La Fotografia e… Il mestiere, il lavoro, il prezzo, il valore, il progetto.

Recentemente ho letto una interessante intervista a Gino Paoli

Parla come un mestierante, uno qualsiasi: emozionare è il suo lavoro perché è quello che gli riesce bene fare. Ma non ha risposte. Così, non appena gli chiedo se dopo oltre sessant’anni di carriera riesce a spiegarsi perché la sua musica sia «intramontabile», mette in chiaro ridendo (e neanche troppo): «Ah, non lo chieda a me».

Una considerazione che che in fondo è sepolta tra le righe del testo di una sua splendida canzone: Il Mio Mestiere.

 

 

Già oggi, anche a proposito della fotografia, quasi mai si parla di mestiere. Il mestiere in pratica è ogni attività, anche non manuale o tecnica, che si eserciti abitualmente: il m. di musicista, di scrittore, di fotografo.  Non ha nulla a che vedere direttamente col lavoro, con la professione.

PROFESSIONE: Lavoro che richiede esperienza e competenze specifiche, preparazione e pratica specialistica.

MESTIERE: ha tutto il sapore di un servizio non soltanto volto al guadagno personale, ma di una attività indispensabile al servizio della comunità. Nello stesso tempo è un “bisogno tutto personale, un fatto intimo, fondamentale,  che non dimostra niente più a nessuno ma che ti fa sentire ancora… vivo” La canzone finisce esattamente con queste parole.

La Fotografia, anno dopo anno, diventa sempre meno un possibile lavoro. Se lo è ancora, lo è per pochi ed è assolutamente giusto che sia così. Non ci può essere troppa offerta rispetto alla domanda. Nel mercato le quantità di domanda e di offerta determinano i prezzi. Prezzo e valore sono la stessa cosa? Forse in ambito lavorativo lo sono, nel mestiere il valore può essere molto personale. Anche se indubbiamente piace venga riconosciuto, sempre più raramente è un riconoscimento monetario.

Forse per questo ho spesso dubbi sulle letture di portfolio, tendono a cercare il rendere oggettivo un valore. Eppure è il fotografo che desidera venire letto, salvo poi lamentarsi di non essere stato compreso. Leggere portfolio, è una sorta di lavoro, non è un mestiere, ed è giusto venga retribuito.

 

 

Non è che io abbia frequentato letture di portfolio, quindi non ne parlo come parte in causa ma come semplice osservatore di fotografie di letture portfolio.

Per comprendere meglio la situazione attuale forse può essere interessante un excursus storico almeno accennato per sommi capi.

Provo a ripercorre la storia dei più importanti circoli fotografici italiani.

LA GONDOLA nel 1947 ha segnato la nascita dei circoli fotografici in Italia, distinguendosi negli anni per aver accumulato un ricchissimo archivio fotografico composto da diverse migliaia (circa 27000) di fotografie di alto livello, provenienti sia da singoli amatori che anche da lasciti di fotografi famosi, praticamente in contemporanea nacque un altro gruppo fotografico importantissimo.

 

 

LA BUSSOLA è stata un’associazione di fotografi italiana creata nel 1947 a Milano con l’obiettivo di promuovere la fotografia come arte dal punto di vista professionale e non semplicemente documentario, secondo una idea di rinnovamento. I principali membri fondatori furono Giuseppe Cavalli, Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi, che firmarono il Manifesto del gruppo fotografico La Bussola pubblicato, nel maggio del 1947, sul numero 5 della rivista “Ferrania” (a pag. 5). Consiglio i lettori di visionare attentamente questo pdf è interessantissimo! (Anche per consigli tecnici ai dilettanti, di A.Ornano, pag. 4.)

 

 

Tra i circoli La Gondola e la Bussola ci fu una eterna rivalità, il primo tendeva alla documentazione, il secondo all’arte.

Noi crediamo alla fotografia come arte. Questo mezzo di espressione moderno e sensibilissimo ha raggiunto, con l’ausilio della tecnica che oggi chimica meccanica e ottica mettono a nostra disposizione, la duttilità la ricchezza l’efficacia di un linguaggio indipendente e vivo. E dunque possibile essere poeti con l’obiettivo come con il pennello lo scalpello la penna: anche con l’obiettivo si può trasformare la realtà in fantasia: che è la indispensabile e prima condizione dell’arte.

Da queste premesse nasce una conseguenza di grande importanza: la necessità di allontanare la fotografia, che abbia pretese di arte, dal binario morto della cronaca documentaria.

 

Italo Zannier

 

Di conseguenza il gruppo dovette confrontarsi anche col Gruppo Friulano per una nuova fotografia (1955 – 1959) formato da fotografi come Italo Zannier, Toni del Tin, Aldo Beltrame, Fulvio Roiter, Carlo Bevilacqua e Giuliano Borghesan, che proponeva una fotografia documentaria e compromessa con la realtà sociale, secondo le idee del neorealismo, implicante il fatto che la fotografia dovesse essere per prima cosa funzionale a esprimere la storia del proprio tempo.

Se poi sia il caso che l’arte si allontani dal sociale è un altro problema che ha attraversato e tutt’ora attraversa la fotografia, secondo me non è il caso.

IL MISA

Una nuova situazione, creata dagli incontri fra i vecchi associati a “La Bussola” e i nuovi giovani appassionati fotografi, suggerì a Cavalli l’idea di creare a Senigallia  un nuovo gruppo fotografico, il quale sarà, d’accordo con tutti gli affiliati de “La Bussola”, registrato alla F.I.A.F. (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) nel 1954 con il nome di “Associazione Fotografica Misa”.

 

 

L’attività del “Misa” si rivela da subito molto animata e questo porta il gruppo ad uscire da quella condizione di provincialismo al quale sembra inizialmente relegato ed infatti, la prima grande mostra viene allestita a Roma, in Via del Gallinaccio, 8, presso la sede dell’Associazione Fotografica Romana ad appena quattro mesi dalla costituzione del gruppo.

Ben presto Giacomelli sente stretti i precetti stilistici di Cavalli: sente che i toni di grigio sono inappropriati a rappresentare quell’impeto e quel tragico che ritrovava invece nei suoi forti − e all’epoca sconvolgenti − contrasti di bianco e nero, che ritrovava invece nell’affascinante antagonista di Cavalli, il fondatore del gruppo fotografico La Gondola (Venezia), e amico Paolo Monti, e nella Subjektive Fotografie a cui Giacomelli era vicino tanto che fu inserito nel 1960 nella mostra “Subjektive Photographie 3” (Varese), ordinata da Otto Steinert. D’altra parte il gruppo Misa si sciolse presto (nel 1958) proprio a causa di divergenza di vedute.

 

Paolo Monti

 

Interessantissimo è anche un articolo che ripercorre i 60 anni della FIAF

La “Statistica FIAF”, come annotazione dei risultati ottenuti in concorsi con patrocinio, veniva istituita nel 1956. Per entravi occorrevano un certo numero di accettazioni in concorsi patrocinati. Tutto questo è essenziale per far conoscere la qualità artistica dei fotografi e, contemporaneamente, far crescere in modo esponenziale l’adesione dei circoli alla FIAF.

Eccoci quindi alla presentazione del “Portfolio Italia 2023

Avviato dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche nel 2004, il Circuito può vantare, nell’arco dei suoi primi diciannove anni di esistenza, l’adesione di ben 174 edizioni dei più importanti Festival fotografici italiani.

In 19 anni si è passati dai concorsi tradizionali alla partecipazione mediante portfolio, dalla fotografia per immagine unica al “progetto”.

Secondo me sarebbe ora di iniziare a farsi qualche domandina a proposito delle letture di portfolio.

 

Giuseppe Cavalli

 

Osservo in una foto il fotografo in primo piano col cappellino. Tra lui e il lettore su un tavolo immagino piccolo sono sparpagliate foto ingrandite penso 20x30cm con un immenso passepartout. Trovo altre fotografie di letture, in parte simili, mi faccio domande.

Che senso ha presentarsi a una lettura portfolio con stampe grande formato con passepartout? Capirei fossero stampe analogiche B/N eseguite personalmente dal fotografo,  nelle quali oltre al contenuto si possa apprezzare anche il lavoro di stampa. Però se, come spesso accade, sono stampate a colori o in B/N ink-jet da un laboratorio cosa si giudica… l’abilità dello stampatore?

Se il fotografo aveva le idee talmente chiare da presentare il “progetto” in modo definitivo, come se fossero in esposizione,  perché ha portato a leggere il suo “progetto”?

Forse sarebbe più opportuno presentare “progetti” non nella loro forma definitiva, ma in stampine o forse addirittura su pennetta da visionare su un monitor. Inoltre visionando a monitor, se le riprese sono state effettuate in digitale, si possono avere informazioni utili di vario genere, leggendone i dati exif o l’istogramma. Aiutano a comprendere se dal punto di vista tecnico (anche se non è tutto) il fotografo è preparato e competente.

In seguito il lettore può dare consigli per come portare a compimento il “progetto” in funzione di quante dovranno essere le stampe finali, dove e come verrà esposto o visualizzato. Insomma può guidare il fotografo passo per passo dalla  ideazione iniziale, alla progettazione, alla tecnica, alla realizzazione finale. Perché non sfruttare le attuali possibilità tecnologiche per giudicare uno scatto o un progetto?

 

 

Ai tempi si presentavano alle riviste dei plasticoni con le dia, e chi di dovere le sceglieva e passava al grafico per l’impaginazione. Senza un target o una finalità precise ogni lettura secondo me perde molto del senso che potrebbe avere.

Ne parlo intervenendo su un post dell’amico Edmondo di Loreto  e si avvia un interessante dialogo.

Di Loreto: Sul portfolio e relativa lettura ne ho sentite di cotte e di crude da almeno 10 anni. Un tempo non esisteva il “portfolio” come si intende ora. C’era il reportage ed il tuo esempio è calzante su quel modello. Macché da 4 a 20 foto ‘in ordine”… si portavano 60 foto al committente e c’ era un editing severo e motivato… ma era un’altra cosa, un altro tempo e un’altra fotografia. Non dico meglio o peggio… semplicemente un’altra.

Io: verissimo Edmondo, ovvio non è una critica alle letture di Foggia,  o altrove, è una riflessione che in decenni le letture ovunque avvengono con le stesse modalità, secondo me attualmente sbagliate. Una volta finito un progetto quello è, la lettura serve a poco, mentre invece dovrebbe servire a orientare il progetto.

Lui: Vero. Si continua a parlare di “progetto” anche quando il progetto è bello che finito ed è diventato un fatto compiuto. Se uno ti dice: “questo è un progetto di un ponte” ti fa vedere un cartaceo, dei disegni e un modellino. Ma quando il ponte è terminato… quello è un “ponte” in carne ed ossa… mica il progetto. È uguale per lavori fotografici fatti e finiti. Che senso ha chiedere se è  venuto bene il “progetto” che avevo?

Io: Perfettamente d’accordo, chiamare progetto qualcosa di finito non ha senso….. ma come chiamarli? …..” lavori” ? ma che lavori sono, il lavoro è tutt’altra cosa!…. Quello che mi stupisce è che si vada avanti così. Sono, come tu stesso dici, decenni, niente cambia di una virgola.

Chi dovrebbe cambiare? Mi sembra che sia un circolo vizioso, un gatto che si morde la coda. Il lettore si attesta sulle richieste di chi vuol farsi leggere un “progetto”. Magari potrebbe dire: ok, perfetto visto che sei convinto di quello che hai fatto è inutile che tu mi chieda consigli dato che hai già finito il tuo “progetto”, vai avanti, proponilo in pubblico, vediamo se piacerà o meno!

Del resto il problema della critica è più o meno identico anche nel campo dell’arte.  Art Tribune ha dedicato un interessante articolo a questo argomento.

non di un booster, di ulteriore affiatamento tra critici e artisti c’è bisogno, ma d’altro. Di cosa? Beh, del risveglio di una critica autonoma, valutativa, spigliata. E, perché no, anche appartata. Perché un minimo di distanza – appunto – critica rispetto all’oggetto artistico non è detto sia un male, anzi

Un lettore di portfolio è un critico? Indubbiamente può non essere del tutto un male che sia distante da gruppi fotografici ed autori. D’altra parte spesso leggendo sviolinate di critici a fotografi dei quali presentano l’opera, mi vengono rush cutanei. Tuttavia siamo immersi in un tale analfabetismo funzionale che una critica seria e competente mi sembra attualmente inutile.

È del tutto normale che se il lettore si sofferma a criticare l’opera del fotografo, la critica non viene digerita. È un atteggiamento diffuso, penso che se un fotografo non accetta  l’autorevolezza di lettore al quale ha scelto di far leggere un portfolio è del tutto inutile che se lo faccia leggere. Si potrebbe obiettare che per lo più non esiste una autorevolezza  sufficiente in molti lettori o in molti lettori. Parimenti non esiste per lo più una sufficiente autocritica da parte dei fotografi.

 

Giuseppe Cavalli

 

La crisi dell’autorità culturale è in ogni caso un problema assai grave e sempre più diffuso, forse è peggiorato con la diffusione dei social e si è ulteriormente aggravato col covid. In pratica si va sempre più diffondendo una “cultura” orizzontale, estremamente livellata, con davvero pochi  picchi di eccellenza riconosciuta ed accettata.
Beninteso sono cambiati anche i tempi e le situazioni.

Ai tempi della Bussola e del Misa, l’avvocato Giuseppe Cavalli era uomo di profonda cultura e indubbiamente un esperto fotografo, guidava quei circoli imprimendo la direzione verso la quale secondo lui doveva tendere la fotografia, che fosse una direzione giusta o meno può essere solo un giudizio postumo de tutto soggettivo. Ogni movimento artistico/letterario ha stilato un manifesto nel quale gli aderenti al gruppo si riconoscevano.

 

Luigi Veronesi

 

Attualmente i lettori sono per lo più estranei a gruppi fotografici, non ne conoscono le eventuali dinamiche, non hanno intenzione di dirigere un gruppo o un autore verso una qualche direzione. Non critico i lettori ovviamente, ho solo dubbi su questo modo, diciamo così istituzionalizzato, di pensare alle letture portfolio, sia da parte di chi li porta a leggere che da parte di chi li legge.

Però i miei dubbi, i miei pensieri sbilenchi, possono essere totalmente fuori luogo. Forse va bene, va bene, va bene così!

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

Italo Zannier. Autoritratto

 

 

 

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