE, E SOSTENERE, CHE LA FOTOGRAFIA DI CHI L’HA FATTA CON MOTIVAZIONI E SCOPI DIVERSI DAL DIRE, O RACCONTARE, O COMUNICARE QUALCOSA A QUALCUNO (E DIVERSI DAL CONDIVIDERE QUESTA FOTOGRAFIA CON QUALCUNO) NON POSSA ESSERE ALTRETTANTO (SE NON DI PIÙ, IN ALCUNI CASI) PROFONDA, INTERESSANTE ED EMOZIONANTE?

      Visto che sono certo che tu sappia entrare nel merito, e che tu stesso affermi che sai girare la Fotografia come un calzino…

      …prova a dare una risposta!

  4. Vedi per esempio Roland Barthes parlava di fotografia in Camera Chiara e per spiegare certi suoi concetti ricorreva a fotografie. In tutta la storia dell’arte per parlare di un autore si fanno vedere almeno fotograficamente le sue opere, così come in musica se vuoi parlare di Mahler, di Bach o dei Beatles fai riferimento preciso alle loro composizioni. Di conseguenza penso che si possa parlare di fotografia solo con la fotografia, con esempi concreti sui quali discutere..
    Tu parli della tua fotografia interessante , profonda, ecc. sono aggettivi che in sé e per sé non specificano assolutamente nulla. Capisci bene che chiunque, dal mio pescivendolo al mio fornaio, al benzinaio, può dire di avere scattato fotografie profonde interessanti ecc. Lo so ci sono milioni di persone che scattano solo per sé stesse, per tenerle nel cassetto. È una loro scelta assolutamente lecita, nulla in contrario, però da parte mia è altrettanto lecito dire che la loro fotografia non esiste. Sopratutto non sono utili, ammesso che davvero esistano, per parlare di fotografia, per i motivi che ho scritto. Ti dirò di più, qualsiasi fotografia percepibile da altri, postata su un social, indipendentemente dal soggetto ripreso, esiste. Ne ho la dimostrazione e può pure essere utile, può creare tendenze, influenzare altri e far crescere la fotografia, farla evolvere. Così come è sempre avvenuto nell’arte ed in ogni espressione condivisa. L’arte quella vera, quella che conosciamo e che ci emoziona, non è mai stata chiusa in cassetti. Naturalmente puoi credere che le tue foto siano splendide, profonde, interessanti ecc. e puoi continuare a tenertele nel cassetto, Però sono liberissimo di dire che servono solo a te, non ad altri, e a me meno che mai, disgraziatamente non mi piace parlare del sesso degli angeli. Mio limite. Accettalo come accetto i tuoi. Aggiungo. Cosa ti spinge a intervenire con tale veemenza sul mio articolo? Cosa ti spinge a cercare approvazione e consenso dato che vivi benissimo delle tue convinzioni e della tua fotografia? Perché lo fai da quasi anonimo, dato che di te si sa solo il nome? Che urgenza hai di convincere altri? Io da anni , fotograficamente e scrivendo in tutto quello che faccio ci metto il mio nome e cognome, e a volte la mia fotografia, mi paleso in ogni pensiero e credimi ci metto impegno, non è cosa da poco , e lo faccio solo per amore della fotografia e della condivisione di pensieri. Credo di dare molto o almeno ci provo, perché mi piace così, tu invece non dai assolutamente nulla e per di più chiedi. E ti rispondo e nemmeno capisci cosa ti ho risposto, vai avanti con i tuoi treni mentali, beh vai pure, fai come vuoi, non ti seguirò. Né credo ti seguiranno altri.

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