La fotografia come auto-rappresentazione della nostra Cultura e le Culture Altre

© Giorgio Rossi.

 

Si scrive  كوكا كولا  (si legge  kuukaa kuulaa). Il logo della bevanda diffusa in tutto il mondo lo avevo riconosciuto senza problema, intorno al 1984, davanti a un bar chiuso in un paese del deserto algerino. Ho incontrato di nuovo la pubblicità della Coca-Cola nel 2019, nella labirintica Medina di Fès, che racchiude l’autentica anima marocchina. Mi ha fatto pensare a quanto era lontana la rappresentazione di quella ragazza dal mio immaginario di ragazze marocchine e a quanto fosse lontana dalle ragazze reali che incontravo per strada. C’era una divario notevole ovunque tra come venivano esposti per la vendita i vestiti nei negozi della Medina e come vestiva la gente.

Come se quella ragazza che reggeva la bottiglia della Coca-Cola, come se le ragazze-manichini dai capelli lunghi e scarmigliati, vestite in abiti tra il tradizionale locale e il lievemente ammiccante fossero un desiderio per il futuro, un sogno ad occhi aperti che per ora vivono più i ragazzi. Loro comperano e indossano senza problemi  jeans 5 tasche, felpe e scarpe Adidas (immagino taroccate) ed altre vesti varie un poco da coatti nostrani.

 

 

Non vuol essere una critica, è la constatazione visiva dell’incontro, per ora con parziale difficoltà, di due culture millenarie, apparentemente distanti. Il desiderio è potere fruire anche nel vestire quotidiano di quella cultura di importazione americana e eruropea. Si possono chiamare cultura la Coca-Cola, le scarpe, le felpe Adidas? Secondo me sì. Alla fin fine è mercato e i marocchini sono da secoli abilissimi commercianti e da sempre abilissimi artigiani.

Pantofole, scarpe, giacche, pouf, borse e valigie  in cuoio, tappeti, arazzi, chilaba e kaftani, piatti di rame, lampade tradizionali, cofanetti per gioielli o specchi decorativi in metallo lavorato a sbalzo col bulino.

 

 

Piastrelle e tasselli di ceramica colorati e smaltati. Questi tasselli vengono prodotti artigianalmente, a partire dal X secolo, per comporre gli zellige, quei complessi disegni geometrici che si trovano ovunque nelle decorazioni di mobili e del rivestimento di architettura  in monumenti e palazzi del Marocco e dell’Andalusia, dalle madrase di Fez, all’Alhambra di Granada. Dopo un lungo lavoro di preparazione.

Tutto ha inizio con l’argilla, che prima di tutto viene pressata in piccoli stampi di legno. Le piastrelle così ottenute vengono lasciate asciugare al sole e quindi cotte una prima volta, per poi essere colorate, smaltate, e cotte una seconda volta. A questo punto, le piastrelle sono pronte per essere tagliate in piccole tessere.

Per rendervi conto di del procedimento osservate nei video del su citato articolo come vengono scolpite a scalpello una a una le tessere, e il lavoro di intaglio di legno e pietra. Nella società italiana l’artigianato vero, è praticamente ormai esistente solo in piccole nicche, spesso a caro prezzo di vendita.

 

 

Nella nostra cultura per secoli famosi artisti hanno dedicato le loro opere a rappresentazioni sacre. Nella loro cultura sino a tempi recenti non sono probabilmente esistiti artisti singoli. Anche perché l’islam, per preservare il culto monoteista da resistenze idolatriche, ha vietato di raffigurare immagini di esseri viventi. Il che non impedisce che attualmente vi siano in Marocco interessantissimi artisti islamici.

 

 

Una nuova generazione di artisti si è formata all’Institut National des Beaux-Arts di Tétouan e ha contribuito alla nascita, nel 2002, dell’Appartement 22, spazio d’avanguardia dedicato all’arte contemporanea. Il suo fondatore, il critico d’arte e curatore Abdellah Karroum, ha definito questo movimento artistico “generazione 00”.

 

© Lia Alessandrini

 

E la fotografia? Un esempio interessante può essere il fotografo belga-marocchino Mous Lamrabat. Unisce i simboli della cultura e della fede musulmana con i marchi occidentali e la cultura pop. I suoi ritratti hanno un humor positivo, trasmettono messaggi di rispetto, accettazione e dialogo tra le culture. Molte immagini si trovano in una intervista di Rica Cerbano per Vogue Italia.

Alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, è stata esposta la prima retrospettiva francese dell’artista anglo-marocchino Hassan Hajjaj, “l’Andy Warhol di Marrakech”. Le sue opere ripercorrono diversi anni di lavoro dell’artista tra serie fotografiche, video, elementi di decorazione. Una gioia per gli occhi, per la mente vedere lo slide show.

Tuttavia la ricerca di fotografi marocchini o comunque islamici non è facile, vuoi perché i motori di ricerca sono etnocentrici, vuoi perché è una fotografia spesso diversa, dettata anche da regole, più o meno osservate in vari diversi paesi islamici, che proibiscono la rappresentazione in ritratti.

 

Qalam Nabi carrying his box camera and tripod. Afghan Box Camera Project. Courtesy of the Afghan Box Camera Project.

 

Eppure la fotografia nei paesi musulmani  è stata accolta con interesse sin dai suoi esordi. In un interessante video si vede come opera Qalam Nabi, street photographer con la kamra-e-faoree, (macchina fotografica istantanea), utilizzata per preservare i ricordi in Afghanistan per generazioni.

La fotografia “minutera” fa parte della storia afghana, pur essendo stata brevemente bandita dai talebani. Viene praticata con una fotocamera detta afghana per il suo metodo di messa a fuoco attuato con lo spostamento del piano di messa a fuoco, ove nelle fotocamere minutere occidentali si usa l’allungamento del soffietto.

 

 

Si potrebbe obiettare che il Marocco e alcuni altri paesi islamici sono isole felici, che talebani e altre “sette assassine” rappresentano il vero volto dell’islam da combattere assolutamente. Sulla setta degli assassini sono stati realizzati libri e videogiochi che pare piacciano non poco.

In realtà dietro la setta degli assassini c’è una storia complessa e interessante, cominciata intorni all’anno mille, approfondita in vari libri. Tra i quali “L’ordine degli Assassini” di Marshall G.S. Hodgson.

“Gli «Assassini» sono noti come una cerchia di fanatici sicari musulmani, responsabili di un numero enorme di delitti efferati e di azioni suicide, che compivano nella convinzione di guadagnarsi cosi il Paradiso – questo almeno era quanto credevano dopo essersi storditi con l’hashish (donde il loro nome arabo Hašīšiyyūn, «assassini»). Sin qui la leggenda. Ma la vera storia dei Nizariti (questo il nome della setta) è ben più affascinante.

Nati nel 1094 da uno scisma interno all’Ismailismo, a sua volta un ramo dello sciismo, i Nizariti conquistarono in breve tempo una serie di fortezze tra la Siria, l’Iraq e l’Iran e vi si asserragliarono. Da lì lanciarono una sfida all’intero mondo islamico, che li considerava temibili eretici, e per quasi due secoli seppero tenergli testa sia militarmente sia culturalmente, elaborando una versione dell’assetto sociale, politico e religioso dell’Islam radicalmente alternativa a quella sunnita che si andava allora affermando. E il coronamento di questa visione fu, nel 1164, la proclamazione della Qiyāma o «Resurrezione», cioè l’abrogazione dei vincoli della šarī’a, la legge religiosa, e l’istituzione del Paradiso in terra con la rinascita dei fedeli nizariti a una vita spirituale immortale.”

 

© Lia Alessandrini

 

Ci sono  complicate verità storiche dietro l’Ordine degli assassini, non rappresentano affatto l’Islam.

Zarifa Ghafari non ha ancora trent’anni, ha già ha dato parecchio filo da torcere ai talebani. Nasce il 25 settembre 1994 a Paktia in Afghanistan: quando deve andare a scuola, i talebani vietano l’istruzione alle bambine. Lei, però, è determinata: vuole studiare. Più avanti, fa infuriare gli estremisti fondando l’emittente radiofonica Peghla, «Ragazza». A soli 26 anni, riesce a diventare la più giovane sindaca dell’Afghanistan, nella città di Maidan Shahr: la sua nomina genera violente proteste, culminate, durante il suo mandato, in tre tentativi di omicidio. In tutta la faccenda  attualmente ha non poca rilevanza il narcotraffico.

Molti analisti si spingono a dire che – dopo il pieno potere assunto dai Talebani – L’Afghanistan è un Narco-Stato anche di diritto. Il narcotraffico, ovviamente verso paesi per lo più non islamici, è servito anche comperare armi, vendute da paesi occidentali.

Ho notato che la concezione di tempo e spazio in Marocco ed in altre civiltà è assai diversa dalla nostra, mi sono chiesto se anche il consumo di droghe abbia influenza su queste percezioni. A pensarci droghe da loro, bevande alcoliche e droghe da noi servono a prendersi una parentesi dallo spazio/tempo quotidiano e contingente. Forse è insito in tutte le culture e a qualsiasi età il desiderio di tale fuga. Penso all’andare sull’altalena o al girotondo. “Giro, giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!…

Indubbiamente una certa cultura ed estetica della nostra società sembra avere molto appeal ed essere vincente anche altrove.

 

Mosca. 31 gennaio 1990

 

Il 31 gennaio del 1990 30mila cittadini  sovietici aspettarono  in coda oltre tre ore per entrare nel primo McDonald’s che apriva nella centralissima piazza Pushkin di Mosca. “Se non puoi andare in America, vieni al McDonald’s a Mosca”, recitava uno slogan andato in onda oltre trent’anni fa sulla tv di Stato in Unione Sovietica.

La guerra con l’Ucraina ha causato la vendita di tutti i punti Mc Donalds. Le influencer russe sono in crisi dopo l’oscuramento di Instagram. La 36enne Olga Buzova, un personaggio televisivo da 23 milioni di follower, ha salutato in lacrime i suoi follower: “Non voglio perdervi”.

 

L’influencer russa Olga Buzova in lacrime nel suo ultimo video pubblicato su Instagram prima che la Russia vietasse il social network

 

Però sinora ho considerato solo alcune macro-aree culturali, il discorso è ben più ampio. Entrando più nel dettaglio, pensando ad aree geografiche che in Italia ci sono vicinissime, Ernesto De Martino (Napoli, 1º dicembre 1908 – Roma, 9 maggio 1965) ha svolto approfonditi  studi di etno-antropologia culturale.

Il concetto di folklore, come concezione del mondo regressiva, ma anche di positiva creatività delle classi subalterne in opposizione alla cultura dotta delle élite dirigenti, fu oggetto di riflessione di de Martino a partire dal 1949, con il saggio “Intorno ad una storia del mondo popolare subalterno”.

 

The Afghan Box Camera Project by Lukas Birk & Sean Foley

 

Nel 1971 uscì un  manuale di demo-antropologia scritto da Alberto Mario Cirese ed edito da Palumbo. “Cultura egemonica e culture subalterne”. Rassegna degli studi sul mondo popolare tradizionale. Tali studi sin dagli esordi di De Martino vennero confortati da documentazioni fotografiche e film.

Dalla metà degli anni 50 sino alla metà degli anni 80’ circa l’interesse per manifestazioni di “cultura subalterna” si diffuse in tutto il mondo occidentale, anche a livello di massa. Fu quello che venne chiamato Folk revival. Non a caso Henry Cartier Bresson andò a fotografare a Scanno e fu inviato da Vogue in Sardegna. Mi piacerebbe dedicare a questo fenomeno culturale un articolo specifico, se riesco a trovare fonti attendibili.

Il che non è del tutto facile. Sta di fatto che si iniziò ad attribuire universalmente alla cultura popolare un valore analogo a quella ufficiale, egemone, delle classi superiori e dirigenti. Le cosi dette “culture altre” si tramandano da secoli per lo più per trasmissione orale, non scritta. Ciò avviene per la musica, per i balli, per la cucina, per le fiabe, per l’agricoltura, per la  medicina. Le culture “altre” non sono solite auto-rappresentarsi, quindi in genere non si trovano fotografie di contadini nei campi o in feste, o in processioni e cerimonie religiose, scattate da persone appartenenti a quelle stesse culture. Anche per limiti diciamo così tecnologici.

 

© Giorgio Rossi

 

Certo moltissimo è stato fotografato in passato da studiosi e viene tutt’ora fotografato da appassionati. A meno di non essere molto autoreferenziali è difficile oggi credere di stare scoprendo qualcosa di nuovo. Tutto sommato anche il solo interesse personale, senza pensare di stare svolgendo un reportage antopologico, è assai importante.

Cerchiamo di farlo pensando che la nostra cultura la dobbiamo mettere quanto possibile da parte e considerare la cultura altra almeno paritetica. Dopotutto queste culture altre ci accolgono col sorriso, curiose di noi come siamo curiosi noi di loro.

 

© Giorgio Rossi

 

Cerchiamo da parte nostra che sia un incontro, non uno scontro gestito e diretto dai nostri pregiudizi. Certo è che avvengono contaminazioni, possono essere rischiose per le popolazioni che andiamo a visitare. D’altra parte ogni manifestazione folklorica ha bisogno della nostra attenzione, per non essere emarginata o forse addirittura morire.

Alla fine siamo noi a tramandarne i valori, cerchiamo  di tramandarli per come sono senza falsarli con una  nostra interpretazione di parte. Può essere, credo che a volte avvenga,  che in tutto ciò abbia luogo un sottile gioco delle parti. Nel senso che gli “autoctoni” che andiamo a visitare, in qualche lontano paese estero o in qualche sperduto paese italiano, spesso ormai sanno quello che ci piace trovare e fanno di tutto per farcelo trovare.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Giorgio Rossi

 

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