Il Fotografo, il Critico, l’Osservatore

Il  mio interesse per la fotografia iniziò un bel poco di anni or sono, da bambino. Seguendo le istruzioni trovate in un Topolino, scatola da scarpe, foro  davanti, apertura dietro e a una certa distanza dentro un foglio di carta traslucido. Non occorre che spieghi nel dettaglio, lo sapete tutti cos’era. Mi mancava un supporto per registrare l’immagine , c’era solo un rozzo strumento, una sorta di filtro attraverso il quale vedevo il reale di sotto in su e capovolto nei lati, comunque mi piaceva osservare attraverso tale strumento l’architettura i movimenti che avvenivano all’interno della corte del palazzo. Anni dopo alle medie, gita scolastica di alcuni giorni in Svizzera, tre rullini e una Brownie regalatami da uno zio tornato dall’America. Era un’occasione importante, l’esposizione nazionale si svolge in quel paese solo ogni 25 anni. Con il «progetto Gulliver» la 5a  l’esposizione nazionale del 1964 a Losanna ha tratteggiato un’immagine futuristica della Svizzera.  

 

© Giorgio Rossi. Tenera infanzia

 

Mi rivedo lì, osservando i tre albumetti di foto, bordo bianco frastagliato, B/N, immerso nel futuro a scattare, per scelta o per errore, facendone di tutte, compreso lo scattare senza fare avanzare la pellicola.  L’ultimo scatto dell’ultimo rullino sono le labbra sfuocate di un’amichetta, mi ero proteso verso di lei, e lei verso me nel medesimo istante. Quanto ero ingenuo nel click di quell’attimo, rivedendo quelle foto ci trovo cose che al momento non avevo immaginato, illusioni odierne?

Forse è anche così, il tempo porta significati aggiuntivi, realizzai solo moltissimi anni dopo quanto le fotografie siano fatte a strati come le cipolle. Passarono altri anni, ritrovai in un sottoscala l’eredità spirituale che mio nonno mi aveva lasciato. Una Olivetti nera, una chitarra, una scatola di fotografie su lastre stereoscopiche di vetro, ne ho parlato in un articolo su queste pagine liquide,  il 13 ottobre 2019. “Que reste-t-il de nos amours…”  

 

© Giorgio Rossi. Que reste-t-il de nos amours

 

Torno a cercarlo e scopro che è stato visionato, forse letto, da 5400 persone. La faccenda mi impressiona un poco, è un feedback importante anche se alla fin fine è solo un numero che non mi può rivelare nulla di preciso. È anche un segno del tempo che passa mentre quello che avevo scritto rimane fermo lì. Più o meno come le fotografie che scattiamo. Sono punti fermi incastrati nel tempo che scorre. Mi portano anche a riflettere su me stesso, sulla fotografia in generale, sulla sua decifrabilità, sulla sedimentazione, sull’aleatorio e l’ambiguo insito in ogni fotografia. Mi piace scrivere, mi piace mettermi in gioco con le mie fotografie. Sono cose diverse che ritengo complementari.

Mi capita di scrivere fotografie e di leggerle, forse di criticarle, più che altro di farmene una mia personale impressione che potrebbe magari cambiare nel tempo, cerco di tenermi lontano da ogni giudizio assoluto. Per lo più non condanno, né me né altri. La fotografia è fatta di polarità che mutano nel tempo. Alcune sono fissate al momento dello scatto, quando si è soli davanti a un qualcosa o a un qualcuno e in mezzo c’è un obiettivo che in realtà è assolutamente soggettivo, per niente neutro, ha un suo modo fisico/tecnico di “vedere” attraverso il quale filtra e interpreta il nostro modo di vedere che è quello che desideriamo poi arrivi. Prima o poi (non  sempre) si arriva  alla resa dei conti. Il fotografo sparisce, resta solo l’immagine davanti all’osservatore. Altri lo chiamano fruitore, insomma per farla breve è Il destinatario di un bene o di un servizio o anche di un prodotto artistico o chiunque lo usi o ne goda.  

 

© Giorgio Rossi. Lost in a sink

 

Qui entrano in gioco l’autocritica e  la critica. Ed è a questo punto  che entra in gioco un certo “romanticismo” che a volte trovo deteriore o quanto meno spesso superfluo. “Nel movimento romantico non c’è un riferimento preciso a un sistema chiuso di idee che possa compiutamente definirlo, ma esso fa piuttosto riferimento a un “modo di sentire” a cui gli artisti del tempo adeguarono il loro modo di esprimersi artisticamente, pensare e vivere.” Molto dipende da come questo modo di sentire viene espresso.

Troppo volte il fotografo è immerso in una concezione di sé, del suo operato,  assai romantica, tuttavia certamente comprensibile. Sono passati non pochi anni ma il fotografo è spesso ancora “Strurm und Drang” (tempesta e impeto), genio e sregolatezza.

Osservo una foto dal titolo “albero spoglio nella nebbia”, sinceramente non percepisco la nebbia, vedo un albero, un crinale, questo è quello che c’è dentro quell’inquadratura. Il fotografo viene in mio soccorso, mi spiega: “In verità l’albero spoglio ero io, circondato dalla nebbia, dall’incertezza del vedere poco tra i vari sali e scendi che mi si presentavano, come del resto nella vita di tutti i giorni”. Lo ringrazio ma continuo a vedere solo un albero su un crinale, per quanto l’inquadratura e la composizione nel suo insieme non mi dispiacciano.  

 

© Giorgio Rossi. Si sta come le foglie

 

Sinceramente non riesco ad arrivare a percepire quello che ha provato il fotografo nel momento dello scatto. È un attimo totalmente suo che non può arrivarmi, e del quale magari lui stesso non ha ricordo preciso. Quante volte a essere sinceri con noi stessi non sappiamo spiegarci il perché di una foto scattata, non ce lo ricordiamo più. Eppure in quel momento il fare click ci ha fatto piacere, è stata una nostra scelta. Tuttavia, specialmente in questa era virtuale, la fotografia è condivisione, se la mostriamo non appartiene più solo a noi, appartiene anche a altri.

A me piace essere ad armi pari, condividere le mie fotografie e i pensieri che mi suscitano le fotografie. Può piacere o meno quello che faccio fotograficamente, non è questo il punto, se non altro non mi sentirò dire: “io sono fotografo e so fotografare, tu non sai fotografare, per questo critichi.” No, non voglio atteggiarmi a critico, sono semplicemente uno dei tanti o pochi possibili osservatori. Anzi per dirla tutta nel momento in cui osservo una foto ne sono io l’autore, in un certo modo me ne sento anche responsabile, la tratto con delicatezza ove possibile.  

 

© Giorgio Rossi. interior in 16/9

 

Però se mi mostri la tua fotografia, diventa mia, sono io a darle l’esistenza, la ragione di essere. Se te la tieni nel cassetto la tua fotografia non esiste più, senza di me non esisti, tutta la tua arte non conta nulla. Può essere che esista ancora come fotografia fisica nel tuo cassetto, ma non è immagine,  ove l’immagine è “una forma esteriore di oggetti corporei in quanto percepibile attraverso il senso della vista”. Il più bel fine di  una immagine è quello di suggerire o stimolare una molteplicità di altre immagini, mentali, soggettive, del tutto appartenenti al fruitore. Ci si può riuscire o meno, è nell’ordine delle cose, facciamocene una ragione. Di fronte a tutto ciò c’è spesso un atteggiamento altalenante da parte del fotografo.

Da un lato desidera il giudizio altrui, dall’altro ne ha paura. Se il giudizio è negativo gli può risultare inaccettabile, lo considera rivolto non solo al suo operato fotografico ma anche alla sua persona. Quindi la scusa è pronta in anticipo, se il “critico” non approva vuol dire che non ha capito. Può essere, ma se il critico non ha capito è altrettanto probabile che il fotografo non sia riuscito a farsi comprendere. Può essere che allora ricorra alle parole per cercare di farsi comprendere, talvolta aiuta, ma alla fin fine tutto è o non è nell’immagine, quello che è dentro è dentro l’inquadratura, quello che è fuori è fuori, altro non esiste.

Parole, parole, parole che invece di avvicinarci alla fotografia ce ne allontanano.  

 

© Giorgio Rossi. Un cane e il suo uomo

 

Un esubero di parole che non di rado riscontro anche nel critico, che è un osservatore particolare, al quale è stata conferita, per una qualche acclamazione ‘vox populi’, una autorevolezza che altri non hanno, meritata o meno che sia. Sinceramente a leggere certe critiche mi viene l’orticaria, penso che si faccia troppo spesso i poeti Sturm und Drang “leggendo” le immagini di fotografi più o meno noti, a volte arrivando a  mettere dentro quelle immagini quello che assolutamente non c’è, spiegando al fotografo le sue immagini senza fargliele capire. Però critiche del genere piacciono, piacciono assai.

Il tempo è galantuomo, vedremo se tra qualche anno giovani fotografi oggi osannati saranno ancora conosciuti o se sarà stato solo un effimero omaggio, fatto dal critico in realtà più a se stesso che veramente al fotografo. Il critico, spinto dall’orgoglio di scoprire e catapultare nell’Olimpo dei grandi un nuovo giovane talentuoso fotografo,  può essere frettoloso nel tesserne elogi. Il fotografo riceve una spinta alla sua  autostima che può portarlo a sopravvalutarsi.  

 

 

Non ricordo quasi più i volti, non sento più le voci.

Mi rivedo bambino, verso sera seduto su una sedia in formica, davanti al tavolo di marmo della cucina in Prati, a Roma. La finestra si affacciava negli spazi interni del condominio. I rumori diventavano ovattati mentre mia mamma cucinava, lentamente mi addormentavo, incrociando le braccia sul tavolo, appoggiando la testa.

Allora tutte le cose intorno respiravano e si parlavano.

Tutto ciò forse è all’origine della mia piccola fotografia domestica, dei miei paesaggi dalla finestra, di piccolissime storie possibili, insomma niente di che.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.  

 

 

© Giorgio Rossi. Homme aux pince-nez

 

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