“C’era una volta in un paese lontano…”

 

Tutte le favole che ci sono state raccontate da bambini per farci addormentare  iniziavano così. C’era una volta… Quando? In un paese lontano… Dove? Non era importante, venivamo catturati, il tempo sfumava nell’atemporale, quel paese lontano diventava vicino, vi entravamo dentro, lo vivevamo. Mi ci vollero anni per capire meglio.

Forse il primo intuito fu da ragazzo a scuola, lezione  di storia dell’arte, quando la prof. ci spiegò la Porta dei Leoni di Micene, raccontata da Tucidide: “se la città degli Spartani restasse deserta e rimanessero i templi e le fondamenta degli edifici, penso che dopo molto tempo sorgerebbe nei posteri un’incredulità forte che la potenza spartana fosse adeguata alla sua fama.”

Guardando le fotografie di quella porta, accompagnati per mano dalla prof. era come entrare nella città fondata da Perseo, era entrare nel mito attraversando quella porta.

Forse invece fu pochi anni dopo quando con l’amico Andrea  andammo  a visitare il Museo Giacomo Manzù di Ardea. Eravamo lì davanti ad una statua di Inge, ci giravamo intorno, ci venne da accarezzarla come per farla più nostra, per capirla meglio. Nel farlo  ci accorgemmo che stava sopraggiungendo un uomo, pensammo fosse un custode, ritirammo le mani, sapevamo che nei musei le statue non si possono toccare. No non era un custode, era Giacomo Manzù, l’autore (scultore, l’artigiano, lo spirituale laico, il partigiano). Inaspettatamente ci sorrise: “bravi avete fatto un gesto bellissimo, le statue non sono solo per vederle, bisogna viverle con tutti i sensi, altrimenti non servono a niente, non sono solo estetica superficiale!”

In seguito da professionista qualche volta ebbi l’incarico di fotografare sculture. Apparentemente è facile, sembra che basti mettere la fotocamera sul cavalletto, sistemare le luci e fare click. Può sembrare banale documentazione. A volte lo è, quando la fotografia serve al museo semplicemente come dato visivo per una archiviazione, come viene viene, è sufficiente che dalla foto si capisca che è quella statua e non un altra. Diventa un problema quando si capisce sino in fondo che è anche ( ma non solo) un rappresentare la tridimensionalità dell’opera nello spazio bidimensionale di una fotografia.

Lavorando su commissione spesso è necessario dare  della statua una lettura diciamo così neutrale, non personale, non troppo interpretativa e soggettiva. Una fotografia personale deve suggerire non solo mostrare. Le suggestioni sono importanti, rimangono, si agitano dentro l’osservatore, lo possono indurre a pensare. Se oltre ad essere osservatore è anche fotografo possono aiutarlo  a concepire altre fotografie. Si dice, prendere o catturare una fotografia. È un portare il fuori dentro sé stessi.

Perché in un museo scattiamo una foto di una statua invece di andarne a comperare la cartolina allo shop ? Perché non comperiamo una bella cartolina di piazza San Pietro o del Colosseo invece di fare il nostro click? Perché vogliamo possedere la foto di piazza San Pietro, non vogliamo comperarla, vogliamo che sia dentro di noi, non un rettangolo di cartoncino in mano.

Qui entra in campo la differenza tra una nostra foto (che ad altri può suggerire qualcosa) e una nostra foto talmente banale che a quel punto l’osservatore può preferire vedere una cartolina. Cos’è che fa la differenza? Per comprenderlo ci vengono incontro alcuni interessanti aforismi di Ansel Adams.

  1. L’assoluta facilità con cui possiamo produrre un’immagine banale porta spesso ad una totale mancanza di creatività.
  2. Molti ritengono che le mie immagini rientrino nella categoria delle “foto realistiche”, mentre di fatto quanto offrono di reale risiede solo nella precisione dell’immagine ottica; i loro valori sono invece decisamente distaccati dalla realtà.
  3. Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato.

 

A questo punto un lettore /fotografo potrebbe dire: Sì ma a me cosa importa di tutto ciò? Non fotografo sculture! Quello che fa la differenza è il personale backgroud che influenza il modo di approcciare la fotografia, e vale per qualsiasi genere.

Ovviamente chiunque può scattare fotografie solo per piacere personale. Però spesso si ambisce a riconoscimenti. Allora capita di scandagliare nel proprio archivio alla ricerca di una foto che aderisca al tema di un contest, tirandocela forzatamente dentro invece di scattare una foto ex novo. Oppure capita di sviluppare un progetto solo per esporlo, senza avere alcun’altra necessità interiore. Un buon progetto dovrebbe nascere ed evolversi nel tempo con assoluta naturalezza e aderire  senza alcuna forzatura ai su menzionati aforismi di A. Adams.

Di tutto ciò ho parlato a lungo con Marcello Grassi, gli ho chiesto di raccontarsi….

“Nel 1985 due fortunate coincidenze hanno indirizzato la mia fotografia, di cui già mi occupavo dal 1972, sotto la guida di mio padre Corrado: la celebrazione dell’Anno degli Etruschi, con una serie di esposizioni e relativi cataloghi realizzate nei luoghi storici degli insediamenti della civiltà preromana e l’uscita, in contemporanea de ‘Il Tempo Grande Scultore’ di Marguerite Yourcenar, raccolta di brani dedicati in vario modo al trascorrere del tempo, tra cui emerge il testo che dona il titolo alla raccolta.

“Dal giorno in cui una statua è terminata, comincia, in un certo senso, la sua vita. È superata la prima fase, che, per opera dello scultore, l’ha condotta dal blocco alla forma umana; ora una seconda fase, nel corso dei secoli, attraverso un alternarsi di adorazione, di ammirazione, di amore, di spregio o di indifferenza, per gradi successivi di erosione e di usura, la ricondurrà a poco a poco allo stato di minerale informe a cui l’aveva sottratta lo scultore.”

Più ancora che in “Memorie di Adriano” o in “L’Opera al Nero” qui si tocca letteralmente con mano, si sfiora, la polvere da cui tutto trae origine. “quia pulvis es et in pulverem reverteris”  Vulgata della Bibbia (Genesi 3,19) La Yourcenar ha tratto il titolo dal poema ‘à l’Arc de Triomphe’, composto da Victor Hugo nel 1837.

Un altro riferimento che ha suggerito Marguerite Yourcenar è stato ‘Les Ruines ou Méditation sur les Révolutions des Empires’ di Constantin-François Volney che di fronte alle rovine di Palmira aveva scritto la celebre invocazione d’apertura: “Vi saluto rovine solitarie, tombe sacre, mura silenziose! È voi che invoco; è a voi che rivolgo la mia preghiera. Si! Mentre al vostro cospetto rifuggono con segreto spavento gli sguardi dell’uomo volgare, il mio cuore nel contemplarvi prova il fascino di sentimenti profondi e di sublimi pensieri. Quante utili lezioni, quante forti e commoventi riflessioni offrite allo spirito di chi sa interpretarvi! Siete voi, quando tutta la terra asservita era muta di fronte ai tiranni, che proclamavate quelle verità che essi detestano e che, confondendo la salma dei re con quella dell’ultimo schiavo, attestavate il santo dogma dell’Uguaglianza. È nella vostra cerchia che io, amante solitario della Libertà, vidi apparire il genio, non armato di torce e pugnali come lo dipinge uno sciocco volgare, ma sotto l’aspetto solenne della giustizia, con in mano le sacre bilance che pesano le azioni dei mortali alle porte dell’eternità.”

Dopo lo stupore iniziale e il coinvolgimento emotivo ho pensato (anche a seguito della visita ad alcune delle esposizioni organizzate per l’Anno degli Etruschi) a posare su pellicola, cercando di riportarle all’oggi, le evidenze che il tempo ‘grande scultore’ ci ha consegnato: nei musei, nelle accademie, nei luoghi dei giacimenti archeologici.

 

Edward Steichen. ‘Isadora Duncan at the Portal of the Parthenon, Athens, 1920’

 

Per compiere questo viaggio che ancora oggi mi coinvolge, senza minimamente volermi porre alla inarrivabile altezza di  Marguerite Yourcenar, anch’io ho guardato, cercato e mi sono fatto catturare ed influenzare dal mio Olimpo personale di divinità: primo fra tutti Edward Steichen che con la fotografia ‘Isadora Duncan at the Portal of the Parthenon, Athens, 1920’ mi ha aperto, letteralmente, le porte dell’antico, ha permesso l’attraversamento fisico e mentale tra dimensioni temporali  distanti tra loro.

Altri importanti autori, non solo fotografi, hanno completato la mia formazione visiva ed emotiva: Herbert List (la luce) con la missione di rendere gradevolmente bello anche ciò che è distruzione come in ‘Memento 1945, dove la sequenza di riprese in una Monaco distrutta dalle bombe diviene canto e racconto, non solo di una auspicata, e poi in effetti conclusa, rinascita, ma celebrazione di ciò che la rovina, non solo del tempo, colpisce la nostra immaginazione.

 

Herbert List ‘Memento 1945’

 

Dello stesso periodo non posso non citare George Hoyningen-Huene (la luce, la metafisica) alla cui mostra al Palazzo Reale di Milano, ancora in corso, invito caldamente.

Legati tra loro, List e Hoyningen-Huene ci hanno lasciato in eredità due preziosi volumi che hanno lo stesso titolo ‘Hellas’ e coincidenti ma differenti celebrazioni luminose; quell’Atene, quelle città greche, da me visitate nel 1980 quando ancora non era scattata una determinata fascinazione (le ragioni sarebbero troppo lunghe e complesse da descrivere), quei luoghi di ‘rovine solitarie’ Olimpia, Corinto, Micene, Tebe, Atene, sono testimonianze mute, ma pulsanti, sono ancora lì.

Il seguito sfocia poi nella straordinaria carriera di Horst P. Horst di cui Huene fu mentore e amante. Come scorre il tempo e come si trasmette la capacità e la sensibilità verso un determinato procedere e come si passa da fotografo a fotografo, da scrittore a scrittore, da artista ad artista. La carrellata degli illustri, dell’Olimpo fotografico deificato ha ancora un paio di personalità di cui trattare: Ralph Gibson (il nero) e Robert Mapplethorpe, (il corpo).

La mia lettura della luce, degli spazi archeologici, degli ambienti museali, statue, colonne, avviene attraverso la contrapposizione di un nero profondo, bilanciato a volte, da pochi sprazzi di luce. Il nero è il colore del lutto, è il colore della morte, è il non colore per eccellenza, è la somma in quadricromia degli altri tre colori.

Il bianco e nero fotografico distoglie immediatamente lo sguardo dal reale e lo sposta al non reale, concentra su una gamma di grigi e di neri il momento visivo racchiuso in una immagine, sia essa analogica o digitale – e non entro volutamente nella più inutile e sterile delle polemiche fotografiche contemporanee.

 

Ralph Gibson

 

Ralph Gibson è il maestro del nero è il maestro di queste contrapposizioni centellinate, raffinate, erotiche, di due mondi, quello del bene e quello del male, che convivono nelle sue straordinarie fotografie. Il suo nero mi ha davvero catapultato, dopo l’attraversamento della soglia del Portale del Partenone di Steichen, nell’aldilà alla ricerca del suo enigma: ho pensato fosse l’unico modo, l’unica maniera per esaltare quello che degli etruschi andavo cercando; una rinascita, una uscita dall’oltretomba per proiettarmi nel presente, avvenuta poi attraverso la salita di alcuni gradini scavati nella roccia della Necropoli di Crocefisso del Tufo di Orvieto, nel 1986. Da questa prima fotografia deriva la sequenza poi esposta al Musée Reattu di Arles, nel 1999, di Etruria con la presentazione del volume edito da Federico Motta editore e i testi Michèle Moutashar e Charles-Henri Favrod, due dei miei numi tutelari.

 

 

Nel frattempo (1992) ho ricevuto l’incarico di fotografare il Cortile e Galleria dei Marmi dei Civici Musei di Reggio Emilia da parte dell’allora direttore Giancarlo Ambrosetti, archeologo, etruscologo già allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli e amico del grande Massimo Pallottino, col quale si laureò a Roma in archeologia ed ho passato lo sguardo dalla rovina monumentale, dalle necropoli e dai templi, alla statuaria, ai corpi, dalla luce abbagliante del Mediterraneo alla fotografia in interni con scarsa illuminazione, spesso artificiale.

Questi silenziosi abitanti dei musei, delle collezioni accademiche, da cui da secoli si trae ispirazione, posti sotto i miei occhi.

Da un primo sguardo nasce una intesa, al tempo stesso nasce l’esigenza di approfondirne, lontano dalla macchina fotografica già sistemata sul cavalletto, il rapporto con lo spazio che ne circonda i corpi di marmo, più recentemente in gesso, in gruppi ravvicinati o in isolate sistemazioni. Segue una codifica della luce, da dove proviene, naturale o artificiale, da grandi vetrate o da piccole fenditure. Dov’è quell’ombra che le fa emergere nella luce, dov’è il buio da cui farle risorgere, come rivelare i corpi, i gesti, posti in pose accademiche e dargli ancora, per un istante infinito e sospeso un soffio di vita?

 

Robert Mapplethorpe

 

La lezione di Robert Mapplethorpe mi è stata oltremodo preziosa perché ha affrontato in fotografia sia i corpi di modelli e modelle, celebre la sua insistenza su Lisa Lyon e sui corpi maschili, spesso con il genitale come protagonista, sia in manufatti statuari in gesso e marmo, trasformando gli uni negli altri e viceversa, spesso accennando all’erotismo nelle forme floreali.

Eros e Thánatos, dove nelle sue ultime sofisticate e dolorose immagini si ritrae con un bastone da passeggio con l’impugnatura fatta a teschio, amore e morte non sono più forze naturali cui l’uomo è soggetto ma forze interne: Eros dell’istinto di sopravvivenza, Thánatos dell’impulso di distruzione e di morte. Eros il bianco, Thánatos il nero, con una gamma di grigi che li tiene insieme anche solo per un istante, l’istante dello scatto fotografico?

 

 

Dopo aver raccolto nel volume Archeologia dello Sguardo, Electa editore, 2021, una prima parte di questo lungo lavoro ho iniziato ad occuparmi, fotograficamente, delle raccolte conservate nelle Gipsoteche in Italia e all’estero sempre per riportarne la cronaca di una durata nel tempo.

La prima importante tappa con mostra espositiva, poi ospitata anche l’estate scorsa nel Museo Gipsoteca Calandra di Savigliano, è stata ‘Memento’ la serie realizzata sui gessi storici dell’Accademia di Belle Arti di Brera, con un volume pubblicato a cura di Anna Mariani e Federico Ferrari, da 24Ore Cultura alla fine del 2022, sempre in stretto dialogo e collaborazione con IAGA Contemporary Art che mi rappresenta in esclusiva.

 

 

Dopo alcune importanti raccolte italiane, Accademia di Belle Arti di Bologna, le gipsoteche dell’Università di Pisa (Museo di Arte Antica), e della Sapienza di Roma (Museo di Arte Classica), dell’Istituto Toschi di Parma e dell’Istituto Venturi di Modena e altre, le trasferte a Parigi, dove ho fotografato l’Atelier d’Arts des Musée Nationaux – Grand Palais, a Berlino per la Gipsformerei e l’Abguss-Sammlung Antiker Plastik, a Monaco di Baviera il Museum für Abgüsse Klassischer Bildwerke München, che ha pubblicato un calendario, in grande formato, perpetuo con le mie fotografie, mi attendono a Lipsia, Dresda e Vienna e altre raccolte in Italia con cui ho già contatto.

 

 

Il gesso mi ha avvicinato ancora di più al testo da cui sono partito di Marguerite Yourcenar, nelle cui pagine che scorro vedo sempre un preciso riferimento alla natura umana, al viaggio che si compie e poi declina.

 

“Quando le porte della percezione verranno purificate, tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite”.

William Blake. Da Il matrimonio del cielo e dell’inferno, 1793

 

Marcello Grassi è rappresentato da IAGA Contemporary Art

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 


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