La fotografia è sempre il risultato di una interazione tra polarità opposte che si affacciano una di fronte all’altra. È un sistema con la proprietà possedere due poli opposti con caratteristiche distinte. Non ci sono né mezze misure né mezze stagioni, è e se accade è così, altrimenti non accade. Nel tempo dello scatto da una parte c’è il fotografo, l’autore, in mezzo la fotocamera, dall’altro lato l’oggetto ripreso. Il fotografo è indubbiamente l’autore, è lui a scegliere quando, come, perché scattare una foto, senza di lui il mezzo tecnico non potrebbe far nulla, non servirebbe a niente.

Avviene tra le due polarità in campo un reciproco incanto seduttivo, il fotografo agisce in una sorta di stato di ipnosi, in una condizione di “legamento” magico. In psicologia si parla di “Effetto di Campo”, è il risultato di un insieme di forze interdipendenti che agiscono all’interno di uno spazio strutturato.

Kurt Lewin (1890-1947), esponente chiave della psicologia della Gestalt, applicando i principi dinamici allo studio della personalità, dei gruppi e dell’ambiente sociale, estese la concezione olistica gestaltista (“il tutto è diverso dalla somma delle parti”) formulando la “Teoria del Campo”, secondo cui il comportamento umano è funzione dell’interazione dinamica tra la persona e il suo ambiente psicologico in un dato momento.

 

 

 

 

Per comprendere a fondo una fotografia, che è, prima di tutto, un evento psicologico, non un mero atto tecnico, bisognerebbe analizzare la situazione globale (il campo) nel momento in cui si verifica, piuttosto che cercare di sommare lo stato mentale del fotografo e i singoli elementi facenti parte della scena ripresa. Ovviamente è impossibile per un critico essere presente al momento in cui si verifica una fotografia, e conoscere così approfonditamente il fotografo, quindi può dare del risultato solo una interpretazione personale a posteriori. La sua interpretazione può agire in modo deleterio sull’osservatore finale, come una sorta di filtro condizionante, nel senso che può indirizzare la percezione del singolo fruitore.

Si è parlato recentemente di Alessandro Barbero, se potesse da medievalista dare una accurata lettura di fatti attuali. Forse sì, forse no, sta di fatto che è un approfondito studioso. Esattamente come approfondito studioso deve essere chi si occupa di critica della storia dell’arte. Chi analizza un dipinto di Caravaggio ha studiato approfonditamente tanto la vita dell’autore che l’epoca in cui visse, può essere obiettivo nella sua analisi. Forse per questa ragione non pratico la critica fotografica, mi sento molto lontano da una certa critica romantica, lontana da fatti oggettivi.

Affascina il lettore con paroloni, ma non dice nulla di chi è il fotografo, in che ambiente socio/culturale vive, come vive, cosa mangia, che musica ascolta, ecc. come se fossero fatti irrilevanti o noti a tutti. La volta dopo disquisisce dell’opera fotografica di un altro, poi di un altro ancora, saltando di palo in frasca come un uccellino felice. Insomma mi viene da pensare… Questo critico, per scrivere così che cosa si è fumato?

 

© Dennis Ziliotto

 

La fotografia è un atto sincretico, un fusione di elementi ambientali, culturali e personali eterogenei il cui risultato può essere decriptato e interpretato per lo più solo soggettivamente.

Il tempo dello scatto divide un prima da un poi, è catartico, provoca una sorta di scarica emotiva liberando da tensioni interiori. Non a caso in era analogica, specie quando si scattava con tempi lunghi si tratteneva il fiato, ci si concentrava mentalmente e fisicamente. Si stringevano le braccia verso il corpo, per limitare possibili. Immediatamente dopo lo scatto ci si rilassava, si riprendeva a respirare normalmente.

Con le attuali digitali, grazie a un ottima stabilizzazione il rischio di mosso è assai limitato. Lo scatto resta catartico ma molte implicazioni psicologiche sono cambiate. L’ansia da prestazione è quasi estinta, oggi con le digitali possiamo verificare come verrà la foto ancor prima di premere il pulsante di scatto. In era analogica si sapeva se una foto era venuta bene o meno solo dopo averla sviluppata, quando ormai soi era lontani dalla situazione dello scato e non poteva venire ripetuto.

 

© David Glauso

 

Tutto nella fotografia digitale di oggi, come del resto nel mondo in cui viviamo, scorre rapidissimevolmente, anche la consapevolezza del momento, l’importanza di quell’hic et nunc è diminuita, qui però entriamo nel campo del soggettivo. C’è chi tiene Workshop per insegnare la consapevolezza, non so quanto sia possibile insegnarla.

È venuta meno anche la ritualità, vorrei dire quasi sacralità, dell’essere fotografo e attraverso una serie mi azioni ben precise portare a termine lo scatto. Rimane, chissà sino a quando, il mito romantico di essere l’officiante, il fotografo.

Chi ha fotografato qualche volta con un banco ottico sa perfettamente a cosa mi riferisco. Sotto il manto protettore nero (dio che soffocamento in estate!) il sopra diventava sotto, quello che era sinistra si vedeva a destra sul vetro smerigliato. Una sorta di estraneazione molto forte. Si inquadrava la scena da aprendo l’otturatore alla massima apertura, si metteva a fuoco allungando o accorciando il soffietto.

Non era per nulla semplice, a volte toccava agire decentrando l’obiettivo, basculando le standarte. Si imparava ad usare al meglio la regola di “Scheimpflug” che a dirlo così sembra di stare sputando.

 

 

Tutto ok, tutto esattamente come si voleva? Si chiudeva il diaframma dell’obiettivo, si verificava che il diaframma fosse effettivamente chiuso, non si sa mai.

Si caricava l’otturatore centrale. Si inseriva lo chassis, si esposimetrava, si impostava tempo, il diaframma era stato già sceltoin relazione alla profondità di campo desiderata, si toglieva l’antina di protezione dallo chassis, ora la lastra era nuda, vulnerabile dalla luce.

Poi si premeva sul flessibile di scatto, un rumorino quasi inavvertibile testimoniava che la pellicola veniva esposta alla luce, impressionata, il silenzio diceva che lo scatto era terminato.

Tutto ciò era elevato a potenza nella fotografia al collodio umido, comprendeva anche il sensibilizzare la lastra.

 

 

Ho chiesto a Dennis Ziliotto, noto a livello internazionale per i suoi ritratti al collodio umido di palarci dei suoi scatti dal punto di vista tecnico e psicologico:

Solitamente preparo con calma la macchina, controllo la luce e la lastra prima dello scatto. Il tempo necessario alla tecnica antica, 5/ secondi con moltissima luce di supporto, cambia anche il rapporto con il soggetto: non c’è spazio per immagini veloci o distratte. Durante l’attesa nasce un contatto fatto di osservazione reciproca e silenzio.

Studio i dettagli del volto e della postura, mentre il soggetto diventa più consapevole della propria presenza davanti all’obiettivo. Nel momento dello scatto, la fotografia non registra solo un’immagine, ma anche la relazione costruita in quei pochi minuti.

 

 

Il tempo necessario al sensibilizzare di una lastra, il fatto che dovesse venire usata subito, rendevano impossibili scatti in sequenza. Uno scatto era l’estrema sintesi della relazione costruita tra fotografo e soggetto ritratto. Solo con la diffusione di rullini fotografici si poté scattare in sequenza, a volte rapida disponendo di un motore per l’avanzamento della pellicola.

Successivamente, con le fotocamere digitali la rapidità degli scatti aumentò ancora. Tuttavia concettualmente dall’inizio della fotografia non ci sono state grandi evoluzioni dal punto di vista del rapporto di interazione tra fotografo e persona ritratta.

 

© David Glauso

 

Almeno da quanto dice David Glauso, bravissimo fotografo ritrattista, di moda e glamour:

Ogni fotografo che si rispetti trova il linguaggio più adatto alla sua visione fotografica. Fotografare qualcuno è come dialogare, parlare di se. Il ritratto è essenzialmente un incontro e come in tutti gli incontri bisogna essere liberi di raccontarsi. Alla base di tutto questo è importante creare un rapporto di fiducia. Il soggetto fotografato deve credere nel fotografo altrimenti quella libertà espressiva non esce fuori. Nel ritratto fotografico aiuta moltissimo essere empatici, si entra in connessione nelle cose non dette. Piano piano vengono alla luce e le persone mostrano chi sono.

Però quest’ultimo pensiero va precisato. Secondo me non esiste il ritratto psicologico, chi viene ritratto per lo più il suo intimo lo tiene nascosto, non si tratta di una seduta psicanalitica. Tuttavia il fotografo un poco psicologo lo deve essere, deve sapere COSA può chiedere al soggetto e cosa non può chiedere, e sopratutto sapere COME chiedere.

 

© Philippe Halsman

 

Philippe Halsman, nella serie dei salti, riuscì a fare saltare la duchessa e il duca di Windsor, dalle espressioni della foto si capisce che si divertirono a saltare. Nel mettersi in posa il soggetto mostra la parte di sé che desidera mostrare e rendere di pubblico dominio.

Ormai la fotografia è talmente diffusa che tutti, a qualsiasi livello sociale appartengano, sono consapevoli di quello che sta accadendo e scelgono spontaneamente, istintivamente, come desiderano apparire.

Nelle foto di “Pescatore di Chiodi” Alfonso Perrotta, scelse come mettersi in posa, cappello, bastone, sigaro in bocca. Signore con la sua Signora.

 

© Giorgio Rossi. Pescatore di chiodi

 

Per lo più in sessioni di shooting le pose ed espressioni vengono sia pur sommariamente concordate a priori. In una sorta di complice gioco tra fotografo e soggetto ripreso, si instaura una empatia reciproca.

Inizia successivamente un gioco delle parti che prosegue scatto dopo scatto sino a quando entrambi comprendono che non c’è altro da aggiungere.

In questo gioco il fotografo da dietro le quinte, come un esperto burattinaio regge i fili ma la modella o il modello non sono marionette senza anima.

 

 

Mi accade di vedere postate su Facebook foto di glamour o ritratti, il fotografo chiede parere e consigli. A volte le luci sono messe benino, secondo quanto appreso scolasticamente, con le canoniche 2- 3 fonti di illuminazione, ma la modella sta lì come un sacco di patate. Di chi la colpa? Sia del fotografo che della modella, ma è difficile spiegare cosa non va bene ed è difficile che il fotografo capisca cosa si cerca di spiegargli. Per lo più chi commenta scrive suoi pareri assolutamente fuorvianti. Di solito non commento. Tra “fotografo presso fotografo” con “modella presso modella” e qualcosa di apprezzabile c’è un abisso. In ogni caso quel genere di foto non sono la realtà, nessuna foto è la realtà, però dovrebbero essere piacevolmente credibili, non evidentemente artificiose.

Molti fotografi analogici avevano una fascinazione quasi feticista per il rumore dello scatto. Ogni fotocamera aveva la sua voce, diversa da altre. Silenziosissime le Leica a Telemetro, non essendo reflex. Per altre il click variava, era morbido se avevano la tendina in tela o in titanio (Nikon F) a scorrimento orizzontale. Particolarmente silenziose erano le Olympus OM1-OM2 grazie all’ottima ammortizzazione dello specchio. L’otturatore Copal Square (Nikkormat e molte altre) a scorrimento verticale, a causa delle lamelle in metallo produceva un sono secco molto netto. Poi c’erano le medio formato ed anche qui, ognuna aveva la sua voce.

Il click ha un importanza notevolissima, testimonia che lo scatto è avvenuto, è rassicurante per il fotografo. Per il soggetto ripreso è una porta chiusa, il preludio per un’altra posa, cadenza la sessione di shooting e il suo evolversi dall’inizio alla fine.

 

© David Glauso

 

Il fotografo ricco metteva il rullino nella fotocamera sapendo che i primi scatti sarebbero stati probabilmente da buttare ma servivano alla modella per “scaldarsi”, entrare nella parte ed ambientarsi. Il fotografo povero faceva finta che nella fotocamera ci fosse la pellicola e scattava lo stesso. Se la modella fosse stata esperta si sarebbe accorta di quanto strano fosse che gli scatti continuassero ben oltre i canonici 36 del rullino. Fortunatamente il fotografo povero ritraeva solo la modella della porta accanto, la “modella presso modella” ancora non esisteva.

A proposito del rumore dello scatto mi accadde usando il flash, in uno dei due servizi matrimoniali che realizzai, di spostare inavvertitamente il tempo di scatto, da 1/60 che era il tempo di sincro del flash a 1/125, uscendo di sincro. La Mamiya 645 Super che usavo ha la tendina a scorrimento verticale, una parte del fotogramma sarebbe venuta nera. Stavo scattando con la fotocamera in verticale, il momento dello scambio delle fedi. Me ne accorsi istantaneamente dal rumore dello scatto, troppo rapido, rimisi su 1/60, tuttavia quello scatto irripetibile era fottuto. Terrore! Fui felice di verificare dopo lo sviluppo che fortunatamente la parte esposta del fotogramma mostrava quello che doveva mostrare.

In un altra situazione dovevo documentare con qualche foto il concerto di musica contemporanea di un piccolo ensemble. Avevo con me una Pentax spf e una Nikon F. I suonatori alternavano momenti di pianissimo, in cui erano quasi immobili, a momenti improvvisamente concitati in un esplodente fortissimo. Scattai la prima foto in un momento di quasi quiete. Nel silenzio raccolto degli spettatori lo scatto echeggiò come una fucilata, si girò verso me una buona parte del pubblico. Figura di m. Compresi perfettamente perché a teatro e in concerti non amplificati molti fotografi scattavano con le Leica e spesso con le Rolleiflex 6×6.

Ricordo molte foto di scena esposte in stampe grande formato a colori in teatri importanti. Le ho sempre ammirate con attenzione, a Roma chi le aveva realizzate era Tommaso Le Pera. Inutile leggere la firma, le riconoscevo, documentò oltre 4500 spettacoli in più di 45 anni di carriera. Non era il mio campo d’azione, ci vuole una vita per eccellere in quel settore. Scattava sia durante le prove, che alle prime, con mezzi fotografici diversi a seconda della situazione, era sempre all’altezza.

 

 

In ogni caso la fotocamera partecipa al “campo” del quale sto scrivendo, lo delimita. Non deve però fare da filtro, il rapporto tra un fotografo e la sua fotocamera deve essere naturale, simbiotico: è un’estensione del proprio occhio e della propria mente.

Cioè vale per qualsiasi foto, un paesaggio non è neutrale, influenza e suggerisce lo scatto e le scelte del fotografo, che può mostrare o censurare in funzione di scelte non solo estetiche.

 

© David Glauso

 

Nella fotografia di street molti affermano che non ci debba essere alcuna interazione col soggetto ripreso, ciò accade solo se non si accorge di venire ripreso.

In altre fotografie tipo cerimonie religiose, processioni o altro, se il soggetto viene ripreso potrebbe cambiare inconsapevolmente atteggiamento per mostrare con orgoglio la sua devozione. La presenza del fotografo non è mai neutrale, anche se e il fotografo pensa di essere tale.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Dennis Ziliotto

 


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