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In viaqggio con Vittorio Storaro… va a 4K

Beh in effetti io guidavo a 120 mentre ascoltavo alla radio Hollywood party, celebre trasmissione sul cinema e il suo mondo.

Domanda: “Lei Storaro è per il tradizionale analogico o per il digitale?”

Risposta: “Ho convinto Woody Allen a passare al 4K, un mondo affascinante, sono un curioso, mi è sempre piaciuto sperimentare. Le tecnologie di oggi, non solo in ripresa, ma anche in illuminotecnica aprono nuove strade, nuove possibilità espressive, è bellissimo far vedere tutti questi milioni di colori su uno schermo”.

Già, spesso ci si ferma alla diatriba analogico versus digitale… il 4K: i display a 8 bit possono rendere 16,7 milioni di colori, un pannello a 10 bit permette di riprodurre ben 1 miliardo di colori. E si può andare oltre, arrivare ai 12 bit. Ma che senso ha se l’occhio umano sa distinguere solo circa 10 milioni di colori?

“Un pannello a 10 o 12 bit fa compiere un netto balzo in avanti in termini di qualità dell’immagine e di “aderenza al reale” rispetto a un tradizionale pannello a 8 bit. L’errore che viene commesso nel valutare tecnologie come quelle che stanno dando la spinta al mercato dei TV Ultra HD è il non considerare la versione tridimensionale dello spazio colore ignorando l’importanza fondamentale della luminosità e dell’intervallo dinamico.

 

© G: Rossi

Storaro è affascinato da tutto ciò, lamenta il fatto che la qualità possibile ad alti Iso porti spesso al fare uso solo della sola luce ambiente. Alla fine si è pigri, ci si limita a ciò che si ha facilmente a disposizione. Scrivere con la luce vuol dire anche crearla questa luce, e non bastano i software per crearla, ci vogliono strumenti di illuminazione… mentre esco e entro da gallerie, il segnale viene interrotto, la mia mente vaga indietro nel tempo. Torna a quando si lavorava solo a pellicola, per lo più diapositiva, e di luce ce ne voleva tanta per fare diapositive a 50 o 160 Asa tungsteno.

Sì però era necessario avere uno studio predisposto, se in una casa accendevi più di 1000W saltava la corrente…

© G: Rossi

 

Quindi era necessario usare i flash, ma anche quelli se assorbivano molta corrente non si potevano adottare ovunque. Il limite era intorno ai 500w/s, che se usati in un grande ambiente illuminando con un ombrello riflettente, decadevano in un attimo, e costringevano ad aggiungere un flash lì dove la luce iniziava a diminuire….

Ma dovevi rendere credibile l’illuminazione nascondendo il secondo flash per non inquadrare la “flashata”.

Così mi ritrovavo a volte a usare tre piccoli flash da studio portatili, con una esile luce pilota, e tre metz a torcia senza luce pilota, mescolando l’illuminazione ambientale della location con quella fornita in supporto dai flash, filtrando questi ultimi, sempre per colpa di quella maledetta pellicola che non aveva una sensibilità adeguata. Questo nella fotografia di interni. Anche nella fotografia di matrimoni che oggi si chiama “wedding”, usare i flash era obbligatorio, non ne bastava uno, occorreva avere un aiutante, un complice che recepisse all’istante quello che il fotografo gli diceva con un gesto, e “offrisse la luce”, posizionandosi col flash provvisto di fotocellula nella posizione più opportuna.

© G: Rossi

 

Oggi tutto è più semplice, si lavora da soli, ad alti Iso con la sola luce ambiente. Certo il risultato è a volte anche assai buono , molto naturale, ma si sfrutta la luce che c’è, non si “crea” una luce. Viene meno una delle possibilità del fotografo, non se ne ha conoscenza per poterla sfruttare. 
Certo il mondo del cinema è in parte diverso, ha a disposizione budget quasi illimitati, stellari rispetto a quanto si può permettere un fotografo. Senza contare che il più delle volte lo scopo finale della “fotografia pura” è quello di riprodurre un soggetto in B/N o a colori, stampandolo su carta, a volte inventandosi la luce in photoshop….

O meglio credendo che si possa con qualche cursore inventare una luce che non c’è, che non è stata creata in ripresa. Solo alcuni fotografi si avventurano ad acquistare un set di luci con accessori vari.

Per lo più per ritratti a studio e “glamour”, che è una parola strana che definisce quello che vorremmo nudo ma spesso nudo non è. Ci sono degli schemi di illuminazione, si possono trovare ovunque cercando un poco con Google. Luce principale (di solito un poco in alto a sinistra, a simboleggiare la luce del sole). Luce di schiarita delle ombre (a destra), luce sullo sfondo, per creare un leggero controluce o staccare il soggetto dallo sfondo.

Tutto qui. Sembrano schemi scolpiti nel marmo. Si viene presi da onnipotenza, certo fa figo assai con una modella avere tre flash da studio a disposizione, ma si finisce ahimè spesso impiccandosi da soli, nel tentativo di equilibrare bene le tre luci. Un piccolo consiglio. Imparate a usare una luce alla volta, poi quando sapete padroneggiarla se è il caso imparate a usarne un’altra, e magari un’altra ancora.

Le fotografie a corredo di questo articolo sono state realizzate con una economica lampada a faretto di Ikea, una sola fonte di luce e un poco di luce ambiente, null’altro, semplicissimo. 
Uscendo dalla galleria torna la voce di Storaro: “scrivere con la luce non è questione solo di tecnica, si deve creare una luce ambientale che comunichi delle emozioni”.

Ecco è un punto fondamentale. Storaro ha scritto vari libri, interessantissimi, si possono trovare nelle librerie o su Amazon.

“Scrivere con la Luce”, afferma, “non è soltanto una collana di libri, ma un progetto di vita. La definirei l’enciclopedia di un visionario, di un ricercatore, di chi ha studiato quanto filosofi, scienziati, pittori, artisti di tutto il mondo hanno speso in ricerca intorno al mistero della visione.

Ogni libro è un insieme di pensieri filosofici, scritti, dipinti e immagini fotografiche in doppia esposizione, frutto di cinquant’anni da autodidatta e da professionista. In pratica: da eterno studente”.

 

© G: Rossi

 

 

https://www.semplicementefotografare.com/live-2019

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