La celebre mostra collettiva intitolata “New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape”, a cui partecipò il fotografo statunitense Stephen Shore, ebbe luogo nel 1975. In particolare Shore avendo iniziato a frequentare la Factory di Wharol a 17 anni, focalizzò la ricerca sulla bellezza dell’ordinario, del banale, esprimendo fotograficamente una critica alla società dei consumi, un approccio concettuale tipico della Factory.

Fu un segno importante, la lettura dei paesaggi urbani e antropizzati, strade, motel, parcheggi e aree suburbane, in America segnò un allontanamento dalla tradizione classica della fotografia naturalistica, tipica Ansel Adams. La fotografia di paesaggio ampliava i suoi orizzonti, determinando un nuovo approccio, più concettuale, che venne successivamente approfondito dall’antropologo Marc Augé nel 1992, nel libro “Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité”. Il lavoro pionieristico di Shore e Eggleston influenzò non poco il Luigi Ghirri di Kodachrome (1978) sia nelle tematiche che nell’uso del colore.

 

© Giorgio Rossi

 

Ricordo un incontro con l’amico Vincenzo Castella (anni dopo partecipò a Viaggio in Italia) in cui ascoltando le note di pianoforte sospese nel vuoto di Ambient 1: Music for Airports di Brian Eno (1978) diffuse da uno dei primi Sony Walkman TPS-L2 con la presa cuffie collegata alla aux dello stereo, discutemmo a lungo delle foto di Shore. Erano un seme gettato in una terra fertile per necessità, per desiderio di ricerca, contribuirono a un nuovo approccio alle tematiche inerenti il paesaggio.

La ricerca visiva in Viaggio in Italia, 1984, si intrecciò con la letteratura di Italo Calvino e Gianni Celati e con l’urbanistica. Un lungo periodo di studi interdisciplinari, inizialmente per nulla evidente, penso non del tutto consapevole, che iniziò grossomodo a metà anni ‘70 peprotrarsi sino al 2000.

 

© Lia Alessandrini

 

La Scuola della “Fotografia di Paesaggio” (Il Pensiero Ghirriano).

Influenzata dall’approccio di Shore, lo tradusse in una “estetica”, un approccio, un concetto tutto Italiano, non solo nell’uso del colore, ma anche come poetica.

Scardinò l’idea del paesaggio da cartolina, tipica della tradizione ottocentesca dei Fratelli Alinari e successivamente della concezione precisa di Aldo Sestini nel libro “Il Paesaggio”, conosci l’Italia, edito dal Touring Club Italiano, per proporre una riflessione concettuale sul quotidiano e sui luoghi marginali.

 

 

Occorre accennare ad altre precedenti o concomitanti correnti di pensiero in ambito fotografico.

La Scuola di Venezia e il Neorealismo Fotografico.

Nel 1948 nacque a Venezia il “Circolo Fotografico La Gondola” La fotografia diventa un documento sociale, un atto di impegno civile volto a raccontare l’Italia della ricostruzione, le classi popolari e le trasformazioni antropologiche del Paese, in contrapposizione al formalismo e al pittorialismo dei decenni precedenti (Gianni Berengo Gardin, Paolo Monti, teorico della transizione formale e Mario De Biasi).

La Scuola Marchigiana.

Fondata a Senigallia nel 1954 da Giuseppe Cavalli, la scuola marchigiana, il “Gruppo Misa” in contrasto con documentarismo neorealista, rivendicò per la fotografia lo status di arte pura e astratta. La fotografia, secondo il Misa, non doveva documentare strettamente la realtà, bensì evocare una verità interiore, attraverso la ricerca dell’essenzialità geometrica, l’uso di toni alti, l’isolamento del soggetto dal contesto e il rifiuto della cronaca (Giuseppe Cavalli, Mario Giacomelli, Ferruccio Ferroni).

Il Reportage Antropologico del Sud Italia.

Fu una scuola di pensiero metodologica, unì la fotografia alla ricerca sociologica e letteraria, influenzata dal pensiero di Ernesto De Martino che criticava una diffusa sociologia e etnografia limitata a registrare i dati come fatti oggettivi separandoli dal loro contesto storico-politico.
Credere di essere “oggettivi” nascondeva secondo de Martino un etnocentrismo mascherato, in realtà era l’imposizione occulta dei valori della cultura dominante.

L’attenzione di molti fotografi si spostò sul Sud Italia, sui riti religiosi, sulle condizioni del proletariato meridionale, guidata da una analisi rigorosa e rispettosa (Franco Pinna, Arturo Zavattini, Ando Gilardi,fondatore della Fototeca Storica Nazionale e teorico della fotografia popolare e, successivamente, Letizia Battaglia con la narrazione cruda della Sicilia).

Interessante notare come a differenza di quanto stava accadendo in America, dove la fotografia era promossa come arte, al MoMa e in gallerie d’arte, nel contesto italiano, specie a partire dal secondo dopoguerra, le scuole di pensiero e correnti fotografiche sono state per lo più storicamente collegate al mondo dell’editoria, del giornalismo, della committenza pubblica. Attualmente le committenze pubbliche latitano, l’editoria è in crisi, ogni evoluzione della fotografia di paesaggio è demandata all’iniziativa privata, all’impegno, alla ricerca del singolo fotografo.

 

© Giorgio Rossi

 

In quegli anni ‘80 ero vicino al reportage antropologico, tuttavia la mia fotografia non aveva l’approccio metodologico della ricerca sociale attraverso le architetture vernacolari, mi sentivo in qualche vicino alle istanze di Shore, al banale quotidiano. Così nel 1984 in “Ultima Fermata all’Idroscalo”, seguendo fotograficamente per una decina di anni il territorio dell’idroscalo di Ostia, ipotizzai importanti cambiamenti sociali attraverso le tracce lasciate dalle continue evoluzioni delle architetture spontanee. Fotografavo in inverno quando quei luoghi, frequentati e vissuti in estate cadevano nell’abbandono, per poi venire ricostruiti la stagione successiva, erano una esemplificazione del fatto che nulla è stabile, tutto in continua evoluzione.

Fotografie in Bianco e nero dai toni morbidi ed estesi, era lontana da me l’idea di drammatizzare, di scadere nella cronaca. Anche le foto del luogo dove venne ucciso Pier Paolo Pasolini non furono cronaca, furono un episodio immerso in una lettura diacronica del territorio. Fu anche in qualche modo un racconto “concettuale”, simbolico, nell’evoluzione del territorio, dai primi insediamenti sino alla sua distruzione totale vedevo una sorta i “filogenesi” tipica di ogni assembramento umano. Come se le evoluzioni nello scorrere di millenni, di ogni paese o città in quel luogo fossero accadute nell’arco di pochi decenni.

 

 

Successivamente in “Progetto Aniene ‘85”, committenza Comune di Roma, Assessorato alla Cultura, ove per la foto a tutta pagina aveva carta bianca, scelsi di scattare in diapositiva Kodak Ektachrome 64 Professional.

Colori vividi, lontanissimi da quelli cercati negli stessi anni da Luigi Ghirri, Guido Guidi e altri, ma “geolocalizzati” dalla realtà della luce romana. Mi spiace che la resa, della scansione dal libro sia alquanto scarsa, spero si distinguano gli intenti.

Eppure anche quella volta ero in qualche modo attratto dalla “estetica concettuale” di S. Shore.

 

 

Per comprendere meglio quello che in quegli anni si agitava intorno alle tematiche inerenti il paesaggio è importante fare riferimento a quanto portò avanti l’AIAPP, Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, fondata il 15 marzo 1950.

Gli incontri, i dibattiti fra i soci, ebbero un picco intorno al 1984/85, a Roma a partire da “Ville Storiche ‘85 – Problemi e Prospettive” (per il quale feci un portfolio), sino a circa il 2001 furono organizzati convegni importanti su paesaggio, verde e ambiente.

 

© Giorgio Rossi

 

La carta di Firenze sul paesaggio.

Nota come Convenzione europea del paesaggio fu firmata Il 20 ottobre 2000, Palazzo Vecchio a Firenze. Tale firma, che avvenne nel corso di un importante incontro internazionale, ha rivoluzionato il concetto stesso di paesaggio nell’ordinamento italiano ed europeo, estendendo l’attenzione non più solo alle “bellezze eccezionali”, ma a tutto il territorio.

Si giunse così a definire il paesaggio in modo onnicomprensivo, come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

 

 

La Carta di Firenze venne redatta ad integrazione e completamento della celebre Carta di Venezia del 1964, con l’obiettivo di estendere le regole del restauro e della conservazione dei monumenti architettonici al campo specifico dei giardini storici, definiti per la prima volta come “monumenti viventi”, includendo nel campo di attenzione, manutenzione conservativa e progettazione ex-novo, anche paesaggi quotidiani e degradati, urbani ed extraurbani. Si discuteva molto in quegli anni del “Genius loci”.

AI: nel paesaggio è l’anima o lo spirito interiore di un luogo, quell’insieme unico di caratteristiche naturali, storiche e culturali che lo rendono diverso da qualsiasi altro. Attualmente indica l’identità profonda di un territorio, nata dal legame tra la conformazione fisica (monti, fiumi, clima) e l’intervento dell’uomo.

 

© Lia Alessandrini

 

Nelle Crete senesi filari di cipressi spezzano regolarmente il profilo delle colline argillose, no, non ci sono betulle! A Roma e nel Lazio prevale il pino domestico (Pinus pinea) o pino da pinoli, non il pino marittimo. Si riconosce per la sua larga chioma a forma di ombrello.

È il protagonista del paesaggio laziale, delle pinete litoranee coma a Castel Fusano, delle ville storiche di Roma, insieme al bosso.

 

 

Semplice vero? Ok, ma allora perché tocca vedere fotografie di trulli della Val D’Itria sovraesposte di due stop sino a snaturare il colori della pietra o a bruciare quel bianco che nei dintorni di Alberobello è materia levigata, con colore della terra che invece di essere rosso acceso vien reso in post-produzione giallino? Per entrare nel concetto Ghirresco di paesaggio?

Il genius loci non si evidenzia solo nelle differenze tra specie arboree ed arbustive, colline, ruderi, fiumi, ponti, rocce, sassi possono essere molto identitari. Ogni territorio ha alle spalle una storia che ne ha ha modellato il paesaggio nello scorrere di secoli, addirittura di millenni geomorfologicamente parlando, continua ad evolversi anno dopo anno, col cambiare delle esigenze di chi lo abita. Magari le campagne vengono abbandonate, poi successivamente tornate a coltivare. La stessa cosa avviene per castelli ed antiche residenze abitative.

Castel Beseno, il più vasto complesso fortificato del Trentino è stato abbandonato nel corso del 1800. Lo fotografai molti anni or sono, quando era un rudere invaso dalla vegetazione. Fu in seguito donato alla Provincia Autonoma di Trento, che ne ha curato un imponente restauro conservativo. Tornato a nuova vita è una delle sedi distaccate del Museo del Castello del Buonconsiglio, aperto al pubblico e teatro di eventi storici e rievocazioni.

 

© Giorgio Rossi

 

Il caso Matera

AI: Nel 1952, il governo guidato da Alcide De Gasperi approvò la Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi. Circa 17.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case-grotta per essere trasferite in nuovi quartieri di edilizia popolare (come il borgo La Martella). I Sassi vennero letteralmente murati, rimanendo una città fantasma per circa trent’anni. Negli anni Ottanta, grazie alla spinta di intellettuali e cittadini, si comprese il valore architettonico e antropologico unico al mondo di quel luogo. La svolta decisiva arrivò con la Legge 771 dell’11 novembre 1986, finalizzata alla conservazione, al recupero e al ripopolamento dei Sassi.

La proprietà di gran parte dei Sassi rimase statale, ma fu concessa ai privati in comodato d’uso a fronte dell’obbligo di restaurarli a proprie spese seguendo rigidi criteri conservativi. È del 1993 l’inserimento dei Sassi tra i patrimoni dell’umanità UNESCO. L’iniziale spinta verso la residenzialità ordinaria è stata in gran parte superata dalle dinamiche di mercato: molti locali restaurati sono stati convertiti in alberghi diffusi, boutique hotel di lusso, B&B, ristoranti e case vacanze. La stessa cosa è avvenuta per moltissimi trulli abbandonati nelle campagne pugliesi.

Nella pianificazione di un vacanzina sarebbe importante, oltre a cercare dove mangiare e dove dormire, leggere qualcosa di più di una guida ai monumenti e alle bellezze naturali turisticamente più note da visitare. La differenza tra turista e viaggiatore sta nella capacità dl viaggiatore di capire e vivere quello che vede. Si dice che si fotografa sempre quello che già si conosce.

 

© Giorgio Rossi

 

Andando in Val d’Orcia tutti fotografano la collinetta irta di cipressi di San Quirico in località I Triboli. I cipressi fanno parte del genius loci delle crete senesi, si possono trovare mille diversi scorci per fotografarli, evitando inquadrature banali, viste e riviste. Come ha fatto Lia Alessadrini, fotografando i cipressi identitari delle Crete Senesi. Più si conosce meglio si fotografa. Tuttavia il fervore di studi dell’AIAPP , l’attenzione nata intorno al paesaggio della quale ho parlato, al di là di interessantissimi convegni, spesso non ha avuto un concreto riscontro nelle Amministrazioni Pubbliche.

Maria Cristina Tullio, architetta paesaggista e presidente dell’AIAPP in un articolo su La Repubblica ha affermato:

«Occorre passare dalla denuncia all’azione» denunciando la necessità di affrontare la crisi ambientale e climatica non solo con la critica o la constatazione dei danni, ma attraverso progetti concreti di gestione, cura e rigenerazione dei territori e delle infrastrutture verdi. L’AIAPP critica la tendenza a realizzare grandi opere pubbliche o turistiche senza una reale sensibilità paesaggistica, trasformandole in occasioni mancate o in elementi impattanti sul territorio.

 

© Giorgio Rossi

 

Problemi drammatici quali la siccità, le temperature estreme, il dissesto idrogeologico e la fragilità dei suoli vengano ancora gestiti come emergenze anziché attraverso una pianificazione strutturale. Il verde e il territorio non vengono trattati come un’architettura viva e un’infrastruttura sociale ed ecologica complessa, bensì attraverso interventi frammentati e una manutenzione spesso inadeguata o declassata a semplice “sfalcio”.

In Italia, a differenza di molti altri paesi europei, la figura dell’architetto del paesaggio fatica a trovare una centralità istituzionale automatica nei tavoli decisionali delle pubbliche amministrazioni. L’AIAPP denuncia la frequente esclusione di queste competenze specialistiche dalle fasi iniziali di pianificazione urbanistica e territoriale.

 

© Giorgio Rossi

 

Un esempio esempio eclatante.

AI: il progetto di riqualificazione di Piazza Augusto Imperatore, nato da un concorso internazionale del 2006 e vinto dal gruppo multidisciplinare Urbs et Civitas, coordinato dall’architetto Francesco Cellini, che include specialisti di urbanistica, restauro e composizione urbana ma non risultano architetti paesaggisti in veste di firmatari principali o autonomi del concept generale dell’assetto botanico/paesaggistico dell’area.

Risultato: La recente riqualificazione urbana ha sollevato critiche per via della scarsa protezione dal sole e della limitata progettazione del verde. Alcuni esemplari di alberi mostrano già segni di sofferenza o risultano secchi a causa delle condizioni climatiche e della gestione del cantiere. Intorno al perimetro del Mausoleo di Augusto i cipressi storici sono stati ridotti per dare un aspetto più geometrico

 

© Lia Alessandrini

 

Partendo da questa grave situazione oggettiva, qual’è oggi il compito del fotografo paesaggista?

Ovviamente l’approccio concettuale di Guido Guidi e altri resta importante ma pur tenendone conto bisogna tornare a documentare i cambiamenti del paesaggio, urbano o naturale, in atto. Sia come atto di denuncia che come presa di coscienza anche solo strettamente personale. Quantomeno bisognerebbe evitare l’approccio alla fotografia di paesaggio come luogo di una bellezza eccezionale, fotografato e post-prodotta in modo da fare esclamare un “Wooow!” e raccattare 1000 like. Filtri degradanti, acque panne, hdr, sono solo espedienti estetici. La fotografia di paesaggio può essere bella ma deve essere anche buona, servire a qualcosa.

Una documentazione precisa, puntuale, dello stato di un luogo che oggi magari ci appare normale, persino banale, tra 20-30 anni potrebbe essere una prova storicamente e socialmente importante.

Per essere “buona” una fotografia deve rinunciare a essere “bella”? No, non lo credo assolutamente.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

© Lia Alessandrini

 

 


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