“Tutte le fotografie mostrano, nessuna dimostra” è un pensiero sulla fotografia che credo abbiamo letto tutti. A partire dalla celebre pipa di Magritte siamo consapevoli che la fotografia è sempre una rappresentazione del tutto personale, non è la realtà. Detta così potrebbe sembrare filosofia sofista. La realtà non esiste, non esistono verità assolute, tutto è percezione soggettiva.

Però… fosse veramente così la fotografia sarebbe assolutamente inutile…
Però… non si potrebbe comperare qualcosa su Amazon leggendone solo la descrizione. Quindi la documentazione fotografica esiste, la sua veridicità nasce da un rapporto di reciproca fiducia tra l’autore della foto e l’osservatore…
Però… se la fotografia fosse solo quello sarebbe assai poco interessante, siano sommersi da fotografie, da immagini, ne vediamo scorrere davanti ai nostri a migliaia ogni giorno. Vale ancora la pena di documentare fotograficamente un delicato soffione di tarassaco? Con Google immagini ne possiamo trovare fotografati a migliaia. Eppure può ancora valere la pena, ci può sempre essere un modo personale di fotografarlo.
Però… si può insegnare, si può apprendere a fotografare il modo personale? Cose serve fotografare in modo personale? Serve a creare tra l’autore e il fruitore una comunicazione che non viaggia sui binari di un normalmente a tutti percepibile. Serve a creare un ponte di comunicazione, difficile da spiegare, è un ponte invisibile, può esserci, può non esserci, può esserci ma non per tutti. Suggestione, si, una fotografia mostra una cosa ma può suggerirne altre.

La suggestione non si può facilmente spiegare, non ha nulla di strettamente razionale, non tutti sono identicamente suggestionati da una stessa immagine. Il verbo suggerire deriva dal latino, dal prefisso sub- (sotto) e dal verbo gerere (portare), col significato figurato di “portare sotto” o “insinuare” un’idea nella mente altrui. Gli esperti di marketing pubblicitario sanno come indirizzare una suggestione per spingere ad un acquisto.
Una suggestione ti agisce da dentro, può approfittarsi delle tue debolezze. Può essere semplicemente una affinità elettiva di due sensibilità che si incontrano, quella del fotografo quella dell’osservatore, senza particolari interessi reconditi se non quello di comunicare, trasmettendo sensazioni ed emozioni. Non è una cosa del tutto facile, né indolore, suscitare suggestioni visive. Prima devi vivere certe situazioni nel reale, percepirle intimamente, sino al midollo, solo dopo puoi raccontarne fotograficamente.

Documentazione-suggestione, un rapporto difficile. Indubbiamente un fotografo asettico, antropologo/scienziato in guanti bianchi potrebbe risultare noioso come un dialogo tra esperti del settore, solo la suggestione può permettere di raccontare a chi sa soffermarsi ed “ascoltare” con gli occhi.
Pensieri vaganti mentre qualche giorno fa vedevo le foto e i lavori di Patrizia Galia. Le ho chiesto di raccontarsi per noi..
La mia fotografia nasce da un dialogo costante tra luce naturale, memoria e umanità. Mi piace raccontare fotograficamente la vita quotidiana dell’isola in un approccio che unisce documentazione e “poesia visiva”. La strada, i mercati, le feste patronali, i vicoli stretti dei borghi, le piazze dove la vita scorre lenta: è lì che nasce la mia fotografia, anche in quella di strada non cerco l’effetto, ma l’essenza.
Le mani degli artigiani, le rughe degli anziani, gli sguardi dei bambini per me sono frammenti di un racconto più grande. Prediligo il B/N, mi permette di togliere il superfluo, mi aiuta a concentrarmi sulle forme, sulle emozioni. Si può cogliere l’attimo senza rubare, rispettando i soggetti, per cercare di costruire un archivio ricco di scene spontanee, significative.

Ho iniziato con la fotografia di strada ma gradualmente la mia ricerca si è allargata a progetti più strutturati, iniziando a lavorare su serie tematiche che esplorano il rapporto tra identità e territorio.
SALANITRO
Per oltre 20 anni ho raccontato fotograficamente il lavoro dei salinari all’interno della Riserva delle saline di Trapani, uno dei paesaggi più iconici della Sicilia. Il loro lavoro segue ritmi antichi, scanditi dal vento, dal sole e dall’acqua. Sono entrata in questo mondo con rispetto e attenzione, per raccontare un mestiere millenario attraverso una narrazione visiva.
Il titolo, “Salanitro”, richiama il salnitro come elemento simbolico: non più la macchia sui muri, ma la cristallizzazione del sale, la sostanza che definisce l’identità del luogo e il lavoro degli uomini che lo abitano.
Salanitro è anche un’indagine sulla relazione tra l’uomo e il paesaggio, tra fatica e bellezza, tra tradizione e resistenza. Ho osservato i salinari mentre raccolgono il sale, o spingono le carriole, mentre controllano i canali e le vasche. I loro gesti sono antichi, ripetuti, rituali. Li ho colti fotograficamente nella loro verità fisica: schiene piegate, mani segnate, volti scolpiti dal sole e dal vento. Ogni immagine restituisce la dignità di un mestiere che resiste al tempo, nonostante le trasformazioni economiche e ambientali.

Il lavoro dei salinari è, nei miei intenti, metafora di una Sicilia che continua a esistere attraverso le sue tradizioni più profonde. Ho usato la luce delle saline come elemento narrativo, a volte radente a disegnare i cristalli di sale, altre volte giocando con le geometrie naturali dei riflessi sull’acqua.
Ho osato forti controluce per esaltare le silhouette dei salinari o le ombre lunghe che raccontano la fatica del lavoro. Il paesaggio delle saline, con le sue vasche, i canali, i cumuli di sale e i mulini a vento, è il palcoscenico naturale indispensabile per costruire un racconto visivo.

Non è solo documentazione, è un lavoro che unisce antropologia e poesia, non si limita a mostrare il lavoro dei salinari, ma ne indaga il significato culturale: la trasmissione dei saperi, la resistenza delle tradizioni, il rapporto tra uomo e ambiente, la memoria collettiva del territorio trapanese.

Salanitro diventa così un archivio visivo della resilienza: quella dei salinari, del paesaggio, della cultura del sale. Un mestiere che rischia di scomparire, ma che continua a vivere grazie a chi lo pratica con dedizione e orgoglio.
NEL NOME DEL PADRE
Una tematica che mi affascina sono le tradizioni religiose come forma di narrazione collettiva. In questo contesto si inquadrano lavori come “Nel nome del Padre”, dove racconto la dimensione dell’infanzia nell’interazione con le tradizioni religiose. In Sicilia la fede non è un appuntamento domenicale: è un ritmo, un’abitudine, un’eredità. È qualcosa che si impara da bambini, osservando gli adulti preparare le processioni, lucidare le statue, accendere candele che profumano di cera e di attesa.

“Nel nome del Padre” nasce qui, in questo intreccio di gesti antichi e silenzi condivisi. Sono entrata nelle processioni come si entra in una casa, in punta di piedi, con rispetto. Senza cercare il clamore, ma la verità in quello che semplicemente accade.
L’ho trovata nei volti assorti dei devoti, nelle mani che stringono i rosari con forza, nei piedi scalzi che avanzano sull’asfalto caldo. Ogni fotografia è un frammento di una storia più grande, quella di una comunità che si riconosce nei suoi riti e li vive come parte della propria identità.
La luce è quasi un personaggio. A volte tagliente, a volte morbida, illumina i volti, attraversa le ombre, crea atmosfere che sembrano sospese tra il sacro e il quotidiano. È una luce che non giudica, ma rivela: mostra la fatica, la concentrazione, la devozione che si nasconde dietro ogni gesto.
Fotografo senza invadere, nulla è rubato, tutto è condiviso. La religiosità popolare non viene spettacolarizzata, ma restituita nella sua autenticità, la fede è un territorio fragile. Nel nome del Padre è un racconto che attraversa generazioni.
È la storia di padri che portano i figli alle processioni, di figli che imparano a riconoscere il peso delle tradizioni, di comunità che si ritrovano nelle strade per celebrare qualcosa che va oltre il rito. È un progetto che parla di identità, di appartenenza, di memoria.
MONSTRUM
Un approccio diverso mi ha avvicinata alla mia città natale, Erice. Per me è un’apparizione. Emerge dalla montagna come un animale antico, avvolta nella nebbia, sospesa tra cielo e mare. È un luogo che non si lascia attraversare con leggerezza, ti osserva, ti misura, ti accoglie solo quando decide che sei pronto.

MONSTRUM nasce da questa sensazione: dal sentirsi di fronte a qualcosa che non è solo architettura, ma presenza. Si entra a Erice come si entra in un territorio sacro.
Non cerco la cartolina, la bellezza addomesticata. Cerco ciò che inquieta, ciò che vibra, ciò che resiste. Il progetto è un viaggio dentro la città e dentro la sua identità più profonda: quella di un luogo che ha sempre vissuto in bilico tra mito e realtà. In Monstrum Erice appare come una creatura viva, è un corpo che respira. Un animale antico che si muove nella nebbia. Un mito che continua a manifestarsi.

Le sue mura non sono semplici pietre: sembrano ossa. Le strade strette sono vene che pulsano di storia. La nebbia che avvolge il borgo è un respiro, un velo che nasconde e rivela.
Fotografo la città come se fosse un organismo: non un insieme di edifici, ma un corpo. Erice non sembra solo abitata dagli uomini, ma anche dalle sue leggende, dai suoi silenzi, dalle sue ombre. È un luogo che osserva chi lo attraversa, che custodisce segreti, che non si concede mai del tutto. La luce, nelle fotografie di MONSTRUM, è una lama che taglia la nebbia, un bagliore che scivola sulle pietre, un chiarore improvviso che apre varchi nel grigio. La nebbia è protagonista: trasforma la città, la dissolve, la ricrea. La pietra è memoria: ruvida, antica, resistente.
Questi tre elementi costruiscono un’atmosfera sospesa, quasi metafisica. Erice diventa un luogo fuori dal tempo, dove il presente convive con il passato e con ciò che non è mai stato del tutto spiegato. Il titolo MONSTRUM non rimanda al mostro come figura terrificante, ma al suo significato originario: ciò che appare, ciò che si manifesta, ciò che si mostra come segno. Il mito è ciò che permette alla città di essere più di ciò che sembra. Erice è piena di segni: il Castello di Venere, le mura Elimo-Puniche, le strade medievali, i simboli scolpiti nelle pietre. Sono per me indizi di una storia più grande, una storia che non si può raccontare con le parole ma solo con le immagini.
MONSTRUM non nasce come un progetto documentario, è un viaggio nella percezione. Non mostro Erice, la interpreto. La città diventa specchio di emozioni, di inquietudini, di domande. Ogni fotografia è un varco, un invito a entrare in un luogo che non si lascia definire. Il ritmo del progetto è lento, meditativo. Le immagini non cercano di spiegare: suggeriscono, non cercano di rassicurare: inquietano. Non cercano di descrivere: evocano.
Erice non è un luogo da visitare, ma da attraversare. È una città che chiede attenzione, che pretende rispetto, che non si concede a chi la guarda distrattamente.
MONSTRUM palesa una Sicilia lontana dalla luce accecante delle coste, dai colori saturi delle cartoline, dalla retorica del folklore. Mostra una Sicilia verticale, introversa, misteriosa. Una Sicilia che non si offre, ma si rivela, che non rassicura, ma interroga.

Nei miei lavori cerco di unire rigore compositivo e sensibilità emotiva. Cerco sempre un rapporto con le persone che fotografo. Prima di scattare, ascolto, osservo, instauro un dialogo.
Per me la fotografia non è un gesto tecnico, ma un incontro. I soggetti che riprendo non sono mai “prelevati” dalla loro realtà, ma partecipano alla costruzione dell’immagine.

Vedo la fotografia come un atto di cura, di attenzione, un modo per dare dignità e voce a chi non sempre la trova. Da un lato ho il desiderio di documentare la realtà, dall’altro la volontà di interpretarla poeticamente.
Non punto alla perfezione estetica fine a sé stessa, ma alla costruzione di un legame emotivo con chi le osserva.
La Sicilia, con le sue luci e le sue ombre, è il cuore pulsante della mia fotografia.
Non è soltanto un luogo geografico, è una condizione dello sguardo. Spero venga recepita come messaggio universale: la fotografia è un atto d’amore verso il mondo, verso le persone che lo abitano.

In un dialogo silenzioso con l’isola, cerco di restituirne la complessità senza cadere nella retorica. La luce mediterranea è una lingua che ho imparato a parlare fin da bambina.
Non c’è folklore, non c’è cartolina. È un’isola viva, contraddittoria, umana. Una terra che cambia, che resiste, che racconta.


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