sonetto XXIX
“Veddero un fregno buffo, co’ la testa
Dipinta come fosse un giocarello,
Vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
Tutta formata de penne d’ucello.
Se fermorno. Se fecero coraggio…
A quell’omo! je fecero, chi séte?
E, fece, chi ho da esse?
Sò un servvaggio.”
sonetto XXXII
”Li trattaveno come ragazzini;
Pijaveno du’ pezzi de specchietti,
‘Na manciata de puje, du’ pezzetti
De vetro, un astuccetto de cerini…
Je diceveno: Eh? Quanto sò carini!
Voler controcambiare vostri oggetti?
E tutti quanti queli poveretti
Je daveno le spille e l’orecchini”
Sono parte di due sonetti tratti dalla “Scoperta dell’America”, scritto da Cesare Pascarella nel 1894. È interessante analizzare un minimo il contesto culturale in cui visse Pascarella.
Nella cultura del Primitivismo del XVIII secolo, il “buon selvaggio” era considerato più lodevole, più autenticamente nobile dei prodotti dell’educazione civilizzata. […] Il concetto di buon selvaggio ha connessioni con il Romanticismo e con la filosofia romantica e illuminista di Jean-Jacques Rousseau. Il mito del buon selvaggio ha origine nel tardo diciottesimo secolo, con la pubblicazione e la diffusione di numerose relazioni sui viaggi d’esplorazione nelle terre australi…
Ne sono passati di annetti eppure, confessiamolo, chi di noi non è ancora alla ricerca dell’oro venduto a pochi soldi da un “buon selvaggio”?
Nel bric-à-brac di un mercato tipo Porta Portese, potrebbe esserci un tesoro riconosciuto da noi, sconosciuto dal venditore. In un Osteria di un paesino, di quelle di una volta, senza l’H (dato che l’H viene calcolata nel conto) quasi ti regalano un pranzo genuino come non se ne trovano più. Se ne esce felici e satolli, senza accorgersi che le tagliatelle sono tirate a mano, sì ma per prelevarle dallo scaffale di un supermercato. Si può cercare l’affare in un mercatino dell’usato dove in una vetrinetta occhieggia una fotocamera vintage, pura analogica, venduta a meno di quanto vale… solo dopo si scoprirà che per lo più il catorcio fotografico vale assai di meno dell’allettante prezzo pagato.
Altre volte si cerca il buon selvaggio in una processione di quelle che avvengono in giro per l’Italia, in posti sperduti, proprio proprio come avvenivano centinaia di anni or sono, o a Maramures dove per la Pasqua ortodossa il tempo pare essersi fermato. Pare…Noi fotografi siamo tutti romantici, inconsapevolmente fermi al mito del “buon selvaggio”.
Forse il primo seme di una ricerca della cultura popolare in Italia lo seminò Antonio Gramsci. Con “Favole di libertà”, scrisse una raccolta di fiabe tratte e rielaborate da quelle dei Fratelli Grimm e da storie sarde. Hänsel e Gretel, Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Biancaneve hanno origine medioevale e significati simbolici molto interessanti, esplorano il mondo interiore, aiutando bambini e adulti a elaborare conflitti emotivi, paure e desideri. Per Gramsci erano un pensiero per i figli e nipoti, per mantenere un legame familiare dal carcere (1920-1931), una “resistenza” intellettuale.
Ernesto de Martino (1908-1965), influenzato da Gramsci, rivoluzionò lo studio della cultura popolare italiana, elevando le tradizioni contadine meridionali da semplice folklore a oggetto di seria indagine storica ed etnologica. Analizzò il “mondo magico” e i riti del Sud come forme di resistenza culturale e risposte a crisi esistenziali, documentando fenomeni come il tarantismo. Teorizzati da Antonio Gramsci i concetti di “cultura egemonica e culture subalterne” subalterna, furono sviluppati da Alberto M. Cirese,
La cultura egemonica è quella dominante, che impone visioni del mondo e valori. La cultura subalterna è quella dei gruppi esclusi dal potere, che resistono o si adattano, creando forme culturali proprie. Mi sembra assai attuale, e tremendamente pericoloso, considerando questo nostro oggi pervaso da guerre e soppressioni etniche. Da una parte il mito MAGA, dall’altra il “Woke” participio passato di wake (svegliare), che significa “sveglio” o “consapevole”. Descrive un atteggiamento progressista attento alle disuguaglianze di genere, ai diritti delle minoranze e all’inclusione.

L’attenzione alla cultura e musica popolare è un onda lunga che sembra estinguersi ma poi torna, come successe nel folk revival (e nel blues revival), fenomeno molto importante in ambito musicale, sopratutto all’inizio degli anni ‘70. Fu un tradimento non facile da digerire per followers quando Bob Dylan “elettrificò” la musica folk con “Bringing It All Back Home”, pubblicato il 22 marzo 1965, proseguì qualche mese dopo in modo ancor più rivoluzionario con “Highway 61 Revisited”.
Il solco era tracciato. Tra i primi a seguirlo furono i Fairport Convention poco tempo dopo gli Steeleye Span fecero una scelta analoga. Trai fondatori del gruppo c’erano Maddy Prior e Tim Hart che con “Folk Songs of Olde England, Vol. 1 (1968) e Vol. 2 (1969)” avevano precedentemente usato solo strumenti acustici.
Sono dell’idea che le tradizioni popolari se non vengono rinnovate rischiano di morire. Importante è tuttavia rispettare lo spirito originario, anche se al tradizionale violino e chitarra acustica si aggiungono strumenti come batteria, basso elettrico o altro. Per esempio “Long Lankin“, celebre ballata folk tradizionale inglese e scozzese, risale probabilmente a secoli prima delle me registrazioni scritte del 1770. Il testo è una “murder ballad” drammatica, gli Steeleye Span, grazie al sapiente uso di basso elettrico e batteria, ne danno una versione potente , pur rispettandone la struttura e il testo originario, spesso antichissimo e simbolico come in John Barleycorn, che rappresenta Il ciclo delle stagioni, il seme vecchio che cresce, si trasforma e poi “viene ucciso” durante la mietitura.

Questa diatriba culturale per varie ragioni in Italia fu meno accesa, i molti “canzonieri” che operarono in varie regioni italiane furono per lo più gruppi noti localmente, ebbero spesso una impronta politicizzata, lontana dai riflettori della grande industria discografica (qui il discorso sarebbe lunghissimo, se vi va cercateli, regione per regione).
Gli strumenti tipici delle nostre tradizioni musicali popolari sono l’organetto “du botte”, qui in uno stornello pizzicoso eseguito da Gianfranco Spitilli. La ciaramella e la zampogna, no, non solo per Natale! Il tamburo a cornice ha 6000 anni di storia alle spalle!
Trovano forti similitudini con strumenti scozzesi, celtici ed anche orientali e africani. Interessante notare che strumenti ad ance come le fisarmoniche (e di conseguenza il “du botte”) hanno origini tutto sommato recenti, furono inventate a Vienna, mentre le armoniche a bocca più famose, le Marine Band, usatissime nel blues, e nel folk americano e le “Bravi Alpini” usate nella musica popolare italiana, vengono prodotte dalla tedesca Hohner, ditta nata nel 1896 .
L’antenato del violino sarebbe uno strumento indiano chiamato ravanastron, risalente a 2500 anni…circa! Si passa così da uno strumento rudimentale per poi trasformarsi passando dal Rebab iraniano alla Ribeca e lira da braccio alla violetta per arrivare al violino.
Molti strumenti musicali furono diffusi attraverso i secoli da nomadi, viaggiatori, mercanti e musicisti itineranti. Il loro spostamenti facilitarono lo scambio culturale e la diffusione di melodie, ritmi e strumenti tra diverse regioni geografiche.
Non ci si deve meravigliare se certe danze vengono eseguite in modo simile in tutta Europa ed in America. La parola “tresca”, che oggi ha per lo più un significato diverso, deriva probabilmente dall’antico germanico triskan (trebbiare), come il “trescone”, era un di un ballo contadinesco , avveniva per le feste concomitanti alla trebbiature. Era l’occasione per giovinette e ragazzi di incontrarsi e conoscersi, forse innamorarsi.

Non meno importanti sono le contaminazioni di ricette e gli ingredienti di base utilizzati avvenute anch’esse grazie a viaggiatori e nomadi. Era indispensabile la conservazione degli alimenti, non c’erano frigoriferi dunque venivano messi sotto sale ed essiccati.
Le aringhe sotto sale e lo stoccafisso (stokkfisk) sono originari della Norvegia, Olanda, Scandinavia ed Atlantico settentrionale. Il discorso sarebbe lunghissimo.
Tutto ciò si innesta e si mescola nelle tradizioni delle feste popolari, sono tutte di origine pagana, a volte romana, altre volte celtica.
Per approfondire un poco e sintetizzare traggo spunto da rapide ricerche in AI:
La principale festa celtica dedicata ai morti e al passaggio tra le stagioni era Samhain (o Samonios), celebrata tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Rappresentava il Capodanno celtico, segnando la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Era un momento in cui il velo tra il mondo dei vivi e dei morti si assottigliava. I Celti credevano che le anime dei defunti tornassero sulla terra, venendo accolte con cibi, bevande, danze e fuochi sacri. La ‘Ndocciata di Agnone, risale ai riti ancestrali del solstizio d’inverno dei Sanniti, poi cristianizzati come celebrazione del Natale.
A Novafeltria si celebra La notte dei Cento Catini per festeggiare l’arrivo del Solstizio d’Estate che da secoli è ritenuto un momento magico e particolare. Le tradizioni di Samhain sono la base della moderna festa di Halloween. Le antiche popolazioni romane avevano feste simili, come la Feralia a febbraio o la Lemuria a maggio. La Notte delle Streghe è legata al solstizio d’estate (23-24 giugno) ha origini radicate nei riti pagani precristiani che celebravano il passaggio del sole e la massima potenza della natura. Successivamente fu sostituita dalla festività cristiana di San Giovanni Battista. Con la Cristianizzazione la Chiesa cattolica sostituì ovunque i riti pagani spostando la festa di Ognissanti al 1° novembre e istituendo il 2 novembre il giorno dei morti.
La Pasqua cristiana, celebrando la resurrezione di Gesù, integrò sincreticamente le simbologie delle antiche celebrazioni pagane legate all’equinozio di primavera. Le uova di Pasqua hanno radici antichissime, legate ai culti pagani della rinascita primaverile e alla fecondità.
La Pasqua ortodossa nel Maramureș è una celebrazione che fonde riti bizantini con antiche tradizioni precristiane, molte delle quali condividono elementi comuni con la cultura europea rurale di origine indeuropea, inclusi aspetti legati ai culti della fertilità e del rinnovamento della natura, comuni alle antiche popolazioni celtiche, daciche e slave. È religiosamente sentita dalla popolazione locale e assai diversa dalle tradizionali processioni pasquali in Italia. Fanno parte importantissima di quella festa anche la musica e la preparazione di cibi che hanno un significato simbolico e origini antichissime, come del resto avviene per l’ostia nella comunione.

A volere un minimo indagare le tradizioni popolari italiane sono interessantissime, non capisco davvero perché interessarsi solo alla Pasqua ortodossa di Maramures, forse è la ricerca del buon selvaggio, forse una moda, vai a sapere. Il web pullula di fotografie della Pasqua ortodossa in Maramures, interscambiabili tra loro, basta fare una ricerca immagine su Google per rendersene conto. Se si cerca con Google ‘immagini Pasqua ortodossa Maramures’ questo si trova. I fotografi si influenzano a vicenda, di conseguenza chi parte per Maramures per un viaggio esperienziale e fotografico parte spesso con idee preconcette, sa quello che desidera trovare.
Johann Wolfgang Goethe, affermò: “L’occhio vede ciò che la mente conosce“. Vale anche per la nostra comune passione, per lo più si fotografa quello che si conosce. La fotografia non è solo un atto tecnico, ma un processo cognitivo. Conoscere il soggetto, il contesto o il luogo permette di coglierne l’essenza, andando oltre l’apparenza, tutto però dipende da quello che si conosce e da come se ne è venuti a conoscenza.

Per Susan Sontag, fotografare significa stabilire una relazione particolare con il mondo, appropriandosi di ciò che si immortala, nel bene e nel male fotografare è appropriarsi di un qualcosa che abbiamo davanti agli occhi, crea un senso di conoscenza, è rassicurante, può aumentare il senso di autostima nei confronti del nostro stato socio-culturale. Se invece facciamo una ricerca su youtube troviamo cose interessanti specie nei video che hanno un titolo in rumeno.
Interessante Angelica Flutur, in un bel video sulle danze locali. Cornelia și Lupu Rednic, 23,9K iscritti, sono un duo di musica popolare romena, marito e moglie, originari di Sighetu Marmației. Hanno una carriera ventennale. In questo interessante video, parlano delle loro tradizioni popolari, di riti arcaici, del loro artigianato.
Le tradizioni popolari, culturali, locali, sono molto apprezzate in tutta la Romania. In quelle canzoni, in quei balli, tutti sono vestiti in abiti tradizionali. Da noi è molto diverso? Da questo video non direi… Però attenzione, il titolo del video è “Love traditional music and dance|Petriolo Italy | Saltarello Folk Festival”, fortunatamente la musica popolare anche da noi è vivissima ed attrae molti giovani e giovanissimi.
Torniamo a Maramures, con questo interessante video di musica popolare un palco tecnologicamente perfetto, sono dotati di radiomicrofoni wireless per poter cantare in mezzo al pubblico, d’altronde si tratta di un festival importante arrivato alla 26esima edizione… Osserviamo il pubblico, osserviamo le case intorno, linde e pinte. Ci sono movenze di danza diffusissime in tutta Europa, come il circolo a stringere ed allargare, la spirale, gli intrecci e scambi di coppie che si tendono la mano. Ci sono tipicità locali come i passetti cadenzati delle danze Bretoni. Le danze tradizionali in Maramures rivelano forti similitudini in particolare con le danze Bretoni.
La “notte della Taranta” in Puglia è arrivata alla 29esima edizione, qui vediamo ed ascoltiamo Angelina Mango, bravissima figlia d’arte, nel 2024 in “Dici ca nu me voi ca su’ piccinna“, un canto d’amore tradizionale salentino, raccolto tra Morciano di Leuca e Cavallino intorno al 1870-1872. Chi glielo avrebbe detto a Ernesto de Martino, a Diego Carpitella che registrò e filmò la taranta, nel Salento durante l’estate del 1959, con commento in voce di Salvatore Quasimodo, che oltre 60 anni dopo sarebbe diventata un successo capace di attrarre un pubblico oceanico da tutta Italia e dall’estero? Un purista direbbe che quelle coreografie sono veramente kitsch ed eccessive, che tutto ciò stravolge le origini popolari, però o questo o l’oblio. Chi vuole saperne un pizzico di più sulla pizzica tarantata e la pizzica pizzica può trovare qua i rudimenti.
Ipercriticamente, si potrebbe dire che anche il commento di Quasimodo è kitsch, è una realtà parzialmente romanzata che, come raccoglitori, scoprirono quello che si trovava nelle prime fonti scritte: “Durante la primavera del 1797, re Ferdinando IV, trovatosi a Taranto ospite dell’arcivescovo Capecelatro, assiste ad una pizzica rimanendone colpito, tanto da ricordare l’episodio nel suo Diario Segreto”

Interessante notare quanto gli attuali mezzi di comunicazione di massa velocizzino la diffusione di culture e tradizioni popolari, mantenendole vive, e come ci sia ancora un etnocentrismo che rasenta a volte il colonialismo culturale anche del tutto involontario, quando entrano in contatto una cultura egemonica e una subalterna.
Tornando in Maramures, un profondo conoscitore delle tradizioni locali è Ioan Teglas, qui un suo interessante video del festival del folklore a Maramures nel 2025, bancherelle con la produzione artigianale e gastronomica locale, concerto. Bambinelle in abiti tradizionali ma con lo smartphone, perché dovrebbe essere diversamente? Maramures non è solo case malconce e vecchine sdentate che baciano crocefissi! Sanno essere sorridenti, amichevoli ed accoglienti, il turismo culturale e rurale contribuisce significativamente all’occupazione locale e alla valorizzazione dell’artigianato, dell’agricoltura tipica, della ricettività. A pochi km dal “cimitero allegro” ci sono B&B con piscina ed ottimi alberghi con Spa “Non fatevi ingannare dal fatto che sono piccolo” è il titolo ironico del festival. Scritto in lingua locale, dato che ci sono eventi organizzati per il turismo interno alla Romania, ed altri come la Pasqua ortodossa per turisti provenienti da altre Nazioni.

Pensiamoci, ci hanno avvertiti. Le tradizioni popolari, a Maramures come in tutto il mondo da un lato sono attrazione turistica, dall’altro sono ancora molto sentite con orgoglio nazionale, regionale a volte campanilistico. Si può fotografare tutto o quasi, fotografare una vecchina che bacia il crocefisso può dare adrenalina, resterà un ricordo personale importante anche se di nessun valore documentale. Importante sarebbe rendersi un minimo conto della complessità delle tradizioni popolari, quanto del loro influsso sulla economia locale.
In questi giorni in tutta Europa si sta festeggiando il maggio, ad Assisi col “Calendimaggio”, la Maggiolata a Lucignano, il Maggio di Accettura (MT), avrà luogo dal 6 al 9 giugno (altrimenti i turisti non potrebbero venire), celebra l’antico “matrimonio degli alberi” tra un alto cerro (il Maggio) e una cima di agrifoglio, simbolo di fecondità. La Festa dei Lavoratori (1° Maggio), sebbene moderna, è diventata una tradizione consolidata con radici popolari.

Così vi lascio, suggerendovi l’ascolto di qualche Carola di maggio inglese.
“Ho camminato per tutta la notte e parte del giorno e adesso sono qui per cantarvi una canzone e per portarvi il ramo del maggio”.
Se siete arrivati sin qui potete rifocillarvi con fave e pecorino. L’abbinamento ha origini antichissime, simboleggia l’arrivo della primavera, la rinascita della natura, la prosperità e la fertilità.
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