Come organizzare e come partecipare a una collettiva fotografica a tema.

Leggiamo la parola tema, e siamo subito catapultati indietro nel tempo, in quegli anni lontani nei quali abbiamo dovuto affrontare il tema per antonomasia, la prima prova, quella più importante, da superare per riuscire a passare l’esame di maturità. Orribilmente il tema d’italiano ci ha messo alla prova in un giugno più o meno lontano, quando il cervello era intriso di umido caldo, la voglia di vacanze e mare enorme.

Unica certezza del momento era che improvvisamente di tutte le nozioni e conoscenze “apprese”, mandate a memoria in vari anni, e ripetute faticosamente nei giorni prima dell’esame, improvvisamente non ricordavamo più nulla. Eccoci sul banco di scuola, da soli, a leggere la traccia del tema e a domandarci quale mente perversa l’avesse partorita. Già nel linguaggio autorevole, aulico, involuto, contorto, ci sembrava evidente l’intento di mandarci in bambolo, non farci capire nulla.

 

© Aldo Larosa

 

Organizzare una collettiva fotografica a tema ha qualcosa di simile a dover proporre la traccia di un tema di maturità. Una differenza importante è che in ambito scolastico chi elabora la traccia poi la butta lì, il suo compito è esaurito, l’alunno si dovrà arrangiare da solo. In ambito fotografico invece a chi organizza la collettiva spetta il compito di guidare i partecipanti, spesso eterogenei come esperienze e capacità, ad un risultato che dovrà essere non solo essere attinente al tema ma venire esposto, osservato e valutato da chi visiterà l’esposizione.

 

 

Una collettiva è un lavoro di gruppo, una sorta di opera corale. Importante è la singola foto, ma assai più importante è che l’insieme di tutte le espressioni fotografiche, magari dissonanti tra loro, restituisca un qualcosa di unitario, possa veicolare un “messaggio”. Insomma è un poco come comporre uno spartito musicale, la singola nota disegnata sul pentagramma sembra una mosca, carina ma non dice molto. Poi se l’insieme viene finalmente eseguito ne esce finalmente una musica, auspicabilmente piacevole.

 

 

Il titolo del tema ha un’importanza notevole, è come il titolo di un articolo che verrà pubblicato su un giornale. Deve attrarre, altrimenti il lettore non si soffermerà a leggere.

Per la recente organizzazione di una collettiva, insieme a amici, abbiamo partorito perversamente un titolo sfizioso: La Finestra sul Cortile.

La collettiva è in corso di realizzazione, verrà esposta al Semplicemente Fotografare Alive! a Dozza, dal 22 al 25 luglio 2012.

 

 

Il titolo rimanda ovviamente al celebre film di Alfred Hitchcock, interpretato da James Steward e Grace Kelly.

Perché abbiamo scelto questo titolo?

A proposito del film Pino Farinotti, critico cinematografico ha scritto: “Si tratta di un film corale, in cui diverse storie minori procedono parallelamente per interagire, alla conclusione, con la trama principale”.

 

© Maurizio Cassese

 

È più o meno quello che cercavamo, i fotografi collaborano con il loro modo di vedere, di interpretare, proponendo una loro piccola storia riassunta in una immagine che andrà a comporre come in un puzzle, una visione più generale.

Noel Simsolo a proposito scrisse: “Rear Window è una riflessione sul cinema, sullo spettatore, sulla vita”

Veniamo alla traccia:

“Un fotoreporter di successo, L.B. “Jeff” Jeffries, è costretto su una sedia a rotelle da quasi 2 mesi a causa di una frattura alla gamba sinistra.

Annoiato per la forzata e lunga inattività, Jeff inizia a osservare i suoi vicini di casa, servendosi di un binocolo e della propria macchina fotografica con teleobiettivo. A causa dell’afa persistente gli abitanti del quartiere tengono le finestre spalancate giorno e notte e ciò permette a Jeff di guardare ciò che succede all’interno dei loro appartamenti.” (Cit. Wikipedia)

Siamo tutti fotoreporter e siamo stati tutti per lungo tempo come Jeff. Ora ci riaccostiamo alla vita, con prudenza, osservandola un poco alla lontana, mentre scorre, la riscopriamo, assaporandola con un po’ di timidezza.

Il teleobiettivo non è indispensabile,fare gli spioni è reato…

è desiderabile invece respirare profondo e centrare il tema.

 

Facebook è una piattaforma estremamente interattiva, si presta bene a quel dialogo necessario per arrivare alla realizzazione della collettiva. Hanno partecipato 50 fotografi.

Ovviamente un fotografo se partecipa ad una collettiva deve sottostare ad una autorevolezza di chi la organizza e la guida, altrimenti tutti partono per la tangente e il tema proposto non approda da nessuna parte.

 

 

Già qualche minuto dopo aver proposto e spiegato il tema a chi partecipa vengono postate le prime foto.

Ansia di prestazione che ha spesso esito pessimo. frequentemente il fotografo, partecipando a una collettiva, la prima cosa che fa è rovistare nel suo archivio.

Raramente un fotografo si mette davvero in gioco, ha una foto bella?

La tira fuori e cerca magari a parole di adattarla al tema, oppure la butta li tout court senza alcun commento.

 

© Luigi Conte

 

Forse in questo caso bisogna tenere a mente la distinzione tra foto bella e foto buona, scaturita da un dialogo tra Berengo Gardin e Ugo Mulas. Una foto può essere bella ma non adatta, poco funzionale al tema e di conseguenza non buona. Tuttavia anche le foto postate fuori tema possono essere utili, se commentate guidano il gruppo a comprendere meglio il tema.

Poi c’è chi non posta foto subito ma espone la sua situazione, chiede consiglio: “Vivo a piano terra, davanti a me non c’è alcun cortile, non ho il tele-obbiettivo del film come faccio a fare la foto?”

Quindi è stato necessario spiegare ulteriormente il tema:

“La finestra sul cortile” è una sorta di metafora, ci si può anche vedere il mito della caverna.

Cosa è una metafora? è una cosa che vuol dire anche e sopratutto altro.

Nell’idea dovrebbe essere una foto che indichi il desiderio di riappropriarsi della vita, sia pure con un poco di timidezza o apprensione, ma comunque una foto positiva, empatica.

Vorremmo che suggerisse la VITA o comunque un qualcosa di curioso o piacevole.

Come avrete spesso letto da una qualche parte una fotografia non è solo la duplicazione del reale, ne è la rappresentazione dal punto di vista del fotografo.

Quindi può anche essere metaforica, esattamente come il titolo.

Concentrarsi sul tema, non fermarsi al titolo ma leggere con attenzione le linee guida che spiegano il significato del titolo, esattamente come ci si concentrava a scuola.

Se avessimo voluto fare una esposizione di infissi e finestre chiuse, avremmo intitolato la collettiva:”Infissi e finestre chiuse”.

 

 

© Corine Veysselier

 

Questo è un altro punto importantissimo e qui si vede la differenza tra chi con la sua fotografia tende a documentare pedissequamente e chi invece a rappresentare.

All’inizio io e gli altri organizzatori della collettiva ci siamo trovati sommersi da foto scattate da balconi e finestre, che però non dicevano granché.

Così Renato Greco ha spiegato ulteriormente:

“io penso che la “finestra” vada intesa anche come un raggio d’azione limitato del nostro vedere, voglio dire che posso fotografare qualcosa che penso interessante a questo tipo di racconto anche a 2km da casa mia, le piccole/grandi cose che ci succedono intorno, che prima erano routine e poi si sono interrotte facendosi notare per la loro mancanza, per poi ricominciare timidamente, magari in un altro modo.

Ma anche scoperte che se non avessimo dovuto guardarci intorno per forza di cose non avremmo mai fatto. Insomma piccole storie in uno scatto, nel raggio d’azione dei nostri luoghi.”

 

 

© Bruno Panieri

 

Un cosa difficile da accettare da parte di un fotografo nel partecipare ad una collettiva e il rinunciare almeno parzialmente alla suo essere “autoriale”. In una collettiva non serve che un autore stupisca con “fuochi d’artificio e effetti speciali”, non deve essere lui a essere in primo piano, farsi notare. Quello che conta è che il tema di una collettiva venga sviluppato, sia pure seguendo linee diverse ma che si completino e siano complementari per dare all’insieme una visione corale di lettura e interpretazione, a 360 gradi.

 

 

La partecipazione a collettive è anche utile e propedeutica per chi voglia continuare ad approfondire e migliorare le sue capacità, che intenda rimanere fotoamatore o diventare professionista è indifferente.

Spesso il “fallimento” di un professionista deriva dal non aver rispettato il tema, le richieste di una committenza. Facile dire che è il committente a non capire nulla, a non aver colto la somma “artisticità” del fotografo. Può non aver capito nulla ma è il committente a pagare.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

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