La Fotografia e le parole indigeribili

“L’imperatore col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. L’incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida con innocenza: il re è nudo!”

È l’epilogo della nota fiaba  “I vestiti nuovi dell’imperatore” scritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837 nel volume Eventyr, Fortalte for Børn (“Fiabe, raccontate per i bambini”). La storia è anche usata per riferirsi al concetto della “verità vista attraverso gli occhi di un bambino”, ovvero al fatto che spesso la verità viene proclamata da una persona troppo ingenua per comprendere le pressioni esercitate all’interno di un gruppo affinché essa venga taciuta.

 

© Giorgio Rossi

 

Curiosamente solo due anni dopo, precisamente lunedì 19 agosto 1839 è nata la fotografia. In quel giorno, infatti, questa nuova invenzione fu presentata ufficialmente ai Parigini presso l’accademia delle scienze e quella delle arti visive. Forse hanno una certa ragione di nascere le invenzioni, nascono perché sono state a lungo desiderate.

Forse a causa della mia quasi senile bizzarria trovo forti analogie tra il mondo della fotografia e la famosa fiaba. Forse, a pensarci è anche normale. La speculazione, filosofica nacque probabilmente ai tempi dell’antica Grecia, da uomini colti e bizzarri. La filosofia (in greco antico: φιλοσοφία, philosophía, composto di φιλεῖν (phileîn), “amare”, e σοφία (sophía), “sapienza” o “saggezza”, ossia “amore per la sapienza”) è un campo di studi che si pone domande e riflette sul mondo e sull’essere umano, indaga sul senso della vita e dell’esistenza umana.

Una risposta giusta e saggia a tali domande semplicemente non esiste, altrimenti saremmo arrivati da tempo a una qualche conclusione univoca e serena di tale dibattito, cosa che invece a quanto pare non è avvenuta.

 

© Giorgio Rossi. Avventure di uomini e mare. La pesca con la lanterna.

 

Mi sembra, ma potrei sbagliarmi, che il dibattito intorno alla fotografia proceda in modo analogo.

Da un lato c’è la speculazione filosofica sulla Fotografia che ha prodotto scritti e pensieri interessantissimi quanto a volte incomprensibili ai più.

Da un lato c’è la pratica quotidiana che risolve il tutto in un click.

Oh non voglio affatto dire che tali speculazioni psico/filosofiche siano inutili, è così per ogni cosa che intraprendiamo, se non ci fosse in noi una certa dose di approfondimento e  consapevolezza staremmo da sempre fermi al palo.

 

© Giorgio Rossi. Omaggio a Josef Sudek

 

 

“Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea

Su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia sui pianti

Ma più che triste ora è buffo pensare a tutti i giorni che abbiamo sprecati

A tutti gli attimi lasciati andare e ai miti belli delle nostre estati”

…canta Guccini in Canzone per Piero

 

…e quel  “tutti gli attimi lasciati andare” mi fa pensare (non posso pensare altrimenti) a tutti gli attimi fotografici che ci sono sfuggiti per una qualche nostra ragione o a causa dell’imponderabile.

Vive di questa dicotomia la Fotografia, è un dibattito incessante e irrisolto tra la ragione e l’imponderabile.

 

© Giorgio Rossi. Cet obscur objet du désir. Omaggio a Luis Buñuel

 

Tra ordine e caos. La Fotografia è cosa complicata o al contrario è cosa assai semplice? Forse c’è una necessità che sia cosa assai complessa, altrimenti non ci sarebbero persone che mangiano e vivono spiegandocela. Accanto a tali astrusi ma motivati dibattiti prospera per fortuna la fotografia con la f minuscola, la nostra fotografia quotidiana, lo specchio preciso di quello che siamo, nel bene e nel male.

Per fortuna nel momento fatidico del click ci lasciamo alle spalle ogni dibattito, altrimenti non faremmo quel click che è in fondo anche il riassunto personale, la nostra presa di posizione. Attenzione al significato etimologico del temine “ fatidico” è fatum dicere, dal latino fatidĭcu(m), comp. di fātum ‘fato, destino’ e un deriv. di dicĕre ‘dire’.

 

© Giorgio Rossi. Colazione da Tiffany

 

Ogni fotografia è anche la soluzione personale, in quel frangente e attimo, di un  rapporto dentro/fuori, tra noi e il mondo esterno.  Ma anche, più limitatamente, per quanto riguarda quello che sta dentro alla superficie che viene impressionata dalla luce e quello che sta fuori, tutto intorno alla cosi detta “inquadratura”.

Ci sono fotografie chiuse in se stesse, “autosufficienti” ed altre che lasciano intendere che il mondo continui oltre l’inquadratura, oltre lo scatto contingente. Possono essere entrambe valide.

Forse per una omogeneità all’interno di uno stesso discorso fotografico, chiamatelo se volete progetto, non si dovrebbe passare troppo inconsapevolmente, nel susseguirsi degli scatti,  tra una fotografia fotografia “chiusa” e una “aperta”.

Però anche questa giustapposizione può avere una sua valenza, se si sa dove si vuole andare a parare. Sta di fatto che non di rado nelle elucubrazioni  intorno ad una fotografia l’unica cosa che si prende poco in considerazione è quello che effettivamente c’è concretamente dentro l’inquadratura.

 

© Giorgio Rossi. Passeggiando tra ricordi

 

Si pensa troppo al di la e oltre, si arriva a ipotizzare persino un “lontanissimo”. Quando una fotografia esce dal nostro cassetto è spesso destinata ad incontrare un’altra bizzarra personcina, l’osservatore. Può essere un perfetto idiota, oppure persona assai colta e sensibile, curiosamente vicina al nostro modo di vedere e interpretare fotograficamente quello che vediamo. Il primo passa rapidamente oltre, il secondo si sofferma. È una faccenda anche culturale.

Per logica conseguenza esistono “mediatori culturali”, dovrebbero fungere da tramite tra il fotografo e l’osservatore (però fa più figo definire uno autore, l’altro fruitore). Da qui la necessità di guide spirituali per realizzare un progetto, di editor, insegnanti di storytelling, lettori di portfolio, critici e quant’altro. In genere dedicano i loro intenti al fotografo, cercando di migliorarlo, se paga. Dedicare i propri intenti filosofici per spiegare un’opera ad un osservatore è dispersivo e difficile, a meno che non si venga pagati per farlo.

 

© Giorgio Rossi. Incontro scontro. Omaggio a Man Ray

 

Non è una novità, da innumerevoli anni, da prima dell’invenzione della fotografia, il rapporto tra autore, opera e fruitore è un rapporto mediato, ha anche spesso avuto a che fare con una qualche transazione monetaria. Nulla di male beninteso, sempre che esista una qualche etica e morale a sorreggere tali operazioni di mediazione culturale.

È relativamente facile spiegare perché un Maestro della fotografia è effettivamente tale, lo si può fare in assoluta buona fede e onestà. È anche un poco pericoloso, può portare l’osservatore ad acclamare come nuovo capolavoro il più innocente scatto (realizzato magari solo per divertirsi) di un famoso Maestro della fotografia, relegandolo per sempre nel mondo delle divinità che ovviamente producono solo opere divine. Oppure, al contrario, fare cadere improvvisamente dall’olimpo il Maestro, se per caso molti iniziano a concordare sul fatto che una fotografia da lui scattata è effettivamente una schifezza.

È più o meno quello che è accaduto tempo fa con Letizia Battaglia e qualche sua fotografia per una campagna della Lamborghini. Entrambi sono ovviamente  atteggiamenti sbagliati. “Have no fear of perfection – you’ll never reach it.” diceva Salvador Dali.

 

© Giorgio Rossi. Giallo

 

Ogni autore in genere tende a una perfezione del tutto personale. Non sempre, per vari motivi, la raggiunge, così continua a cercarla, di opera in opera. Non togliamogli la splendida umanità di potere sbagliare. La fotografia è sempre ambigua, non è mai solo questo o solo l’opposto, è sempre entrambe le cose. Come del resto la realtà della quale è specchio impreciso.

Ha senso prendersela con uno Jova Beach Party se poi ci assembriamo senza farcene un problema come sardine in un vagone della metropolitana? Può avere senso se uno è mero svago senza alcun rispetto per l’ambiente e l’altro assembramento è una necessità. Ne nasce un dibattito infinito. Ovviamente il discografico difenderà a spada tratta l’evento. Raramente si menziona il prezzo di un biglietto quello per il Jova Beach Party va da 65 a 345€, il biglietto metro sta a Roma a 1,50€, il che secondo me dovrebbe avere un peso nel dibattito. Volevo solo sottolineare che ogni dibattito ha innumerevoli risvolti che oggi vengono amplificati ed esacerbati dai social.  Rischio però di cadere nel dibattito filosofico sul libero arbitrio. Quindi transeat.

 

© Giorgio Rossi. Ohhoohhh

 

Quello che mi fa a storcere il naso è una diffusa critica sbrodolona e coltissima, in bilico tra la continua citazione di altro e  l’orgasmo. Tendente a esaltare ogni vagito del grande Maestro di turno, anche se a volte è semplicemente un ragazzino alle prime esperienze. Il rendere ogni opera, ogni autore, assolutamente iper-intellettuale e inarrivabile.

Avviene in ogni ambito artistico, dalle arti figurative, alla musica, alla letteratura e dunque avviene anche in fotografia. I’assolutamente  semplice diventa impossibilmente complicato.

Faccio un esempio? Eh lo faccio però, per non pestare il calletto a un qualcuno, scelgo un esempio sperabilmente lontano, così nessuno si offende.

 

© Harmen Steenwjick. Allegory vanities

 

Laura Letinsky, fotografa, nata nel 1962 in Winnipeg, Canada. Ha esposto e viene collezionata in tutti il modo o quasi. Una delle varie critiche/ introduzioni all’opera che ho letto:

“In Letinsky’s art the domestic is not the antithesis of the heroic, but rather serves as a site for plumbing the most existential of risks and inquiries. Roland Barthes, who labelled photographers ‘agents of death’, once described the photograph as a ‘wound’, as an object of mourning, as a frozen, never-to-be-retrieved moment that reminds us of our own inevitable demise. Letinsky’s still life scenes gorgeously reiterate that sense of longing and loss, and in this respect they are descendants of the 17th-century Dutch vanitas paintings”

 

© Laura Letinsky. Untitled number 38 from the series Hardly More Than Ever (2001)

 

In poche righe tira in ballo Roland Barthes, che può essere citato per qualsiasi fotografia, e le nature morte olandesi del 1700, la “vanitas”, che con elementi simbolici alludeva al tema della caducità della vita. Simbolismi ripetuti in quella tendenza artistica sino a diventare topos o manierismi.

 

© Laura Letinsky

 

Di riferimenti a tutto ciò e di simbolismi nelle opere fotografiche della Letinsky  ne vedo pochi. Mi fanno per lo più pensare all’opposto, al vuoto dove nella vanitas settecentesca c’era un ridondante pieno.

 

© Laura Letinsky

 

Le foto dell’autrice sono composizioni  precise, studiate nel minimo dettaglio ma sembra ambiscano ad apparire casuali e nell’emulare il casuale diventano a mio avviso stucchevoli e leziose.

Come quei jeans tutti sdruciti e strappati ad arte, venduti già consumati, cosa che non mi è mai piaciuta. Capisco spostamenti minimali per realizzare una composizione ma perché inventarsi una realtà quando la realtà è lì a disposizione e può essere incommensurabilmente oltre ogni possibile fantasia?

 

© Edward Collier. Still life volume withers emblemes

 

L’intrusione nella cristalliera.

Qual’è il recesso più inaccessibile e privato di ogni abitazione? Sicuramente per quanto ci sia il cesso non è la salle de bain. È la Cristalleria. Qui giacciono, a volte sepolti da due dita di polvere, eserciti silenti di bicchieri, destinati agli ospiti buoni.

Orride Madonnine in preghiera nonostante tutto (buttarle porta sfiga, non si fa). Sale e pepe, inusabili quanto  originalissimi regali di nozze al posto della classica bomboniera. Le statuine di porcellana made in Taiwan regalo di Natale della zia Speranza alla nonna Carlotta passata ormai da anni a miglior vita stanno sempre lì, hai visto mai facesse che zia Speranza facesse un’improvvisata. Teiere bianche di ogni foggia, tazzine, completi da the neanche fossimo Babingtons in attesa di un pullman di turisti inglesi.

 

© Giorgio Rossi. Cristalleria

 

Eppure queste “buone cose di pessimo gusto” fanno parte di noi, sono i nostri ricordi più cari, anche se a volte stentiamo a ricordare cosa o chi ci ricordano.

Letinsky’s still lifes describe scenes that happen after an event.”

D’accordo, a una fotografia per certi versi abbastanza simile mi dedico anche io, ormai da anni, con motivazioni e di conseguenza suggerimenti all’osservatore che cambiano spesso. Potrei citare i miei riferimenti culturali, ma a che pro?  Reputo lo scoprirli un complice gioco tra ma e un possibile osservatore, per divertirci entrambi.

 

© Giorgio Rossi. Omaggio a Pollock

 

“Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”, diceva Ansel Adams.

Dunque “rosico”, sono invidioso del successo della Levinsky? Potrebbe anche essere ma non è il punto della faccenda. Il problema sono per me quella marea di parole e pensieri aggiunti che non ci avvicinano all’opera ma creano una distanza tra noi e l’autore.

 

“Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico?

Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire…”

Cit. Colazione da Tiffany.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

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