Fotografia, tra il Vero e il Falso. Nell’Era delle AI

Con un pensiero a Umberto Eco.

“Siamo apocalittici o integrati?”

 

Lo zio Enrico Massa, giornalista esordiente ai tempi del Corriere della Sera diretto da Albertini, qualche anno dopo inviato in Germania e Russia, aveva conosciuto tutti i giornalisti di una certa rilevanza di quegli anni. Di lui ho ricordi lontanissimi.

Da ragazzino con i miei genitori andammo a trovarlo a Milano. Voleva portarci a vedere la sede del Corsera e le rotative ma, causa nebbia che non si riusciva a vedere nemmeno l’inizio dell’auto, fatto a stento il giro dell’isolato rientrammo in garage. Decidemmo di fare un salto in treno a Lugano, dove trovammo uno splendido sole.

Degli articoli scritti da mio zio non ho trovato traccia, salvo un articolo sui Giardini della Giudecca, scritto per la Rivista mensile del Corriere della Sera (1923 ago).

Tra gli anni ’60 e gli anni ‘70 lavorò come traduttore di molti libri dall’inglese e dal tedesco per Garzanti. Quando iniziavo a scrivere i miei primi articoletti di turismo e viaggi, corredati da mie fotografie, era già andato in pensione, abitava a Nizza con la moglie. Ogni anno facevano insieme un giro del mondo e in una tappa di ritorno venivano a trovarci a Roma. Si può ben comprendere la mia ammirazione per lui.

Una volta gli feci leggere un articolo su un mio viaggio in Camargue, si complimentò anche troppo benevolmente, facendomi però una piccola ramanzina. Avevo scritto che da quelle parti si mangiava il lupo, avevo fotografato un menù di un ristorante. Mi disse che si trattava di branzino, conosciuto nella cucina francese con il nome loup de mer, mi raccomandò di stare attento e verificare, non tradurre troppo all’impronta. Arrossii sino alle orecchie, mi sorrise dicendo che erano cose capitate a tutti. Parlammo anche di Indro Montanelli che lo zio aveva conosciuto.

Mi raccontò che un giorno Montanelli gli disse: “non importa che una notizia sia vera, l’importante è che sia ben raccontata.” Mi spiegò che, pur stimandolo come scrittura, sapeva che a volte era quanto meno “fantasioso”.

 

 

Questi due aneddoti, il mio errore, i pensieri dello zio a proposito di Montanelli mi sono rimasti impressi. Da un lato nel giornalismo ci possono essere errori involontari, dovuti a superficialità o disattenzione, dall’altro ci possono essere “errori” del tutto volontari. Non a caso l’Ordine dei Giornalisti in tempi recenti, nel  «Testo unico dei doveri del giornalista» (1° gennaio 2021) ha ribadito ed approfondito i fondamenti deontologici della professione.

Ognuno di voi, leggendo il su citato interessantissimo testo, può farsi una  personalissima idea di quanto queste regole vengano attualmente osservate.  Tuttavia verba volant, scripta manent, il vero problema è che dell’attuale giornalismo televisivo non rimane niente di scritto. Così come tutto quello che scrivono giornalisti, scienziati e quant’altri sui social viene fagocitato e digerito dal web in uno o massimo due giorni. Insomma da anni viviamo immersi in una “verità” sempre più fluida e aleatoria.

Certo ogni giornale poteva e può essere di parte, avere una più o meno evidente connotazione politica, ma comunque l’editore garantiva e in parte garantisce  per i suoi dipendenti giornalisti. Tuttavia la linea editoriale di un giornale dipende anche dal proprietario della testata, i cambi di proprietà di testate importanti sono indicativi di cambiamenti spesso anche politici. Tutto ciò apparentemente potrebbe avere poca attinenza con la fotografia se non fosse che in genere la fotografia viene usata per asseverare visivamente quanto scritto in un articolo.

 

Rene Magritte. La Trahison des images. Ceci nest pas une pipe.

 

Hai voglia a dire “ceci n’est pas une pipe”, se certe notizie corredate da fotografie sono pubblicate da un giornale ‘autorevole’ sono vere… O forse non del tutto, sono cmq una visione di parte, tutto sta a capire da che parte stia quella parte, sempre se si sia interessati a saperlo, cosa a volte non facile da capire.

In tutto ciò si inserisce l’attuale dibattito sulla AI. Un dibattito vivissimo per cercare di distinguere tra il vero e il falso, tra vera fotografia e immagini create con un prompt testuale. Però tale dibattito non deve rimanere chiuso in se stesso, non si tratta di estetica pura, va visto in relazione alla informazione che è anche ovviamente formazione. La diffusione della AI non va vista solo in ambito fotografico e grafico, le AI sono molte.

 

 

Nel 1964 uscì la prima edizione di “Apocalittici e integrati”, la lessi con molto interessa qualche anno dopo su indicazione del mio allora professore d’Italiano. Indubbiamente è un testo forse più importante di molti altri scritti che ruotano più precisamente intorno alla fotografia, quindi ne consiglio la lettura anche ai fotografi.

Si tratta di una raccolta di saggi che affronta vari argomenti, tutti interessanti.  Attraverso questi argomenti Umberto Eco analizza da varie angolazioni il tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione di massa. Una analisi davvero attualissima. Eco definisce “apocalittici” gli intellettuali (in particolare Adorno e Zolla) che esprimono un atteggiamento critico e aristocratico nei confronti della moderna cultura di massa, e “integrati” coloro che ne hanno una visione ingenuamente ottimistica. Notare la congiunzione!!!

La congiunzione coordinante e/o, usata prevalentemente, se non unicamente, in testi scritti di ambito settoriale (ma anche in articoli di giornale), accosta graficamente la congiunzione copulativa e e la congiunzione disgiuntiva o (➔ congiunzioni), indicando una possibilità di scelta tra i due valori, copulativo e disgiuntivo.

Umberto Eco nella scelta della congiunzione è preciso. Coesistono secondo lui due modi di intendere, l’uno non esclude l’altro. Chissà forse oggi avrebbe della faccenda un’opinione diversa, oggi tutto sembra essere o nero o bianco, il B&W è fuori norma, andiamo per opposti estremismi, speriamo che l’essere  più o meno inconsapevolmente coatti tra due opposti non porti a certi opposti estremismi di anni or sono. Nel saggio Eco espone una serie di ‘aspetti’ pro e contro la cultura di massa.

Aspetti negativi

Si cerca di andare incontro al gusto medio evitando l’originalità, la letteratura di massa è caratterizzata dall’omologazione culturale. Il pubblico è inconscio di sé come gruppo sociale e subisce tale cultura. È presente la tendenza a suggerire emozioni già costruite, con funzione provocatrice si danno le emozioni già pronte. Il pensiero è sclerotizzato e costituito da slogan e citazioni.

Compresenza di informazioni culturali e gossip. (mai il povero Umberto Eco avrebbe potuto supporre la diffusione attuale del gossip, o forse se ne accorgeva ma taceva con sorriso)

Concezione di visione passiva e acritica del mondo, scoraggiando sforzo individuale. Incoraggiamento dell’informazione verso il presente e indifferenza verso il passato. (!!!!!!!!)

Ci sarebbero altri aspetti negativi potete leggerveli da voi, altrimenti che ce l’ho  messo a fare il link? Per fortuna ci sono anche …

Aspetti positivi

La cultura si apre a categorie sociali le quali prima non avevano i mezzi per accedervi, nonostante spesso l’informazione sia sovrabbondante. Soddisfa la necessità di intrattenimento. Permette la diffusione di opere culturali a prezzi molto bassi. I mass-media sensibilizzano l’uomo nei confronti del mondo: aprono scenari prima negati. La cultura di massa, se non nelle sue espressioni kitsch, non danneggia l’arte alta, dato che non si pone come alternativa ad essa.

Ecco, da qualche tempo sono entrate in campo le AI, hanno un poco sparigliato le carte in tavola. In parte è solo apparenza, non credo che sia cambiato qualcosa di profondo nel nostro modo di essere, siamo tutt’ora umanoidi, almeno in parte.

 

© Dennis Ziliotto

 

Dal punto di vista dell’appassionato di fotografia non c’è dubbio che l’entrata della AI  nel campo delle “arti visive” abbia destato severa riprovazione. In questo noi fotografi, ammettiamolo, siamo per lo più apocalittici, e tutto sommato conservatori. Molti non si sono ancora ripresi dalla diffusione della fotografia digitale, figuriamoci quanto siano propensi ad accettare la AI.

Perfettamente d’accordo, la AI attiene alle arti visive, ha poco da spartire con la fotografia. Altri, gli integrati, ne sono affascinati. Sia quel che sia il problema è ben altro.

Attiene all’etica, alla deontologia, se possono ancora esistere. Ed è meglio distinguere gli ambiti di utilizzo/intervento, della AI. L’ambito della documentazione, dell’informazione, del giornalismo. L’ambito della espressione del “sé”, della propria personalità, usando la fotografia o altri medium, per magari addirittura arrivare all’arte.

Nel campo dell’informazione dubito che un giornale di una qualche autorevolezza userà una immagine interamente prodotta da un prompt per asseverare la verità espressa in un articolo. Che poi si sia fatto ricorso a trucchetti in ripresa per documentare un evento, sappiamo bene che è avvenuto da sempre.

Però meglio allontanare dal campo mentale l’idea che una fotografia non testimoni nulla, è un atteggiamento della filosofia sofistica relativista.

 

 

«La cultura sofistica attraverso la critica della nozione di verità perviene ad una forma più radicale di relativismo. Non solo non esiste una verità assolutamente valida, ma l’unico metro di valutazione diviene l’individuo: per ciascuno è vera solamente la propria percezione soggettiva. Analogamente tale visione relativistica del mondo viene applicata al campo dell’etica… Non esistono azioni buone o cattive in sé; ciascuna azione deve essere valutata caso per caso.»

E qui torna prepotentemente in campo l’etica, che in ambito giornalistico è congiunta o dovrebbe essere congiunta alla  deontologia scritta della quale ho accennato.

Detta in soldoni. Qualcosa da fotografare davanti all’obiettivo ci deve essere, per poter parlare di fotografia, altrimenti è altro. Però qui entrano anche in campo i progressi tecnologici. Un tempo si poteva affermare che un fotomontaggio, un trucco in ripresa, potevano essere sempre smascherati da una analisi dell’immagine, oggi non è più così.

 

 

Oggi anche un semplice fotomontaggio può essere realizzato in modo così perfetto da non riuscire a scoprire l’inganno. Questo in ambito informazione, nell’ambito dell’espressione di sé non vale alcuna regola scritta, ognuno può fare come gli pare senza alcun problema. Però, anche se non c’è una deontologia scritta, ci si rapporta con altri, dipende tutto dalle finalità , dai modi di instaurare questo rapporto.

Se in un concorso fotografico è scritto espressamente che possono venire accettate solo vere fotografie, magari post-prodotte, tuttavia sono vietati i fotomontaggi, proporre immagini realizzate interamente con la AI è una truffa. Si truffa per vincere un contest? È una motivazione sufficiente?

 

 

Forse si truffa per dimostrare la superiorità della propria intelligenza, rispetto a quella di una giuria, ed è cosa veramente misera. Metti caso che uno approfittando di un mio momento di distrazione mi sfili dalla tasca il portafoglio… vuol dire che è  più intelligente di me?

Però non è tanto questo il problema, il vero problema è che dobbiamo abituarci e anche crescere, diventare più consapevoli del contenuto, del potere delle parole e anche delle immagini e delle fotografie. Attualmente si oscilla tra i due estremi. Si è apocalittici, non si crede più a nulla di quello che legge o si vede, oppure da integrati si crede assolutamente a tutto. Una situazione davvero critica, come possiamo cavarcela?

Forse l’unica soluzione è mettere sempre in relazione il contesto scritto, anche solo enunciato a parole, con quello  delle immagini che lo accompagnano. Qui entra in campo la differenza tra il mondo virtuale, dei social, e quello reale, il fatto che possano essere vasi comunicanti. Faccio un esempio pratico.

 

Scheletri a Pompei

 

Il diffondersi delle AI ha provocato un pullulare di scoperte scientifiche e storiche diffuse via social. Chi sono quelli che le diffondono perché lo fanno? Vai a sapere, per lo più sono illustri sconosciuti. Un articolo su un giornale è sempre firmato da qualcuno di preciso e tracciabile. Poi che sia vero quello che scrive e che assevera con fotografie è altra cosa ma può avere una sua autorevolezza.

Potremmo cercare di indagare con un fast check ID se una notizia sia vera o falsa, di solito non si fa, la accettiamo o la rifiutiamo epidermicamente, a livello puramente emozionale. Eppure la soluzione spesso c’è, sta nell’immagine che si vede pubblicata su un social, basterebbe soffermarsi un attimo a cercare di capire quello che si vede, invece è più facile mettere un like e continuare a girare la rotellina del mouse.

 

 

Woow, splendidi davvero i fiocchi di neve come sono nella loro struttura cristallina, evidenziata oltre le soglie della nostra capacità di vedere. Fotografarli non è facile, ci vuole una attrezzatura particolare, non alla portata di tutti. Tuttavia si trova uno splendido tutorial per farlo, basta una compattina Canon (mi raccomando non Nikon o altro!) e un vecchio Helios e seguire scrupolosamente le istruzioni del fotografo russo Alexey Kljatov. Se non ci riuscite potete comprarvi una fotografia da lui realizzata, vende anche magliette con stampati fiocchi di neve.

Balle, per fotografare bene un cristallo di ghiaccio ci vuole un microscopio  anche non eccelso, e non bisogna cincischiare altrimenti si scioglie. In varie foto il cristallo è vicino a fili d’erba che si vedono distintamente, come fossero della stessa grandezza del cristallo di ghiaccio. Insomma sono palesemente dei fake.

 

Wilson Bentley. Fiocchi di Neve (1880 ca)

 

Non è nemmeno una gran novità fotografare cristalli di neve, Wilson Bentley si specializzò a farlo, fotografò l suo primo fiocco di neve nel 1885.

Attenzione non cercate di emularlo, morì di polmonite il 23 dicembre 1931 nella sua fattoria di Jericho.

 

Wilson Bentley (9 febbraio 1865 – 23 dicembre 1931)

 

Questo è ancora niente, FB pullula di pagine davvero particolari, una si chiama “Scoperte archeologiche non autorizzate“. Va da sé che non essendo autorizzate tali scoperte non ci sono i nomi dei giornalisti che ne danno notizia.

Così scorrendo la pagina si passa velocemente dalle mummie sin troppo perfette realizzate dalla civiltà dei Chinchorro alla batterie elettriche realizzate 2000 anni or sono e custodite in un museo di Bagdad. Prima o poi troveranno sicuramente lampadine preistoriche ancora funzionanti, alimentabili con quelle batterie.

 

 

Tutte scoperte interessantissime, circostanziate da testi e “fotografie” che in parte dicono del vero in parte assai meno. Tutto ciò avviene sempre in luoghi lontanissimi, dove non andremo mai a verificare.

Così è per la stele di Abu Hureyra, una civiltà di oltre 12.000 anni or sono, cancellata da una catastrofe. Si dice dovuta ad uno scontro della Terra con un tale ammasso di detriti largo un milione di chilometri. Fatto sta che scavando intorno ad una stele emergente dal suolo, scava che ti scava è emersa una stele alta circa 25 metri, ma ancora non si è arrivati alla base, si proseguirà a scavare. Tutto può essere eh, le scoperte sono scoperte.

 

Stele di Abu Hureyrai

 

Così nei pressi di Pompei gli archeologi hanno rinvenuto scheletrini carinissimi, frutto evidente di maldestre produzioni AI, come del resto uno cranio capoccione che spiega perché negli edifici di secoli fa le porte d’accesso fossero altissime.

Per chi fosse interessato è reperibile su Amazon uno splendido volume che tratta di queste scoperte.

 

 

Believe it or not, le immagini prodotte con la AI sono per ora spesso un poco rozze, insomma non convincono del tutto gli apocalittici. Statene sicuri se volessero fare immagini del tutto credibili è possibilissimo, basta perderci un poco di tempo.

Agli integrati tutto ciò piace piace moltissimo, quindi inutile perdere tempo per cercare di convincere gli scettici. Insomma meglio credere per fede.

Però in fondo tutto ciò ci sfiora generalmente in modo assai marginale, c’è di peggio.

 

Fotografia di Vincenzo Raimondi considerata incitazione alla violenza dalla AI

 

Da vari mesi FB scandaglia parola per parola, immagine per immagine tutto quello che viene pubblicato sul social, negli articoli pubblicati su Sensei e qualsiasi articolo linkato in un social.

In pratica stiamo allenando gratuitamente una AI spesso fallace, per usare un eufemismo, non si sa mai.

Troppe immagini innocentissime vengono scambiate per violente, troppi post retrocessi nei feed e segnalati alle amministrazioni delle varie pagine FB.

 

Scatto fotografico di Davide Brunori (generto dalla AI secondo gli algoritmi Facebook).

 

Va bene che si può fare ricorso e in genere dopo uno o due giorni l’immagine o il testo posto a giudizio viene riesaminato da menti sapienti (forse un secondo e più alto  livello di AI?) ed assolto, però tutto ciò mi sembra alquanto bizzarro.

Mi sta bene al limite essere controllato da persone consapevoli e senzienti, tanto non faccio nulla di male, ma essere giudicato colpevole da una AI ignorante non è che mi piaccia molto.

Che fare? FB è gratuito, nonostante il suo patron ci guadagni pacchi di soldi, quindi  nessuno se la sente di avviare una class action.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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