Ripensando oggi a come nei miei anni di scuola mi venne insegnata la storia, comprendo quanto l’insegnamento di quella materia mi sia stato impartito a partire da punti di vista assai lontani tra loro. Per caso bizzarro, forse raro, frequentai le elementari e le medie alla Scuola Svizzera di Roma, passando successivamente alla scuola italiana dal ginnasio al liceo e in seguito all’Università. Naturalmente ognuno di noi  da per scontato che tutto quello che gli fu insegnato a scuola avesse valore scientifico ed obiettivo senza realizzare che qualsiasi insegnamento, non solo la storia, è frutto dell’etnocentrismo diffuso nel Paese in cui viviamo e cresciamo, studiando.

 

 

Penso che più o meno tutti noi siamo cresciuti in una cultura europeista, occidentale, alla luce della quale valutiamo altre culture, delle quali sappiamo spesso assai poco. Però già nell’insegnamento delle materie scolastiche principali ci possono essere, pur all’interno dell’Europa, punto di vista assai diversi. Un piccolo esempio: alla Scuola Svizzera appresi, nella lezione di storia, il concetto di Völkerwanderung (grande migrazione dei popoli). Erano popoli nomadi o seminomadi strutturati in tribù e in cerca di nuove terre, arrivarono sino a Roma. Passando alla scuola italiana appresi con stupore che nella tradizione storiografica italiana le loro migrazioni sono stata definite con termine spregiativo di “Invasioni barbariche”. Differenza di punto di vista non del tutto irrilevante, così ci viene del tutto normale considerare chi arriva coi barconi un barbaro invasore.

Sempre alla Scuola Svizzera tutte le materie (musica, matematica, storia, geografia scienze, disegno, ecc) venivano impartite in tedesco. L’italiano, il francese, l’inglese, si studiavano come lingue straniere. Così si studiava più Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) che Alessandro Manzoni (1785-1873), alla scuola italiana avvenne il contrario, mi stra-scassarono i cosiddetti con i Promessi Sposi, su Goethe solo vaghi accenni. Eppure appartennero entrambi al movimento romantico e intrattennero tra loro uno scambio di mail stimandosi reciprocamente.

Per inciso, Il movimento romantico nacque principalmente in Germania, negli ultimi anni del Settecento in reazione all’Illuminismo e al Neoclassicismo. Più o meno nello stesso periodo si diffuse in tutta Europa, con sfumature diverse. In Inghilterra si distinse per una particolare attenzione alla natura e al sublime (Wordsworth e Coleridge). In Francia (dopo il 1820) il primo celebre scrittore romantico fu Victor Hugo. A causa del suo impegno sociale visse in esilio per circa 20 anni, avendo fortemente avversato la deriva autoritaria di Napoleone III dopo il colpo di stato che lo portò al potere.

In Italia il romanticismo arrivò più tardi, connesso ad ideali patriottici. Giuseppe Verdi, emblema del melodramma romantico, legò la sua musica al Risorgimento. È un romanticismo che continua a tutt’oggi, fa parte nel bene e nel male, comunque con orgoglio, della nostra unicità, “Italians first”. È una diffusa mentalità che porta a privilegiare l’emotività, i legami familiari. La famigghia è la famigghia, in bilico tra raccomandazioni, amichettismi, omertà e odor di mafia.

Espressioni quotidiane di affetto, valori sociali, attaccamento alle tradizioni. Anteponiamo l’esperienza personale, l’intuito e il calore umano al pragmatismo freddo anglosassone e americano. Succede anche in fotografia, cosa non faremmo per essere considerati amici di eminenze varie, critici, fotografi anche grazie a noi emergenti, o almeno facenti parte di un gruppo di eletti, felici possessori di Leica III, collezionisti di Nikon, adepti del banco ottico, estatici aderenti a un gruppo monotematico adoratore di brand, ecc.

 

Francesco Cito ci fa la fotografia di gruppo

 

Ogni tanto siamo presi da sdegno, condanniamo un qualcosa “senza se e senza ma”, poi tutto si mescola nel calderone webbico, sino ad affondare in attesa della prossima indignazione, non ci vorrà molto. Tutto ci appare equipollente, 1=1. Sembrano ormai passati millenni da quando ci commuovevamo per un bambino biondo, ripreso da dietro zainetto sulle spalle. Alcuni mesi fa siamo stati partecipi dei disordini di  Minneapolis, abbiamo manifestato, com’è andata a finire? Boh non se n’è più avuta notizia, tutto scorre, tutti episodi isolati. Lo sdegno assume per lo più le sembianze di tifo da bar-sport, viene sapientemente diretto da esperti timonieri, influencer.

Ci siamo accodati a critici socio-musicali che hanno esecrato il successo di Ultimo, 250.000 spettatori, circa 65€ a biglietto, abbiamo commentato “eh ai miei tempi!”… Però appare del tutto normale che Jovanotti, eterno ragazzino, faccia da anni il pienone ai suoi concerti. Godiamoci anche questa estate un Jovaparty ambientalista, 69€ biglietto indifferenziato, 299€ l’intero pacchetto: prevede accesso a una terrazza riservata vicino al Main Stage, libertà di movimento sotto il palco e a tutto il resto dell’area, Pass nominativo personalizzato, drink gratuiti, servizio di accoglienza dedicato e un regalo. Comunque già acqua passata, in questi giorni siamo tutti critici cinematografici: “ma come può essere che per Odissea sia stata scelta Lupita Nyong’o per interpretare Elena? Tutti sanno benissimo che Elena era bionda, carnagione pallida delicataaaaa!” Giuro che sino a ieri non sapevo nemmeno chi fosse Christopher Edward Nolan, comunque tranquilli, mi sono acculturato. Attualmente per lo più condanniamo le immagini prodotte in AI “senza se e senza ma”.

 

 

 

In Italia la critica contemporanea (che riguardi musica, film, fotografia, non fa nessunissima differenza) si divide in due mondi che non hanno molti contatti uno con l’altro. Da un lato c’è un’accademia indubbiamente competente anche se esprime opinioni a volte complesse, iniziatiche, da addetti ai lavori. Dall’altro uno pseudo giornalismo culturale che, stampato in edicola o diffuso in social, riviste on-line, blog, oscilla tra il narcisismo critico dell’opinionista/influencer e logiche commerciali.

Che si tratti di arte, letteratura, cinema, o fotografia, il critico o chi recensisce tende a mettere in primo piano le sue reazione emotive, la sua “penna” autoriale, usa l’opera come pretesto per esprimere un’opinione identitaria più che per analizzare l’oggetto stesso. Funziona? Sì funziona benissimo perché la condivisione fa leva su quel romanticismo diffuso, tipicamente italiano, del quale ho accennato.

Inoltre sui social media, su siti personali di condivisione, ogni giudizio critico viene polverizzato, si frantuma in mille rivoli che spesso si guardano e si copia/incollano a vicenda. Mancano guide competenti e sincere, critici “istituzionali” affidabili, il gusto è orientato da influencer e dagli algoritmi. In ambito accademico prevale un approccio analitico e sociologico, lontano dal coinvolgimento emotivo dei romantici. Rimane spesso lì, nel suo ambito d’elezione, nel reale, non straripa nel mondo virtuale. Il mondo social vive di quella emotività romantica, vive del cercare di afferrare il  presente, attimo dopo attimo, prima che affondi. Nel mondo social la parola “storicizzare” non esiste, non ci rendiamo nemmeno conto che non esista, già l’esserne consapevoli sarebbe importante.

“Storicizzare” è collocare un evento, un’idea, un brano musicale, un film, una fotografia, all’interno del preciso contesto storico in cui ha avuto luogo, valutando l’opera come il risultato di quel determinato periodo, non leggendola con i parametri di oggi. Tutto cambia nel tempo, ogni  cosa  dovrebbe venire interpretata alla luce dell’epoca in cui ha avuto origine. Mettendola in relazione con l’ambiente, le condizioni culturali, politiche ed economiche in l’autore è vissuto.

 

 

Per esempio Vivian Maier…. Avete mai letto un articolo in cui è messa in relazione con altre note fotografe, tipo Diane Arbus, Helen Levitt, Lisetta Carmi, Lee Miller, Inge Morath? Eppure operarono tra il ‘50 e il ‘60, negli stessi anni in cui operò Vivian Maier. Il lavoro di queste fotografe però è storicizzato, tracciabile, quello di Vivian Maier no, perché in realtà la Maier non ha fotografe contemporanee con le quali possa essere messa a confronto, il suo archivio è stato scoperto nel 2007, è come se fosse nata in questi nostri anni, viene letta visivamente con gli occhi di oggi.

Può venir storicizzato il presente? È difficile dato che ci viviamo dentro, giorno dopo giorno, senza  essere consapevoli, scordandoci pure  dell’altro ieri, senza nemmeno più di tanto poter ipotizzare un futuro. Viviamo in una sorta di periodo ponte, caratterizzato da un nuovo analfabetismo di ritorno, immersi in una comunicazione visiva che può ricordare l’oralità e la comunicazione visiva del medioevo. Tuttavia nel medioevo le classi sociali erano consolidate, il nobile ricco rimaneva ricco, il poveraccio povero. Attualmente non c’è dialettica, non c’è scontro tra diverse classi sociali, di competenze ecc, tutto viene letto in relazione all’apparire. Per come appare nei social, 1=1. L’analfabeta funzionale vale quanto il professore.

Dai cantastorie nelle piazze, ai fumetti, agli oh per gattini, tramontini, personaggini street con lo smartphone in mano nel metrò, suorine che leccano il gelato, è un attimo! Tutto ha lo stesso valore, certificato dalle amicizie e dai parenti più stretti. Se lo zio, il cugino del cugino, o l’amica del cuore dicono che la foto di un tramontino o un gattino sono di una bellezza struggente non sarà certo un critico a poterla sminuire.

Poi però ci lamentiamo dei bei tempi andati, nulla è come prima. Vogliamo cercare un poco di storicizzare, di capire quello che successe nei primi anni ‘60, tra grandi del cabaret, artisti, scrittori, cantautori e quant’altro? Gustiamoci questo podcast dove è Cochi Ponzoni a raccontarlo. Nel raccontare Cochi nomina anche il bar Jamaica, frequentato da quelli che sarebbero diventati Maestri della fotografia, ne ho parlato in un recente articolo.

Ando Gilardi scrisse e insegnò cose importantissime sulla fotografia. Qui una interessante intervista, può essere spunto di partenza per ulteriori approfondimenti. A volte viene ancora citato per un suo famoso scritto “ non fotografare…”  Formulò il celebre aforisma «Esistono oggi più immagini di elefanti che elefanti» nei suoi saggi e nella rivista Phototeca, fondata nel 1980, per spiegare la natura della civiltà delle immagini e il concetto di iper-riproducibilità tecnica.

In un breve trailer  esprime un mea culpa per avere scritto su Zoom peste e corna della fotografia digitale. In seguito, conoscendola attraverso l’uso dei primi programmi di fotoritocco, disse che col digitale poteva finalmente fare quello che aveva sognato di fare per 50 anni. Sicuramente sarebbe stato affascinato dalla produzione di immagini in AI generativa. Di chi è la colpa se ancora c’è chi pensa che la fotografia analogica sia l’unica vera fotografia possibile? Ovvio che se a uno piace scattare in analogico può farlo senza alcun problema, spandere giudizi apodittici contro digitale è assoluto sintomo di ignoranza totale. Sono passati circa 50 anni dagli articoli di Ando Gilrdi, i discorsi intorno alla fotografia sono sempre gli stessi. Io stesso mi sono trovato a scrivere a proposito del rapporto fotografia bella/ fotografia buona.

C’è ancora chi sente il bisogno di distinguere tra una fotografia di una bella ragazza e una bella fotografia di ragazza. Discorsi circolari, si ripetono da anni e anni, è anche giusto tornare sull’argomento, vuoi per spiegarlo ai giovani che di tutto ciò non sanno granché, vuoi perché molto spesso anche chi mastica fotografia da svariati anni certi discorsi non li ha ancora digeriti. Ed è un poco grave ma forse è sintomo del nostro essere umani. Lo aveva già capito Dante Alighieri, nel  celebre verso tratto dal Canto V del Paradiso, della Divina Commedia, recita: “ché non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso”. Non serve a nulla capire un concetto (averlo inteso) se non lo si memorizza e lo si fa proprio (sanza lo ritenere). Farlo proprio, nel nostro caso, da fotoamatori, significa tenerne conto per fotografare in modo migliore.

 

 

Però in questi ultimi anni la situazione è ancora peggiorata, basta leggere certi commenti nei social per capire quanto poco serva  storicizzare, non solo in fotografia, in ogni ambito. La fotografia è solo un preciso specchio di quello che avviene in ambiti più ampi  nel virtuale e anche nel reale.

Un piccolo esempio. Pochi giorni fa guardando i like somministrati ad un mio articolo su Facebook, confrontandoli col numero di visualizzazioni dell’articolo, mi accorgo che ci sono più like che visualizzazioni. Perbaccolina, mi danno like sulla fiducia senza nemmeno andare ad aprire l’articolo, senza nemmeno leggerne una riga! Ed io che mi impegno nello scrivere, farei meglio a scrivere cavolate laqualunque, è assai più facile scrivere sciocchezze che far ricerche per scrivere qualcosa di un poco sensato! Così mi è venuto in mente di fare una perfida provocazione. Mi sono inventato un aforisma assurdo, attribuendolo ad Ansel Adams, L’ho postato inscrivendolo ai margini di un suo ritratto. È piaciuto!

Dunque di chi è la colpa dello stato attuale della fotografia in Italia? Certo guardando al di fuori, comprendendo lo stato generale in cui versa l’Italia attualmente, capisco che non ci possiamo aspettare molto di meglio. Però forse nel nostro piccolissimo possiamo fare un qualcosa di minimale per migliorare la situazione, sono vasi comunicanti fotografia e il reale che la circonda. Io ci provo ancora.

Forse però aveva ragione Vasco Rossi quando in una canzone cantava: “Voglio trovare un senso a tante cose, anche se tante cose un senso non ce l’ha”

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 


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