È scolpito nell’immaginario collettivo di chi inizia a dedicarsi per passione alla fotografia di paesaggio e sopratutto di architettura che i massimi risultati si possano avere solo riprendendo con una 4×5’ o formato maggiore. Ansel Adams, Gabriele Basilico, innumerevoli altri in passato, oggi Guido Guidi e altri, hanno fotografato o fotografano sempre in banco ottico.

Vantaggi e svantaggi: mantenendo il piano pellicola assolutamente parallelo ad una facciata, decentrando in alto l’ottica, si riesce a inquadrare sino al vertice un edificio alto. le linee verticali restano parallele e le dimensioni relative degli elementi, come l’altezza e la larghezza di porte e finestre, rimangono fedeli alla realtà. In fase di stampa correggere le linee cadenti è assai problematico, si può farlo per linee cadenti molto leggere, è difficile farlo con precisione, esagerando si rischia di alterare vistosamente le proporzioni lato lungo/lato corto dell’edificio ripreso.

 

© Giorgio Rossi

 

Col banco ottico, sopratutto utilizzando in ripresa forti grandangolari non bisogna eccedere col decentramento dell’ottica. Avvicinandosi troppo al cerchio di copertura dell’ottica i soggetti vicini ai bordi estremi del fotogramma subiranno un allungamento geometrico che farà apparire gli elementi in alto più allungati rispetto al centro. Una avvertenza: se fotografate da livello strada un edificio, decentrando l’ottica non lo state fotografando da quarto piano, eventuali banconi sporgenti li vedrete da sotto, non dal quarto piano! Decentrano l’ottica il “rapporto prospettico” risulta corretto ma il punto di fuga resta in basso, probabilmente disegnando l’edificio avremmo scelto un punto di fuga più centrale, una linea dell’orizzonte più alta.

Il banco ottico va usato con competenza e cautela, non è una panacea. Molti, alle prime armi con banco ottico, come grandangolare vogliono il massimo, preferiscono il 65 al 90mm, evidentemente non sanno che il 65mm può essere decentrato assai meno del 90mm.

Malgrado sia una sciocchezza anacronistica, l’uso del cavalletto in spazi pubblici, che si fotografi in grande formato o meno, è soggetto a regole sull’occupazione del suolo pubblico che possono variare a seconda del Comune, del tipo di area e dell’intento hobbistico o professionale. Chi lo fa per professione ha sempre lettere d’incarico e autorizzazioni di enti preposti. Con tutta probabilità se uno fotografa col banco ottico senza autorizzazioni, in zone periferiche lontane dal centro storico come possono essere a Roma Torbella Bella Monaca o Corviale, lo può fare senza problema, al massimo sarà guardato con curiosità dai passanti. Se prova a fare riprese in banco ottico in piazza del Duomo a Milano dopo un attimo arrivano un ghisa, tri cariba e un metronotte e addio riprese. Il monumento storico viene considerato opera d’arte e tutelato da indispensabili autorizzazioni, l’opera architettonica di un famoso architetto assai meno.

 

Giulio Speranza per LomoGraflok

 

Evidentemente le normative vigenti stentano ad adeguarsi al progresso tecnologico. Attualmente sono presenti in commercio smartphone con sensori in grado di raggiungere anche i 200MP, non è esattamente la stessa cosa che fotografare in banco ottico, tuttavia si può ottenere una qualità più che sufficiente per qualsiasi uso. Quindi c’erano e ci sono ancora varie ragioni per le quali le riprese in banco ottico erano e sono consigliabili per ottenere i massimi risultati, però anche ad avere il banco ottico non è sempre possibile usarlo, Oltretutto è una faccenda di tempo a disposizione e di costo di fotocamera, ottiche e dei materiali sensibili.

C’è ovviamente anche una sorta di “valore concettuale”connesso alle riprese in banco ottico, è una filosofia della fotografia del tutto personale e ben sedimentata, inutile cercare di scopiazzarla, si copierebbe al massimo e magari male la surface, non l’essenza. Si possono fare riprese in digitale sufficientemente buone da rivaleggiare con quelle in banco ottico e forse vincere? Direi di sì ma bisogna conoscere bene la tecnologia digitale e quello che ci permettetono i software di post elaborazione.

È ancora interessante lo Zone System in riprese digitali? Insomma… una pellicola in Bianco e Nero ha, se sviluppata con accortezza una gamma dinamica di circa 12-13 stop. Gli attuali sensori possono arrivare sino a 14-15 stop, però la differenza è altrove. Le pellicole sopportano bene la sovraesposizione, sopportano meno bene la sottoesposizione. Se il negativo è troppo trasparente nelle ombre risulta difficile da stampare, in digitale avviene l’esatto contrario. Quindi il modo di esposimetrare cambia, in digitale bisogna stare attentissimi a non bruciare le alte luci, si può invece sottoesporre le ombre anche di vari diaframmi, ricuperandole in post produzione.

 

 

Si può fare in jpeg, come per esempio nella ripresa di una installazione artistica, un cumulo di pneumatici, ricuperando 2 stop nelle basse luci. Si potrebbero ricuperare ancor meglio le basse luci sviluppando un raw, considerando i sensori Iso-Invariant di molte fotocamere. In questo caso il ricupero nelle basse luci può essere anche di 4-5 diaframmi. Tutto ciò può essere fatto con precisione scientifica, per tentativi, senza spreco di soldi e tempo. In ripresa si deve osservare con attenzione l’istogramma, si può modulare la sovra o sotto esposizione a passi di 1/3 di diaframma, in modo per me più preciso di ogni possibile esposizione in pellicola.

Come nelle riprese di architettura in analogico, è fondamentale tenere il dorso della digitale parallelo alla facciata che si sta riprendendo,  tuttavia le linee cadenti possono essere raddrizzate in post-produzione. Attualmente sia in Photoshop che in Gimp, o programmi di sviluppo Raw come Adobe Lightroom/Camera Raw, Capture One e, nel software libero, Darktable e RawTherapee, correggono le linee cadenti in un attimo. Però, come avviene in riprese analogiche, se si raddrizzano le linee cadenti in post produzione, si alterano i rapporti tra larghezza ed altezza. In modo anche vistoso e inaccettabile, l’edificio diventa “cicciotto e tarchiato”, brrr.

Solo conoscendo l’esatto rapporto tra larghezza ed altezza dopo aver corretto le linee cadenti si possono ripristinare le esatte proporzioni tra i lati con lo strumento “scala immagine” immagine. Si può farlo anche in modo approssimativo, rendendo comunque la foto più accettabile nel rapporto lato largo/ lato lungo. Osservare a confronto le tre foto dell’edificio color senape A1) Senza raddrizzare le linee cadenti A2) raddrizzando le linee cadenti le proporzioni lato lungo/corto saltano A3) proporzioni lato/corto ripristinate.

 

 

Importante in ripresa eccedere con l’ampiezza dell’inquadratura dato che poi sarà molto ritagliata in post-produzione. In riprese analogiche non è possibile. In digitale volendo si può fare con precisione scientifica. Però tutto ciò porta inevitabilmente a un’altra concezione del inquadratura, può essere modificata, non è sacra e inviolabile come accadeva nell’analogico.

Inoltre esistono obiettivi grandangolari tilt & shift come il Nikon PC-E Nikkor 24mm f/3.5D ED o il Canon TS-E 24mm f/3.5 non hanno prezzi stratosferici, si possono a volte reperire nell’usato, lo Samyang 24mm f/3.5 T/S ED AS UMC, full frame per Nikon ha un prezzo assolutamente abbordabile. Esiste addirittura un obiettivo Tilt& Shift 17mm Canon.

 

 

Come avviene con ottiche per l’analogico un eccessivo decentramento con 24 mm può produrre una sgradevolissimo delle linee al vertice dell’edificio. Per lo più si è portati a desiderare che un edificio altissimo entri interamente nell’inquadratura, ricorrendo a riprese con grandangolari 19 mm e anche più spinti, arrivando all’8 mm.

Si ottengono così risultati prospetticamente molto aberranti, oltretutto con primi piani che sono a volte lande desolate, altre volte affollate di auto, passanti e quant’altro. Si segue per lo più una sorta di estetica che era possibile e desiderabile molti anni or sono ma attualmente non lo è più per svariate ragioni.

 

 

Tra l’altro ormai ci siamo visivamente abituati a linee cadenti anche molto convergenti, non ci facciamo quasi più caso. Sembra che la scelta del mezzo di ripresa sia prioritaria rispetto a qualsiasi altra scelta. Credo sia indispensabile entrare in una sorta di “filosofia” delle riprese d’architettura lontana da dagli stilemi rigidi diffusi in anni precedenti. Perché fare riprese di architettura, con quale esatto scopo, per raccontare cosa? La scelta del mezzo di ripresa e di come utilizzarlo dovrebbe essere la logica conseguenza di altre scelte, concettuali e di contenuto espressivo, a monte. Ci scappa qualche linea cadente eccessiva? Chissene. Provo a fare un esempio concreto.

Nel 1982 la rivista Modo mi diede incarico di fotografare opere dell’Architetto Ludovico Quaroni, mi venne naturale andarmi a rileggere qualcosa su di loro. Scelsi il Nuovo Tiburtino, a Roma, progettato da Quaroni insieme a Mario Ridolfi (1949-1954). È il manifesto del neorealismo architettonico, opposizione al razionalismo e ricerca di una nuova socialità popolare.

 

© Giorgio Rossi

 

Superando i modelli seriali e freddi del passato i due architetti crearono un organismo urbano a misura d’uomo. Si ispirarono ai centri storici medievali italiani, con corti, vicoli e piazze, per ricreare l’intimità di un paese. Ai tempi d’oro di Casabella e Domus non c’è dubbio che sarebbero state gradite riprese rigorose, in Bianco e Nero, effettuate col banco ottico. Però una scelta del genere avrebbe dato luogo a riprese esteticamente piacevoli ma fredde, asettiche, lontane dal rappresentare quello che i due architetti cercavano di rappresentare architettonicamente.

Quindi scelsi di operare fotograficamente in tutt’altro modo, eseguendo solo pochi scatti dell’articolato insieme architettonico, ripresi molti particolari che evidenziassero quel neorealismo fondamentale che i due architetti vollero. Tra questi c’è il n.51 di Via dei Crispolti, con la ceramica Ina Casa, il sole su sfondo verde, al centro un volto stilizzato. Rappresentava il concetto della casa come luogo felice, di luce, di rinascita e di speranza per le famiglie italiane nel secondo dopoguerra.

 

© Giorgio Rossi

 

Via dei Crispolti compare nel romanzo “Una vita violenta” (1959) di Pier Paolo Pasolini, nell’inquadratura che realizzai c’era un riferimento letterario preciso, venne colto dalla redazione di Modo che scelse quella foto per l’apertura dell’articolo. Questo e altri scatti del servizio vennero realizzati in diacolor con la Mamiya 645, obiettivi 45mm, 55mm o 80mm, solo a volte su cavalletto, tra il primo pomeriggio e l’ora blu. Molti particolari li presi al volo, scattando a mano libera.

Un scatto ha sullo sfondo uno degli edifici del complesso residenziale, luci accese nel vano scale, altre luci più intime nelle abitazioni. In primo piano c’è una NSU Prinz celestina e un poco ammaccata, sulla destra un bidone della spazzatura, immediatamente davanti all’edificio sono parcheggiate una mini e varie Fiat 127. Sarebbe stato un poco difficile farle portare via dal carro-attrezzi per avere una inquadratura più pulita. C’è un accenno alla viabilità locale che delimita aiuole spelacchiate.

 

© Giorgio Rossi

 

Una unica ripresa è in banco ottico, grandagon 90mm, poco rispettante di stilemi per me desueti: ringhiera e cancello d’accesso un poco di sbiego, mezzo dentro mezzo fuori, ragazzini in motociclettina giocattolo nel cortile.

\Orrore come fotografia di architettura o racconto fotografico di una architettura post-neorealista? Vennero pubblicate senza farmi problemi.

 

© Giorgio Rossi

 

Al di là dell’aneddoto uno spunto di riflessione: viviamo in una realtà urbana visivamente inquinata da auto parcheggiate, bidoni spazzatura, segnaletica stradale, pubblicità e quant’altro. Un rumore visivo continuo.

Dobbiamo eliminarlo iniziando le riprese di un’architettura a partire dal primo piano? Come entra in casa la gente, dalle finestre? È ancora giusto oggi fotografare facendo riferimento all’estetica e alla tecnica di Ansel Adams e Gabriele Basilico? A ognuno la sua scelta.

 

© Giorgio Rossi

 

Io le mie le avevo già fatte anni prima a Vienna, andando a caccia delle Siedlung e delle espressioni del razionalismo di Adolf Loos e Otto Wagner.

Rapidi appunti visivi realizzati a mano libera con Nikon e obiettivo 24mm. Non sono mai andato oltre in 24mm in fotografia d’architettura.

 

 

Se mai, come successivamente feci a Latina, riprendendo spesso in 45mm (28mm equivalente nel formato 135) una parte per il tutto, come nella foto del Municipio di Latina, cercando un equilibrio tutto mio tra edificio, fontana, pavimentazione ed alberature. Osservare a confronto una foto dello stesso soggetto tratta dal web.

 

 

Cercavo l’essenza non dimenticando un mio personale equilibrio estetico. Tutto a mano libera, senza cavalletto. Sono ancora fotografie d’architettura? Piacquero e furono pubblicate nel libro “Latina città senza mura”.

 

 

Ho continuato a fare così in questi giorni, con la fida Fujifilm X-E2 e l’economicissimo 16-50mm, in una brevissima uscita nel mio quartiere, per riprendere a colori un condominio residenziale intensivo.

Edilizia popolare, a piazza Camillo Re, entrata nella via retrostante. Altezza circa 45 metri, 11 piani fuori terra, un piano seminterrato. Costruito negli anni ‘30 ricorda molto le grandi Siedlung viennesi.

 

 

Non ho seguito gli stilemi classici della fotografia d’architettura, mi sono largamente avvalso della post-produzione per raddrizzare linee cadenti.

Ho ritagliato varie inquadrature per renderle più essenziali. Lo scopo era conoscere. Per me, per conoscere è indispensabile fotografare.

 

 

Ovviamente ognuno può fare scelte diverse, meglio se non solo estetiche ma di contenuto. La fotografia di architettura è una fotografia umile, da realizzare in punta di piedi, inutile cercare di fare l’artista con riprese parossistiche per strappare qualche like.

Il fotografo deve scomparire, deve lasciare da solo l’osservatore insieme ad una architettura che possibilmente gli racconti qualcosa.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 


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