La Fotografia. Copia Unica o Moltiplicabile?

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” è un celebre saggio scritto da Walter Benjamin in 5 differenti versioni, a vario livello di incompiutezza, tra il 1935 e il 1939: 4 in lingua tedesca; una in francese, l’unica pubblicata dall’autore vivente, con la traduzione di Pierre Klossowski, ma sconfessata dall’autore per i tagli redazionali apportati senza il suo consenso e le manipolazioni del suo pensiero. Saggio sicuramente interessante, anche per capire quanto sia difficile parlare di arte in relazione alla sua riproducibilità. Vivesse oggi forse scriverebbe “La fotografia nell’epoca della sua infinita riproducibilità tecnica”.

Parlare di arte è sempre un terreno un poco scivoloso, parlare di fotografia come arte ancor peggio. Mi piace soffermarmi sulla faccenda della riproducibilità tecnica. Che una fotografia al collodio o un dagherrotipo, fossero numeri unici lo sappiamo. Più raramente si parla di un negativo o di una diapositiva come numeri unici. Eppure lo sono.

 

© Cesare Di Liborio. Icons IV

 

Da nessun negativo può essere tratto un ulteriore negativo. Si può scansionare un negativo, anche in modo eccellente, ma sarà una copia con caratteristiche diverse dall’originale. Ovviamente la stessa cosa accade fotografando un negativo con un materiale sensibile a base di sali d’argento. Ai granuli argentici dell’originale si sovrapporranno quelli del materiale sensibile utilizzato per la riproduzione o i pixel se la riproduzione è avvenuta con tecnologie digitali. Se non fosse così i restauratori conservatori, archivisti, non si dannerebbero a conservare al meglio vecchi negativi o vecchie diapositive, basterebbe farne una copia.

Al dunque da un negativo si possono stampare infinite copie solo apparentemente uguali una all’altra, se è un negativo semplice da stampare, molto diverse una dall’altra se è un negativo che richiede mascherature varie. Eh quanti fogli di 30×40 ho buttato nel cestino prima di ottenere la stampa che volevo!… e nessuna voglia di mettermi a stampare di nuovo una fotografia la cui stampa è andata perduta. Un file è un file, un jpeg un jpeg , un raw un raw, ecc. si possono replicare infinite volte, impossibile distinguere l’originale.

Da ognuna di queste copie si possono produrre su una inkjet risme di stampe praticamente identiche sino a quando non si esaurisce l’inchiostro. Stampe fine – art certificate? A essere certificato è un foglio di carta, tutto si regge sull’onestà e la buona fede del fotografo che fa stampare x copie.

A dire il vero non è cosa del tutto nuova.

I multipli d’autore rappresentano un sistema di diffusione di opere d’arte, disponibili a un prezzo inferiore rispetto all’opera unica, e accessibili a un pubblico più ampio poiché prodotti in quantità controllate, numerate, certificate e autenticate.

Le edizioni d’artista permettono a molti appassionati e collezionisti di possedere l’opera d’arte di grandi artisti come Alberto Burri, Lucio Fontana o Vanessa Beecroft, solo per citarne alcuni.

È bene evidenziare che si tratta sempre di opere d’arte, espresse nel linguaggio artistico dei multipli d’autore, che seguono la produzione più complessiva dello stesso artista; questo non significa avere una copia dell’originale, ma un pezzo che l’autore ha prodotto appositamente per quel mezzo espressivo, in dialogo quindi con il resto della sua produzione. Ovvio che prima dei multipli c’erano i falsari, per dire solo di uno.

Perfetti falsi de Chirico sono stati esposti alla Biennale del ’48, poi ok certi maligni hanno insinuato che nemmeno l’autore in persona sapesse distinguere un falso da un suo originale.

Sin da epoche lontanissime l’Arte ha avuto dei mecenati, la promuovevano e ne riconoscevano il valore per un accrescimento culturale. Anche senza internet, senza aerei, treni, strade percorse da veloci automobili le tendenze artistiche riuscivano a viaggiare e diffondersi rapidamente. Potevano anche essere frutto di collaborazioni che varcavano i confini nazionali. Esempio interessante è il cartone della pesca miracolosa di Raffaello.

Papa Leone X ne commissionò 10 nel 1515, un grande onore per il giovane artista. Ogni cartone era composto da circa 200 fogli incollati insieme, sui quali le composizioni erano tracciate con il carboncino e dipinte a tempera. In seguito i dipinti erano inviati a un laboratorio di Bruxelles e realizzati da esperti tessitori in più parti. Una volta completate, le singole strisce venivano cucite insieme per comporre l’arazzo definitivo.

 

© Cesare Di Liborio. Icons IV

 

Cartoni prodotti da celebri artisti potevano essere esportati probabilmente venduti per riprodurne l’opera grazie alla tecnica a spolvero. Forse furono gli antesignani dei multipli d’autore. Questo per le opere pittoriche, per le opere scultoree, la riproduzione ha origini ben più antiche. Avveniva per stampo, del resto anche le monete venivano prodotte così, e ne servivano ben più di qualche copia. Praticamente sono il primo esempio dell’uso della tecnica negativo/positivo. Si realizzava un “negativo” dell’opera, era la matrice dalla quale trarre per fusione uno o più “positivi”. Nella fotografia la matrice è ottenuta dalla sensibilizzazione di un supporto.

Il primo negativo fotografico da cui ricavare, per esposizione a contatto, copie positive risale al 1840: il calotipo inventato da Henry Fox Talbot che lo brevettò l’anno successivo.

La diffusione delle opere di fotografi famosi è avvenuta sempre grazie alla riproducibilità, come stampe argentiche e come stampe su giornali. Non fosse stato così con tutta probabilità Henry Cartier Bresson lo conoscerebbero in pochissimi. Di contro, da molto prima della fotografia, un opera d’Arte trae il suo valore anche dalla sua unicità. A pensarci è un mondo bizzarro quello della fotografia, da sempre la si vuole riproducibile in molteplici esemplari, ma altrettanto da sempre, forse contro la sua natura, per avere un valore dovrebbe essere un esemplare unico o prodotto in pochissime copie.

 

© Cesare Di Liborio. Icons VII

 

Ho detto che da un negativo possono essere stampate infinite copie solo apparentemente uguali una all’altra. Per un negativo facilmente stampabile, senza mascherature o altri interventi, è una questione di lana caprina, sono sostanzialmente identiche. Se invece sono attuate in fase di stampa mascherature o altri interventi, allora la situazione cambia, una stampa eccelsa diventa un numero unico. Mascherature o altri interventi hanno solide basi scientifiche… però alla fin fine è il caso, anche se pilotato magistralmente, a fare la differenza.

La consapevolezza più totale in ogni produzione artistica non esiste, facciamocene una ragione. Tutto deriva ovviamente dalle proporzioni di “caso” presenti in un opera. Un pizzico va bene, fare tutto a caso assai meno. Eppure è anche quel caso a determinare l’unicità e di conseguenza il valore di un opera. La fotografia non è mai stata e mai sarà, per fortuna, una scienza esatta. In parte quello che determina il valore di un opera, fotografica o meno è il tempo che si impiega a realizzarla.

Non si tratta di bassa manovalanza ma di sublime artigianato. “Era il 26 agosto del 1498 quando a un ragazzo poco più che ventenne, di nome Michelangelo Buonarroti, venne commissionata dall’anziano cardinale francese Jean Bilhères de Lagraulas, ambasciatore del re Carlo VIII presso papa Alessandro VI, la scultura di una Vergine Maria vestita, con Cristo morto in braccio. Aveva un anno di tempo per realizzarla.

 

© Cesare Di Liborio. Icons VII

 

A determinare il valore di un’opera fotografica, oltre alla necessaria perizia tecnica, all’ideazione, contribuiscono in parte il caso, in parte il tempo necessario a realizzarla. Per esempio riguardo alla tecnica usata da Cesare Di Liborio, il Mordançage, da quando esegue la prima stampa in bianco e nero alla fine della lavorazione servono dai dieci ai quindici giorni. A seconda se esegue solo Mordancage o se applica anche la foglia d’oro.

Naturalmente non si tratta solo di una tecnica, dietro c’è un’ideazione concettuale notevolissima.

Ovvio che il valore è anche stabilito da un mercato, ed è uno dei nodi tutt’ora irrisolti.

Di tutto ciò ho parlato con Cesare Di Liborio, uno dei pochissimi o forse l’unico in Italia, a produrre stampe fotografiche con la tecnica del Mordançage inventata da Jean-Pierre Sudre intorno agli anni ‘60.

Ho chiesto a Cesare di raccontarci il suo percorso nella fotografia e nell’arte.

“Nel 1983 ho conosciuto un fotografo che faceva fotografia aerea durante la Seconda guerra mondiale. Lui mi disse che esisteva al mondo una “cosa” che si chiamava fotografia. Mi fece vedere, per la prima volta nella mia vita, cosa succedeva ad un foglio impressionato dalla luce quando veniva immerso nello sviluppo: magia! Non ho mai più smesso.

Lavoro per progetti, cercando di esprimere con le fotografie quello che sento.

Il mio percorso fotografico ha avuto principalmente come filo conduttore il limite, la soglia, il confine tra il conosciuto e lo sconosciuto, o se si preferisce tra la vita e la morte. Pensiero che inizia ad affiorare verso la fine degli anni ’90 e che mi ha accompagnato per tutto il mio cammino.

Il primo tra questi progetti è stato “Le Colonne d’Ercole”. I portali, la vegetazione e le porte chiuse sono gli elementi che caratterizzano questo progetto. La soglia come segno particolare, intesa come passaggio non solo materiale ma anche e soprattutto mentale.

I portali sono soglie verso l’ignoto. Le porte chiuse sono barriere mentali al di là delle quali non vediamo e non conosciamo. “Les Colonnes d’Hercule” sono il nostro limite tra il reale e l’irreale, tra il conosciuto e lo sconosciuto, esattamente come le antiche Colonne d’Ercole erano la soglia oltre la quale vi era l’ignoto, lo sconosciuto, la soglia oltre la quale il mondo terminava.

Dopo aver, per anni, cercato di mostrare quello che per me era il limite, negli ultimi anni sto cercando di immaginare con la mia fantasia che cosa ci possa essere “oltre” questo limite, da chi e da che cosa possa essere popolato.

Ho iniziato ad affrontare un percorso autoriale indirizzato su progetti in opera unica utilizzando tecniche diverse che regalano l’unicità dell’opera in quanto nella realizzazione, una parte del risultato è dettato dalla casualità del procedimento.

Il primo progetto che prende vita da questo pensiero è “Ade”,una rappresentazione di quello che immagino nell’aldilà. Un mondo fantastico dove si entra attraversando il fiume di Caronte e una serie di sipari per entrare in un mondo composto da demoni, angeli e madonne.

Contemporaneamente ad Ade nasce il lavoro dal titolo “Wandering souls” che nella mia fantasia è la rappresentazione di un insieme di anime erranti che vagano alla ricerca della pace.

Partendo dall’immagine di una statua che, all’interno del lavoro “Ade” fa parte della serie delle Madonne, ho pensato che alcune immagini potessero avere una valenza iconica.

Ho deciso di sviluppare questa idea e di approfondire il tema dell’Icona. Dopo l’intervento in Mordançage che fa sì che l’immagine, riproduzione del reale, entri in una condizione irreale, utilizzo l’applicazione della foglia d’oro per far assumere all’immagine una attitudine di icona, come ad esempio, le antiche icone russe raffiguranti la Madonna.

La scelta del numero di nove immagini per progetto è un omaggio ad Andy Warhol, che con l’opera delle nove Marilyn sdoganò l’immagine dell’icona da classica a pop.

I progetti “Icons”, sono di fatto una serie di indici iconici che rimandano all’icona alla quale è dedicato il progetto stesso.

 

 

“Icons I” è l’omaggio alla Madonna, in “Icons II” ho fotografato un peperone come tributo a Edward Weston e in “Icons III” le calle sono un tributo a Robert Mapplethorpe, per proseguire con “Icons IV” dove la mela morsicata è un chiaro tributo a Steve Jobs, mentre in “Icons V” l’omaggio è a Giorgio de Chirico con Ettore e Andromaca, in “Icons VI” il tributo va a Vincent van Gogh con l’immagine dei girasoli, e per finire l’ultimissima serie appena terminata “Icons VII” dove una serie di corone reali sono un omaggio alla Qeen Elizabeth II.

 

 

Sempre alla ricerca di quello che nella mia fantasia ci possa essere nell’oltre, ho sviluppato il progetto “Aliens”.

In questo progetto, Aliens, l’oltre è quello che non conosciamo, è uno o più mondi alieni dei quali istintivamente abbiamo paura. Queste presenze informi, sospese, fluttuanti, sono nella mia fantasia quello che potrebbero essere alieni che popolano quell’oltre a noi sconosciuto.

Contemporaneamente ad Aliens inizia il progetto “WonderWomen”, un omaggio alla donna per la sua forza e la sua bellezza. Utilizza varie tecniche contaminandole fra loro aggiungendo anche tessuti, fiori e pigmenti, ottenendo immagini uniche e irriproducibili.

 

 

Nello stesso periodo prende forma il lavoro dal titolo “SuperNatural”, terzo omaggio del mio percorso fatto alla natura fotografando una serie di fiori che, attraverso tecniche sperimentali, diventano fiori appartenenti al mondo del fantastico.

Nel mio cammino ho avuto la fortuna di incontrare molti maestri, ognuno mi ha regalato un po’ del suo sapere, li ho tutti ben presenti, alcuni di loro mi hanno cambiato la vita, chi per avermi insegnato tecniche di stampa di alto livello, chi per avermi aiutato ad approfondire il tema, chi per avermi aperto la mente e chi per aver creduto nel mio lavoro mostrandolo al pubblico.”

 

 

Cesare Di Liborio ha pubblicato diversi libri fotografici dei suoi lavori accompagnati da testi di personaggi del mondo della cultura come Jacques Le Goff, C.H. Favrod, Italo Zannier, Michèle Moutashar, Xavier Canonne, Antonella Anedda, Robert Pujade, Paolo Barbaro, Massimo Mussini, Daniele De Luigi e altri ancora.

Sue fotografie sono conservate presso:

  • Bibliotheque Nationale de France, Parigi
  • Musée Reattu, Arles – Francia
  • Musée de la Photographie, Charleroi – Belgio
  • Musée Nicéphore Niépce , Chalon sur Saone – Francia
  • Fototeca della Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia
  • Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, Spilimbergo (PN)
  • Maison Valdôtaine de la Photographie, Aosta
  • Archivio Favrod, Suisse
  • Archivio Italo Zannier, Venezia
  • École Nationale de la Photographie, Arles – Francia
  • Galerie Municipale du Château d’Eau, Toulouse – Francia

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

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