I fotografi e le musica o se vi piace di più la Musica e la Fotografia

In questi giorni è stato realizzato il manifesto/locandina, per il “Semplicemente Fotografar Live!” l’ottavo evento Live organizzato dal gruppo fotografico FB del quale faccio parte.

Tutto parte da una immagine. Lia Alessandrini, la mia compagna ed organizzatrice del Live, ha un istinto incredibile nel scegliere l’immagine adatta. Questa volta Lia ha scelto una foto al collodio di Dennis Ziliotto e si è affidata ad Andrea Gottardi per la grafica.

Mi piace, provo ad analizzare quella immagine, a capire perché mi piace. C’è una bimbetta seduta, vestita un poco all’orientale, gambe incrociate in posizione quasi yoga. Tiene in mano la tromba di un grammofono del tempo che fu, ascolta. Dall’altra parte della tromba, appollaiata su un grande ciocco di legno c’è una civetta. Forse simboleggia il rapporto tra fotografia, musica e natura, in ogni caso mi piace immaginare sia così. L’importanza di prestare attenzione, di saper ascoltare anche i più deboli rumori della notte, il suono del silenzio.

© Richard Avedon. Simon and Garfunkel. Vogue magazine.

A volte mi dicono che sono snob, forse in parte è vero, diciamo che sono aperto , ma fino a un certo punto, so essere anche selettivo, trovo giusto esserlo, non si può accettare la qualunque, almeno io non ci riesco. È, credo, una questione culturale, o forse di sensibilità personale, non sono una persona colta, la cultura mi interessa. Ho della cultura una concezione assai vasta, comprende la cultura tramandata oralmente, non solo quella ufficiale, scritta. Uso la musica come metro. Dimmi che musica ascolti e capirò se tra noi due può esserci un dialogo, se possiamo essere amici.

È un modo anche assai pratico per capire. Ben inteso non è che voglia giudicarti, non è che se ascolti una musica che non mi interessa tu sia una persona da nulla, però se ascolti solo Al Bano è difficile che possiamo essere in sintonia e vibrare insieme io e te, e l’amicizia è fatta di vibrazioni. È stata una piacevolissima fortuna conoscere Giordano Suaria, abbiamo parlato di musica giusto ieri, mentre in sottofondo ascoltavo un brano eseguito da Pat Metheny & The Metropole Orchestra che mi aveva proposto.

La sa lunga Giordano in fatto di musica e fotografia, ha il genere di cultura che mi attira!

Il ritratto presunto di Antonio Vivaldi (anonimo, circa 1723) conservato nel Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna.

Se pensiamo agli albori della musica, non ci è pervenuto alcun ritratto di compositori, solo disegni o rappresentazioni di musicisti.

Interessante molti secoli dopo, uno dei pochi ritratti di Antonio Vivaldi, violino sorretto da una mano, nell’altra una penna per annotare le note su un foglio.

Elias Gottlob Haussmann. Ritratto di Johann Sebastian Bach

Il ritratto che Elias Gottlob Haussmann, alcuni anni dopo, intorno al 1748, fece a Johann Sebastian Bach è molto fotografico, si percepisce che l’invenzione della fotografia era un vivo bisogno dell’umanità, o forse al contrario sarebbe più giusto dire che alcuni ritratti fotografici sono molto pittorici. Bach regge in mano un foglio di musica scritta.

La storia della notazione musicale è interessante, in parte antichissima. Per lo più la musica “colta” venne e viene scritta, più raramente accadde ed accade con la musica tradizionale e “popolare”, che se mai viene trascritta. Però detesto queste distinzioni, “etnomusicologi come Jean During hanno sostenuto fortemente la tesi che, a prescindere dalla tecnologia o dalla difficoltà della musica, ogni tradizione musicale ha la stessa dignità e nessuna può arrogarsi uno status di superiorità sulle altre”.

Del resto molta musica cosi detta colta trae ispirazione dalla musica popolare o da eventi quotidiani, tipo “Il pomeriggio di un allarme al parcheggio” (2015) di Salvatore Sciarrino. Confesso che non è la musica che ascolto tutti i giorni, confesso anche che non in tutti i momenti riesco ad ascoltare Free Jazz.

Tuttavia riesco ad ascoltare cose del genere e mi piacciono anche, Al Bano, no.

Nell’agosto 1967 i Beatles e il loro manager Brian Epstein incaricarono Avedon per aiutarli a rendere visivamente percepibile la natura psichedelica del loro ottavo album “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” uscito qualche mese prima.

Naturalmente non furono i primi ad affidare a un fotografo la diffusione della loro immagine, però in quegli anni tutte le arti andavano a braccetto. Il lavoro di un grande fotografo per immortalare un artista, musicista, cantante, ecc. era tenuto in grande considerazione e ben pagato, ovviamente per le immagini “ufficiali” quelle con le quali una star della pop music desiderava venire rappresentata ed essere identificata.

La copertina di “Blonde on Blonde“, settimo album di Bob Dylan, del 1966, è ormai un’immagine iconica del rock dei nostri tempi, anche e soprattutto perché la foto del cantautore scattata da Jerry Schatzberg è visibilmente mossa e fuori fuoco.

Jerry Schatzberg. Bob Dylan. Blonde on blonde

Nato nel Bronx, borough di New York, da una famiglia ebraica, negli anni sessanta fu uno dei più famosi fotografi e lavorò anche per riviste come Esquire e Vogue.

In una recente intervista, il fotografo ha spiegato il perché di quella copertina: “non si tratta di una scelta intenzionale, per dare un’atmosfera “sfatta” al ritratto. Piuttosto, è uscita così perché stavano entrambi morendo di freddo.”

Dylan e la sua rappresentazione fotografica sono identità inscindibili. Nelle foto appare quasi sempre poco indefinibile, mosso sfuggente. Per certi versi la sua musica è così, è una sorta di canovaccio. Un abbozzo, un disegno di un’ opera narrativa non del tutto precisa e definita. La sua parte musicale può essere ulteriormente elaborata, o improvvisata dagli interpreti.

Abbiamo moltissime belle cover di canzoni di Bob Dylan, in questo è assolutamente aderente alla musica di più stretta tradizione popolare. Può cantarla e suonarla da solo ma può essere anche musica “corale”, può farsi accompagnare da uno stuolo di celebri musicisti amici, come è avvenuto in alcuni concerti.

Quale anno dopo, il 21 aprile 1969 Mick Jagger si rivolge direttamente all’artista Andy Warhol inviando a lui e alla sua Factory una lettera.

Il re della pop-art ha infatti acconsentì alla progettazione della cover del nuovo disco della band Sticky Fingers e il musicista ci tenne a ringraziarlo, dandogli carta bianca e completa libertà, sia dal punto di vista artistico che da quello economico: “lascio tutto nelle tue sapienti mani, fai come meglio credi… ti prego di scrivermi per dirmi quanti soldi vuoi”.

Trovo giustissimo che Jagger parlasse senza farsi alcun problema di soldi a Warhol, che i soldi ad un artista facciano schifo è una convinzione diffusa e ipocrita, molto italiana.

Rolling Stones. Sticky fingers

D’altronde il 12 marzo 1967 (poco prima di Sgt. Pepper’s) era uscito l’album The Velvet Underground & Nico, prodotto da Tom Wilson e da Andy Warhol.

La cover rappresentava infatti un’allusiva e provocatoria banana rosa, accompagnata dalla didascalia “peel slowly and see”.

The Velvet Underground & Nico

Nei primi dischi la banana era dotata di un adesivo che la rendeva davvero sbucciabile.

In quegli anni molti musicisti affidarono ad artisti/fotografi la rappresentazione di sé e del proprio modo, anche concettuale, di essere nella musica.

The Velvet Underground & Nico

Più o meno la stessa cosa avvenne negli stessi anni in Italia a Giuseppe Pino, recentemente scomparso, divenne noto per i suoi ritratti di musicisti jazz. Interessante una sua intervista che ci riporta a quegli anni:

“Un bel giorno – dice Pino – Nicolini mi dice: vuoi diventare reporter di un grande settimanale che deve uscire? prendi le tue foto e vai da un certo Lamberto Sechi e sono andato. Era il direttore del mensile Panorama, che dopo tre mesi divenne settimanale. Lì ci sono stato per 8 anni e poi, e poi, e poi…”

  • Quanto prendevi allora?

“Questo è un argomento che… Se poi mi chiedi quanto prendo adesso non c’è grande differenza, tutti penseranno ah, il celebre guadagna milioni, un accidente, bei problemi, ecco, comunque duecento… Ero, come tutt’oggi in Italia i fotografi dipendenti da riviste, equiparato ad un impiegato. Quindi le solite duecento mila lire del ’67, non era molto, direi uno stipendio da impiegato medio. Però c’erano le promesse, gli sviluppi, i viaggi di qua, di là, di su, di giù, invece di miglioramenti tangibili, economici, in sette anni non se ne sono visti molti”….

Però a quei tempi, almeno all’estero la fotografia non aveva ruolo ancillare rispetto ad altre arti.

Sempre in quegli anni, precisamente il 25 giugno 1967 All You Need Is Love dei Beatles venne trasmessa via satellite in ventisei nazioni, si calcola che il programma fu visto da 350 milioni di persone.

Un evento in un certo senso epocale. Ma anche un’eccezione, per lo più le nuove canzoni venivano trasmesse per radio, magari lo speaker ci parlava un poco sopra.

Solo l’acquisto del vinile permetteva di ascoltare un brano entrandone veramente, fisicamente in possesso, la conoscenza “visiva” di un musicista avveniva per lo più grazie a riviste e copertine di LP.

Sono stato fortunato a crescere in quegli anni fatidici in cui tutto sembrava nascere spontaneamente e ogni arte contaminava l’altra. Bastava aprire gli occhi e le orecchie, qualcosa entrava e mi aiutava.

Tuttavia penso che anche attualmente la musica sia importante per un fotografo, possa guidarlo ed essere di ispirazione.

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

© Jerry Schatzberg. Bob Dylan ritratto nel Meatpacking District, durante lo shooting per l’album Blonde on Blonde (1966)

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