Sicuramente molti di voi avranno letto che Henri Cartier Bresson fu molto colpito dalla lettura di “Lo Zen e il tiro con l’arco”, avuto in regalo da Braque, tanto da considerarlo come “un manuale di fotografia”. Del resto, credeva, con Breton, nell’hasard objectif: “Non si deve riflettere”, diceva. “Lo sforzo cerebrale è molto pericoloso per una fotografia.” Penso che pochi siano andati oltre, per cercare di comprendere cosa volesse dire.
Il tocco sapiente del Maestro aiuterà Herrigel a scrollarsi tutto di dosso, a restare “vuoto” per accogliere, quasi senza accorgersene, l’unico gesto giusto, che fa centro, quello di cui gli arcieri Zen dicono: “Un colpo, una vita”. In un tale colpo, arco, freccia, bersaglio e Io si intrecciano in modo che non è possibile separarli.

Indubbiamente è spiazzante. Sicuramente molti di voi hanno letto o insegnato cose tipo “fotografia consapevole, consapevolezza nel fotografare”. HCB viene a dire l’esatto contrario, ma dai è assurdo! Voleva dire scattare a casaccio? Il pensare a quello che si sta facendo fa male?
No, non è esattamente così, ogni aforisma pronunciato da un celebre fotografo può avere una sua importanza, ma deve essere compreso, decriptato. Tanto più se fa riferimento alla filosofia. Anche in relazione al periodo storico in cui l’autore visse e fotografò.
Non bisogna leggerlo con la lente d’ingrandimento, puntando solo a quanto scrisse HCB. È necessario adottare un obiettivo grandangolare, è un confronto tra mentalità occidentale ed orientale.

Quanto mai utile oggi in cui ogni equilibrio geopolitico sta cambiando e spesso giudichiamo la Cina partendo dai nostri pregiudizi senza saperne assolutamente nulla. Andiamo al ristorante cinese e per lo più ci piace, ci viene istintivo di parlare a voce bassa, non urliamo dall’altra parte della sala al cameriere di portarci un’altra birra, come facciamo in pizzeria.
Siamo curiosi dei cibi “strani” proposti ma non sappiamo nulla di Yin e Yang che anche nel cibo sono importanti. Del resto quella che ci viene proposta nei ristoranti è per lo più una cucina cinese adattata ai nostri gusti europei, omologata tra nord e sud della Cina, tanto non coglieremmo le differenze. Che ovviamente esistono anche da noi, la cucina italiana non esiste, esiste la cucina regionale, con scuole di religione diverse di città a città, paese a paese, come avviene per la piadina romagnola. A Venezia nei menù dei ristoranti compare “spaghetti bolognese” Brrrr!
Il cameriere al ristorante cinese sorride, sorride sempre, è discreto, non orripila in modo evidente quando scegliamo accostamenti di piatti assurdi per la loro concezione filosofico/culturale. Così come il cameriere in un ristorante di cucina romanesca a Roma non si scompone se un turista ordina una carbonara e un cappuccino.

Del resto la curiosità è anche reciproca, in Cina e a Taiwan conoscono pochissimo i formaggi a base di latte animale, non sono nella loro cultura gastronomica. Però li apprezzano sempre più, attualmente il pecorino romano DOP si trova a Taiwan in molte importanti catene alimentari. Non si tratta solo di curiosità, di consumismo e omologazione culturale, si tratta anche di necessità di avere a disposizione alimenti diversi, sfruttando possibilità locali che sino ad ora erano sconosciute.
Il sogno di Ouyang Yuancheng, cinese in Cina è produrre parmigiano, made in China, ma rispettando la tradizione italiana. Intanto, dal 2007 continua a perfezionare le sue specialità: caciotte e mozzarelle di bufala. Magari in futuro esporteranno parmigiano cinese in Italia. D’altronde l’olio d’oliva prodotto in Marocco viene esportato in tutto il mondo e potrebbe dare fastidi economici ai produttori italiani che di conseguenza lo denigrano anche se è ottimo. Non è un novità, Volubilis, in Marocco, visse il suo apogeo nel II e III secolo d.c. grazie al commercio dell’olio, una casa su quattro infatti era dotata di un frantoio per le olive.
Aforisma Zen: “Sei cielo. Non annebbiarti”.
Aforisma napoletano: “Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, scurdàmmoce ‘o passato”

Il buddismo zen, scrisse Herrigel, “non vuole essere speculazione, ma diretta esperienza di ciò che, in quanto fondo senza fondo dell’essere, non può essere concepito intellettualmente, anzi non può essere affermato e spiegato neppure dopo che se ne è fatto esperienza, per quanto precisa e inoppugnabile: lo si conosce non conoscendolo.
Per amore di queste esperienze decisive il buddismo zen segue vie che per mezzo di una meditazione praticata metodicamente devono condurre a scoprire nel più profondo dell’anima quell’indicibile senza fondo né forma, anzi divenire tutt’uno con esso.”
Sempre più complesso, indigeribile! Cos’è nella pratica zen il tiro con l’arco? Come agiscono gli arcieri zen? Dicono che un bravo arciere zen riesca a colpire il centro del bersaglio anche ad occhi chiusi, possibile?
Molto sinteticamente AI: L’arciere Zen agisce trascendendo la tecnica e la dualità soggetto-oggetto, diventando un tutt’uno con l’arco, la freccia e il bersaglio. Non mira intenzionalmente al centro, ma scocca in uno stato di “vuoto” e distacco, lasciando che il tiro avvenga spontaneamente come espressione del proprio sé interiore, spesso descritto come “l’arte senza arte”.

Mi è capitato in passato di praticare un poco il tiro con l’arco, in questo video l’arciere, istruttore di istruttori e filosofo, Ferruccio Berti dice cose assai importanti tra le quali: non esiste la mira per collimazione. Non esiste nemmeno nella pallacanestro né in altri sport.
Nell’arco il tiro è “propriocettivo”, consiste in esercizi mirati a migliorare la percezione del corpo, l’equilibrio e la stabilità del tronco per aumentare precisione e controllo. La mira è un processo esclusivamente mentale il controllo è subconscio, non si mira con gli occhi ma con la mente. Del resto non si può stare perfettamente immobili durante il tiro.

Potei ahimè praticare poco il tiro con l’arco tradizionale , da superdilettante in un villaggio turistico. Però mi tornarono a mente esperienze di anni prima, da adolescente, quando mi esercitavo molto al tiro con la fionda. Auto-costruita in tutto, che quelle comperate venivano snobbate dai ragazzini autoctoni del paesino dove andavo in vacanza.
Così scoprii, senza leggerlo da nessuna parte, che per me, per colpire un bersaglio era necessario un movimento armonico che partiva dal basso in posizione orizzontale della fionda e arrivava alla posizione verticale ruotando il polso al massimo della trazione degli elastici, quando la forcella era in linea col bersaglio rilasciavo la pezzuola di cuoio che stringeva il ciottolo.
Se mi fermavo cercando di mirare a collimazione non riuscivo a star fermo, la mano tremava e mancavo il bersaglio. Con non poco esercizio riuscii a cogliere delle noci su un albero, non ad ogni tiro ma le coglievo.

Per il tiro con l’arco, o con la fionda, come per la fotografia non esiste ascensore per imparare. Provare, provare, provare, seguendo il proprio istinto, il proprio io. Il piacere sta nel fare non esclusivamente nel cogliere il bersaglio. Sono profondamente convinto di tutto ciò.
Yusuf Dikeç, tiratore a segno turco, spara con pistola per niente ipertecnologica con espressione neutra ed atteggiamento apparentemente noncurante, reggendo l’arma con una mano sola e tenendo l’altra mano in tasca. Probabilmente in quella sua apparente noncuranza c’è un approccio zen al tiro. Dice di sé: “Il mio stile? Non ho mai imitato nessuno, il segreto sta nel respiro e nel controllo. Il vero bersaglio è dentro di te”
La stessa cosa succede suonando la tromba, non ci sono buchi precisi come nel flauto, la nota precisa si deve trovare con i pistoni, in altro modo. Il corpo, la bocca, l’emissione del fiato, diventano strumento.

Cogliere fotograficamente un soggetto anche senza guardare nel mirino è abbastanza facile, specie usando sempre un’ottica della quale si conosce l’angolo di ripresa. Non è molto utile, meglio imparare a scegliere con sufficiente precisione l’inquadratura prima di portare all’occhio la fotocamera.
Barcamenarsi in qua e in là alla ricerca dell’inquadratura è una perdita di tempo, denuncia insicurezza, poca percezione dello spazio in cui si vuole o si deve agire.

Il Nobile Ottuplice Sentiero, applicabile a molti sport quanto alla fotografia è un percorso pratico, include: retta comprensione, pensiero, parola, azione, modo di vivere, sforzo, consapevolezza del sé e concentrazione.
Quando c’è tutto ciò si trattiene per un attimo il respiro, si chiudono gli occhi e si fa click, la foto viene perfetta. Non c’è altro. Fortunatamente fotografando di solito non parliamo quindi tutto sommato è più semplice.

Lo Zen è una scuola del Buddismo Mahāyāna che si focalizza sulla meditazione (zazen) come via diretta per l’illuminazione, enfatizzando l’esperienza immediata del “qui e ora”, la semplicità e la consapevolezza, piuttosto che lo studio intellettuale dei testi.
Cos’è l’attimo fuggente caro a Cartier Bresson?
In Bresson zen e fotografia si intrecciano profondamente, trasformano l’atto fotografico in una pratica meditativa che enfatizza la presenza nel momento presente. Guardare attraverso l’obiettivo richiede una totale immersione nel “qui e ora”, un esercizio di concentrazione che calma la mente e porta consapevolezza.

La fotografia invita a rallentare, ad apprezzare i dettagli, la luce e le sfumature, si contrasta la fretta del mondo moderno connettendosi più profondamente con l’ambiente. Fotografo, mezzo tecnologico, soggetto ripreso, ambiente diventano un unica cosa.
Se mirate al soggetto senza considerare l’ambiente che lo circonda per lo più otterrete pessimi risultati.
L’obiettivo deve diventare uno strumento per “vedere” oltre le apparenze, per cogliere la natura interconnessa dell’esistenza e l’impermanenza.

L’approccio alla fotografia deve trasformarsi in un gioco creativo e libero, l’errore è parte del processo, si deve esplorare senza accanimento nel volere raggiungere un risultato.
Più ci si esercita più diventa facile raggiungere un buon livello. Poi che si raggiunga la celebrità è tutt’altra faccenda, lì entrano in ballo molte altre variabili facciamocene una ragione.
Richard Avedon: “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi”

Per molti fotografi di paesaggio, quello che fanno è una esperienza meditativa, fondono sé stessi con la Natura. Benefici spirituali.
Calma e chiarezza mentale: La pratica riduce i “veleni” mentali (avidità, odio, illusione) e coltiva la serenità.
Connessione: Aiuta a sentirsi più connessi al mondo, alle persone e ai momenti quotidiani, celebrando la vita in modo più profondo.
Auto-scoperta: Offre un percorso di introspezione, rivelando nuove prospettive e una maggiore consapevolezza di sé.
Lo Zen offre alla fotografia una cornice spirituale, trasformandola da tiro al bersaglio, mirando, catturando immagini, a un’arte di scoperta e unione con il tutto, ispirata ai principi di consapevolezza del é nell’ambiente, in relazione ad altri, non consapevolezza dell’atto fotografico fine a sé stessa.

Quella seconda consapevolezza si può insegnare ed apprendere, però arriva dopo, facendo sedimentare le foto raccolte come fiori di campo, non come prede, esercitando l’autocritica.
Avete mai osservato un bravo fotografo mentre scatta? È assolutamente disinvolto, i suoi gesti sono assolutamente naturali, eleganti, precisi. Ci si può arrivare? Sì ma con serena calma, senza voler arrivare, senza alcuna meta da dover raggiungere, in modo naturale, perché la nostra fotografia siamo noi.
Bisogna studiare la filosofia zen per essere fotografi zen? No, assolutamente no, l’essere, non può essere concepito intellettualmente, sarebbe una costruzione forzata, l’essere non può essere affermato e spiegato. Si è e basta.
Illustro l’articolo con delle fotografie di Lia Alessandrini. Quando fotografa è immersa nell’ambiente che la circonda, dimentica tutto il resto, è un tutt’uno con la sua fotocamera, pur non praticando una filosofia zen.

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