Gimme That Sunshine. La street di Mauro Benedetti.

Non mi piace molto dividere la fotografia in generi, anche se è pratico. Due fotografi si incontrano ad un open day che permette di provare le fotocamere.“Tu che fai?” “faccio street e tu?” “Che combinazione anche io faccio steet, tu con che lavori?” OK amicizia fatta.

Poi se si va a verificare ci si accorge che in fondo ognuno ha una sua idea della Street Photography, un suo modo di praticarla, e c’è addirittura chi dice che non è un genere. Dato che se ne parla non poco deve pure esistere, così come sono convinto che esistano i marziani dato che se ne parla e se ne scrive da moltissimi anni.

L’opera più nota e significativa è considerata La guerra dei mondi di H.G.Wells, pubblicato a puntate nel 1897 e in volume nel 1898, racconta la storia dell’invasione della Terra da parte di marziani crudeli e tecnologicamente avanzati che, invulnerabili alle armi terrestri, vengono infine uccisi dai batteri della nostra atmosfera.

 

© Mauro Benedetti

 

Fatto sta che la street photography esiste ed è anche materia di insegnamento, ce le parla in modo adeguato Angelo Ferillo.

SI FA PRESTO A DIRE “STREET”

E di immagini classificate in questa categoria ne veicolano molte, troppe ed altrettanto troppe sono quelle che in realtà street non sono…

Nasce dalla volontà di andare in strada e fotografare tutto ciò che era stato tralasciato fino ad allora.

Scene di vita quotidiana che hanno la caratteristica di essere raccontare con un solo scatto.

Luoghi dove succede qualcosa…”

 

Ecco è proprio quel “ Luoghi dove succede qualcosa” a lasciarmi un poco perplesso, specie nel riscontro pratico, osservando fotografie di autori vari.

Mi chiedo cosa avvenga veramente e sopratutto se quel qualcosa che avviene abbia una valenza, se sia un qualcosa di significativo, degno di essere fotografato.

Lungi da me il volere addentrarmi nel territorio della documentazione, resterei impantanato, la street è altro.

Dico allora assai semplicemente che ci sono autori e fotografie di street che mi piacciono e altri ed altre che non mi suggeriscono nulla, non fanno soffermare più di tanto la mia attenzione, probabilmente la colpa è anche mia.

 

© Mauro Benedetti

 

Mi piace pensare che esista una fotografia “Border Line”, non facilmente definibile, e che spesso proprio quel “non esattamente definibile” mi attrae.

Di questi tempi si parla spesso di DDL Zan, di gender fluid e quant’altro.

Considero tutto ciò un arricchimento, possibilità di esprimersi liberamente che non possono e non devono essere condizionate da altri, così come ovviamente non condizionano nessuno.

Così quella che considero fotografia “border line” è espressione della libera individualità del proprio modo di sentire,  al di fuori di schemi rigidamente prefissati.

 

© Mauro Benedetti

 

Sia quel che sia, le fotografie dell’amico Mauro Benedetti mi piacciono, attirano la mia attenzione a soffermarsi, a esplorarle navigandoci dentro con gli occhi.

Spesso non succede nulla di particolare nelle sue foto, o se succede non me ne accorgo quasi e mi sta bene così.

Sono attratto dall’ambiente che rappresenta, da certe sue immagini “corali”, dal fluire senza inutili o peggio sarcastici aneddoti delle persone che lo abitano, da quel “Gimme That Sunshine” colorato, americano.

 

© Mauro Benedetti

 

Un poco di ironia, di sorriso ci sta anche. Perché no, ma deve esserci dolcezza non crudeltà inutile nello sguardo. Siamo tutti persone e tutti meritiamo rispetto. In questo indubbiamente Mauro è un Signore, probabilmente per eredità genetica. Dunque lascio a lui il raccontarsi, il parlare della sua fotografia.

“Ho avuto familiarità con la fotografia fin da piccolo. Mio padre Enzo (dagli spalti si rivolgevano a lui dandogli del lei) era il capitano del Palermo, dovunque andassi con lui c’erano sempre fotografi; mio nonno era un viaggiatore appassionato di fotografia: a casa c’era un transito continuo di macchine fotografiche di ogni tipo e dimensione. E fotografie dappertutto. Per il mio quarto compleanno mio nonno mi regalò una fotocamera comprata in Germania, che ricordo solo per una foto di quel giorno. Nel 1971, undicenne, ho usato tutti i miei risparmi per comprare di nascosto un fucile ad aria compressa ed una Bencini Comet 404. Non immaginavo quanto i due oggetti potessero avere in comune.

 

© Mauro Benedetti

 

Negli anni del liceo, a Roma, ho iniziato a fotografare scene casuali con una reflex Yashica trovata in un cassetto, utilizzando la camera oscura di un amico per lo sviluppo e la stampa.

Ricordo che non avevo un’idea precisa, salvo quella di creare delle “non notizie” attraverso la ripresa di scene urbane casuali, magari replicando il linguaggio grafico dei reportage giornalistici.

Erano anni complicati, con manifestazioni politiche quasi quotidiane, ma quando mi sono per caso trovato ad un incrocio dove era appena stato rapito un politico, con me avevo solo i libri di scuola.

La mia attività fotografica si è interrotta nel periodo dell’università – ben 2 anni di ingegneria e 4 di economia – per riprendere, con un approccio diverso, nel corso della mia attività lavorativa nel settore della finanza, che nel tempo mi ha portato a Milano, Amsterdam, Londra e infine di nuovo a Roma.

 

© Mauro Benedetti

 

Ogni anno ho organizzato uno o più viaggi verso luoghi e culture il più possibile lontani e diversi dal mio ambiente quotidiano, molto strutturato e asettico, sperimentando un approccio al reportage di viaggio in cui sovraimporre esperienze geografiche e umane.

Sono andato più volte in Africa, in America Centrale e Meridionale ed in Estremo Oriente, ma negli anni ho scoperto di essere magneticamente attratto dai vasti spazi dell’Ovest e Sud Ovest degli Stati Uniti, che sono diventati meta ricorrente di lunghi viaggi estivi in cui ho percorso migliaia di chilometri spesso in assoluta solitudine.

 

© Mauro Benedetti

 

Il mio rapporto con la fotografia è radicalmente cambiato a seguito di tre eventi successivi.

Il primo, ed anche il principale, è stato l’incontro fortuito con la mia attuale moglie, Claudia Palmira, artista multimediale newyorchese, che mi ha letteralmente spinto a calci verso nuovi gradienti visuali.

Attraverso lo studio “spintaneo” di pittori rinascimentali (detestavo la pittura…) Claudia mi ha fatto scoprire il messaggio drammatico del chiaroscuro, che ho iniziato a sperimentare (goffamente) nella fotografia attraverso la ricerca di “triangoli di luce”, entro cui inserire figure umane in grado di trasmettere un messaggio emotivo o di tensione.

Claudia mi ha anche introdotto nella scena dell’arte sperimentale di New York, città che è diventata il background di gran parte della mia fotografia, e – soprattutto – mi ha consentito di rendere visibile la mia fotografia attraverso il web.

 

© Mauro Benedetti

 

A New York ho casualmente conosciuto Livio Mancini, fotografo documentarista di cui sono diventato partner nell’agenzia di comunicazione visuale Makro Press.

Durante un reportage in Palestina, da Livio ho appreso come costruire immagini che esprimono la visione e le emozioni del momento, unendo una forte componente estetica in grado di catturare l’attenzione dell’osservatore.

Sempre a New York, che è ormai la mia “seconda città”, ho avuto l’opportunità di 10 giorni full time, tra i più faticosi della mia vita, con un fotografo Magnum che mi ha fatto applicare sul campo un “layering” delle immagini basato sul peso visivo di colori, ombre ed espressioni umane rilevanti, volto a creare equilibri compositivi complessi e tendenzialmente enigmatici. I suoi commenti estremamente franchi, anzi spietati, sono lezioni che ancora risuonano nella mia testa ogni volta che porto la fotocamera all’occhio.

 

© Mauro Benedetti

 

Non saprei dire quanto di questo percorso sia riscontrabile nelle mie fotografie, ma ciascuno è principalmente definito dai propri limiti.

La mia passione per la fotografia è iniziata con il paesaggio e si è successivamente estesa alla rappresentazione del comportamento umano, principalmente attraverso una forma di documentazione delle contrapposizioni umane che definisco “reportage urbano”.

 

© Mauro Benedetti

 

Oltre ad essere un mezzo che mi spinge ad osservare con più attenzione, considero la fotografia un mezzo per descrivere ed interpretare, in modo personale, alcuni aspetti della realtà che stimolano la mia curiosità visuale ed estetica, anche attraverso la ricerca di angoli ironici o emotivi con cui dare profondità alla pura rappresentazione grafica di una scena.

La mia fotografia è principalmente spontanea, catturo il flusso dei momenti nell’istante in cui si presentano forse perché è il modo con cui i miei occhi percepiscono la realtà circostante.

A volte il messaggio è la sensazione di vastità e maestosità del paesaggio naturale, oppure l’ironia insita in comportamenti formalizzati a cui siamo ormai abituati o, ancora, il personaggio che ciascun essere umano recita, più o meno consapevolmente, sul palcoscenico dell’esistenza urbana.”

Mauro Benedetti

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

4 Comments

  1. Angelo Reply

    Grazie per la menzione. Ne sono onorato.
    Ci sarà sempre un certo limite nel praticare questo tipo di fotografia (vogliamo chiamarla genere?) fino a che non si capirà che non si tratta semplicemente di prendere un apparecchio di acquisizione e andare in giro. Tanto meno che non si può ridurre a puri esercizi di stile estetici.

  2. Mauro Benedetti Reply

    Desidero ringraziare con il massimo calore concepibile Giorgio e Giordano per questo articolo ed in particolare per le frasi introduttive di cui sono onorato – e anche un po’ emozionato.

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