Jpeg o Raw, this is the question!

Nei social non c’è nulla di più adatto di un sano dibattito Jpeg versus Raw per accendere gli animi e generare una interminabile cascata di interventi, spesso dopo un poco diventano ripetitivi, si procede circolarmente ogni fazione ripete i suoi pro, i suoi contro, proverò a cercare nuovi spunti per vedere se tale dibattito è suscettibile di un qualche approfondimento. Prima però desidero inoltrami in qualche considerazione attigua e parallela. Da alcuni anni, da quando si sono diffusi social blog e siti inerenti la fotografia si sono venute a creare praticamente situazioni opposte. Da un lato la fotografia è diventata liquida, immateriale. Immagini postate godibili solo a monitor, che dopo un poco sprofondano, sommerse da altre immagini.

 

In contrapposizione c’è quella che molti ritengono l’unica vera fotografia possibile. Analogica, prodotta da pellicola sviluppata con tutti i sacri crisi, stampata su carta ai sali d’argento, si può toccare, annusare godere con tutti i sensi non solo con la vista.

Data la crisi dell’editoria si pensa in genere assai poco al fatto che per anni la stampa tipografica è stata l’unica possibilità di diffondere la fotografia, su quotidiani, periodici, libri. Reportage, documentazione, nudo artistico, moda, fotografia umanistica, straight photography ecc. La storia della fotografia l’informazione visiva, l’abbiamo conosciute e avute attraverso pubblicazioni tipografiche, non in esposizioni.

Nel marzo del 1880 fu pubblicata la prima foto stampata a retino, una tappa fondamentale per lo sviluppo del foto-giornalismo, da quel momento iniziò a cambiare il modo di utilizzare e diffondere immagini fotografiche per gli scopi più diversi. I retini sono tutt’ora impiegati per stampare tipograficamente sia fotografie in B/N che a colori con le metodologie della rotocalcografia. https://it.wikipedia.org/wiki/Rotocalcografia

 

 

Fu per molti anni un procedimento lungo, fotografico, attuato attraverso proiezione del negativo e passaggi su pellicole fotomeccaniche con interposizione del retino sino ad ottenere la matrice per stampare. Nel 1957 un team diretto da Russell A. Kirsch produsse il primo scanner a tamburo.

Il prezzo è esorbitante ma gli scanner a tamburo sono quelli che tutt’ora offrono la qualità migliore e l’unica adatta alla stampa tipografica.

In fondo come fotografo non era mio compito essere edotto di queste cose, a me spettava solo il fornire una stampa in B/N o una diapositiva esposta correttamente e atta a venire acquisita dallo scanner. Il selezionatore mi restituiva stampe sgualcite e impiastrate, di peggio succedeva alle diapositive che il più delle volte mi venivano restituite praticamente irrecuperabili, incollate una sull’altra dal liquido per farle aderire al tamburo ruotante dello scanner. Ma tant’è mi bastava che il mio lavoro venisse pagato. Quello che voglio sottolineare è che da oltre 40 anni tutte le fotografie pubblicate su libri o riviste sono passate attraverso scanner e retinate. Insomma solo la fotografia prodotta interamente analogicamente e chimicamente è vera fotografia. Anche le cosi dette stampe Fine Art se pur di ottima qualità sono simil-fotografiche, non fotografiche.

Non ci può essere diffusione della fotografia e derivante cultura se non attraverso la digitalizzazione, facciamocene una ragione.

 

 

Solo un procedimento del tutto analogico dalla pellicola alla stampa può dare un risultato veramente fotografico, al prezzo tuttavia di vedere necessariamente limitata la diffusione dell’immagine ottenuta. Ovvio anche che non tutti i fotografi professionisti riuscirebbero a vendere la loro produzione in modo sufficiente per potere vivere della loro arte. Del resto la fotografia ha sempre avuto una doppia valenza. Da un lato può essere opera unica, dall’altro può essere riprodotta in innumerevoli copie, sta a noi scegliere la nostra strada. Computer e visualizzazione a monitor moltiplicano all’infinito e a costo zero la possibilità di diffondere le nostre immagini, e anche la possibilità che ci vengano rubate senza venire retribuite. Ma son cose che si sanno.

Più raramente invece si pensa al processo per intero, compresi strumenti di output. In fondo un buon monitor essendo retroilluminato è quello che permette la migliore visualizzazione della gamma dinamica, delle più tenui sfumature dei passaggi tonali, ma consente una minore risoluzione dei particolari fini. Per la stampa su carta, qualsiasi metodo si usi, entra in gioco la limitata possibilità degli inchiostri e del supporto di rendere tale gamma dinamica. Ed è a questo punto che entra in gioco la diatriba jpeg/raw qual’è meglio? qual’è più professionale?

 

© Giorgio Rossi. Pattern

 

Vale davvero la pena di raggiungere risoluzione e gamma amplissima di passaggi tonali, se poi non possono essere adeguatamente riprodotte in stampa? Certo nulla vieta al fotografo di passare ore a cercare di spremere un raw elaborandolo nei più sofisticati modi, ma è quello il compito del fotografo? È davvero più professionale lavorare in raw? C’è qualcuno che abbia fatto paragoni scientifici e completi a partire dal momento dello scatto sino a finire alla stampa e abbia poi deciso che è veramente necessario lavorare in raw? Ha messo in conto anche il tempo speso davanti al monitor? Riesce a farselo pagare?

Metti che uno parta per un reportage in terre lontane e difficoltose, torna con una decina di schede SD piene di raw… quanto ci metterà a produrre dei jpeg decenti da vendere? Eh si perché in genere chi compera uno scatto compera un jpeg non un raw.

 

© Giorgio Rossi. Ponte a Secchiano

 

Se si scatta in modo decente, esponendo correttamente, sfruttando al meglio le possibilità delle nostre fotocamere ne usciranno direttamente jpeg decenti, più che sufficienti per le attuali esigenze di stampa tipografica. Magari l’arte sta altrove ma magari anche non si campa di arte. Oh sono più o meno cose che affermava Ken Rockwell, un noto santone , qualche anno addietro, nel 2009.

Diceva tra l’altro che non è detto che un raw prodotto oggi da una attuale fotocamera sia ancora leggibile e demoisaicizzabile tra qualche anno. Sono i produttori di fotocamere a fornire il software per decodificare le immagini prodotte dalle loro fotocamere. Si tratta di un software proprietario che viene ceduto in uso ai produttori dei vari Lightroom , Capture One , ecc. Perché questi ultimi dovrebbero continuare a fornirli in successive edizioni del loro programma quando una fotocamera è uscita di produzione?

L’unica eccezione in tal senso è il software di demosaicizzazione libero Dcraw prodotto da Dave Coffin: “So here is my mission: Write and maintain an ANSI C program that decodes any raw image from any digital camera on any computer running any operating system.”

 

© Giorgio Rossi. In-a-SHANGRILA

 

 

In passato, in era analogica, molti fotografi professionisti non hanno avuto alcuna voce in capitolo sul come venivano impaginate le loro fotografie in riviste e giornali né sulla tecnica di sviluppo e stampa degli originali. Non ne avrebbero avuto neanche il tempo, il loro compito era altro. Probabilmente non ne avrebbero avuta nemmeno le capacità. Ovviamente erano tecnicamente capaci di produrre scatti idonei alla stampa e significativi nel contenuto delle inquadrature, in quello che dovevano raccontare o documentare.

 

© Giorgio Rossi. Covid

 

Attualmente, in era digitale, con la crisi dell’editoria in corso, molti fotografi professionisti hanno spesso sufficiente tempo da dedicare allo sviluppo dei raw. Si può anche procedere abbastanza rapidamente usando dei preset customizzati per ripetere sempre gli stessi interventi su ogni raw. Dopo tutto tecnica e contenuti sono sempre connessi, l’estetica può anche conferire una sorta di “marchio autoriale”, ma non dovrebbe essere fine a se stessa. Un raw è estremamente duttile, adattabile nei limiti della dignità e ragionevolezza, permette di ricuperare sbagli di esposizione anche notevoli.

 

© Giorgio Rossi. Due rette parallele si ncontrano all’infinito

 

A volte mi chiedo che senso abbia spendere tanto in una fotocamera da xmila megapixel, con obiettivi che costano un botto, per poi ridurre il tutto a una poltiglia e la gamma tonale a una esile manciata di scalini tra il nero chiuso e i bianchi bruciati. Ma a ognuno i suoi gusti.

Personalmente scatto sempre in jpeg, qui Fuji xe2, obiettivo 16-50 3.5/5,6. Post-produzione minimale in Gimp, tendente a un look in generale un poco vintage. Ritengo i risultati soddisfacenti anche in stampa, più che commisurati all’uso assai limitato che faccio attualmente delle mie fotografie.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

 

 

One Comment

  1. Marco Tului

    Condivido perfettamente! Specialmente se si usano fotocamere Fujifilm, che consentono di ottenere dei jpeg ottimi se non eccezzionali (sfruttando le simulazioni pellicola Fujifilm e le loro grandi possibilita’ di personalizzazione), l’uso del Raw secondo me e’ piu’ per fini di backup o nei rari casi in cui si debba correggere un’esposizione sbagliata! Scattando prevalentemente in jpeg non solo si risparmia molto piu’ tempo (che passare ore intere a sistemare invece i Raw in post-produzione), ma ci si concentra piu’ sull’atto di “fotografare” bene (come una volta era colla pellicola analogica), e si fruisce meglio di questa bellissima passione che e’ la fotografia, sia per se’ (potendo fruire subito degli scatti) che per i propri cari e amici a cui si voglia condividere una foto (penso a foto di viaggi etc. ad es.)!

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