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Fotografia: Regole…Non regole…? (seconda parte)

Fotografia: Regole…Non regole…? (seconda parte)

Di Giorgio Rossi.

 

Dicevo nel precedente articolo che non esistono regole per fare una buona/ bella fotografia..

Dunque si può fare tutto quello che si vuole, senza alcun limite?

Certo che sì, però l’esito di una fotografia dipende da come viene percepita. O arriva o non arriva. Ci sono polarità importanti e opposte.

Da una parte l’autore dall’altra chi percepisce l’immagine. Compito dell’autore è riuscire a far percepire la sua immagine per il verso giusto, per come desidera venga percepita, quindi deve stendere un canovaccio, delle linee guida che aiutino l’osservatore a percepire. Il fotografo ha uno strano potere nelle sue mani, Al momento del click un qualsiasi oggetto compreso nell’inquadratura, animato o inanimato, fermo o in movimento, diventa soggetto.

 

“Dietro la stazione Saint-Lazare” Parigi, 1932. © Henri Cartier-Bresson/Magnum.

 

Pensiamo all’omino che salta la pozzanghera dietro la Gare St. Lazare. Fiumi di parole sono stai scritti su questa celebre immagine di Bresson, eppure ci resta sconosciuta, ambigua , misteriosa, ma comunque ci piace, ci attrae. 
Non aderisce ad alcuna esplicita o classica regola di composizione. Per di più evidentemente è un crop, non esiste un formato di ripresa del genere. Il soggetto o meglio quello che percepiamo come soggetto è indubbiamente l’omino….messo ai margini dell’inquadratura, destinato a sparire in un attimo. Tutto ciò che gli ruota intorno, contribuisce a determinarlo come soggetto.

Ora lasciamo perdere ogni possibile geometria della composizione. Osserviamo l’immagine e mettiamola in relazione con i principi della Gestalt che regolano la percezione visiva: la pregnanza, secondo la quale quello che noi comunemente percepiamo è la migliore forma possibile dell’oggetto che appare ai nostri occhi.

Lo scopo è riuscire a ottenere il massimo dell’informazione partendo da una struttura semplice; la sovrapposizione, forme collocate sopra ad altre appaiono come delle figure su uno sfondo; l’area occupata, l’area che presenta la minore estensione sarà individuata come figura; il destino comune, parti che si muovono insieme sono organizzate come figura unitaria rispetto ad uno sfondo; la buona forma, gli stimoli percettivi sono organizzati nella forma più coerente possibile; la somiglianza, le parti affini sono percepite come unica figura; la buona continuazione, se si ha un basso numero di interruzioni si ottiene la percezione di un’unica figura; la chiusura, tutto ciò che mostra margini chiusi è percepito come figura unitaria.

Tutto in quella foto contribuisce alla percezione di movimento e di profondità, la figura si staglia assai bene dallo sfondo: per contrasto, per sovrapposizione, per chiusura, rispetta in pieno vari principi della Gestalt. Ovviamente se HCB in quel momento , invece di scattare, si fosse messo a pensare ai principi della percezione visiva non avremmo la fotografia dell’omino che salta la pozzanghera.

Tuttavia esiste spesso una specularità , una simmetria, tra chi percepisce e scatta e chi percepirà quanto è stato ripreso osservando l’immagine finita. Ovvio se si tratta di persone dotate di una certa sensibilità e provenienti da culture vicine. 
Rodney Smith disse:
 “Penso che la composizione in fotografia sia molto simile al ritmo in musica. Se si dispone di grande ritmo si ha anche un grande senso della composizione.

La composizione è un’eredità classica. Cioè, come le cose si collocano nell’ambiente, il loro posto e la loro grandezza, le relazioni tra gli oggetti e le persone, tra il fotografo e il suo soggetto, questi sono tutti elementi di un sentire classico.”
In una buona fotografia il rapporto tra soggetto e sfondo è ben risolto. Spesso si “cade in bambolo” davanti a quello che avvertiamo come un possibile soggetto interessante, a tal punto da considerare solo il soggetto e trascurare lo sfondo, non mettendoli in una relazione ottimale. Non di rado il soggetto non stacca dallo sfondo, tutto sembra piatto.

Uno degli scopi di solito da raggiungere è quello di rendere in una fotografia quella profondità e tridimensionalità che esistono solo parzialmente nella visione monoculare, come percezione indotta da una elaborazione mentale.

Ci sono elementi importanti, detti “indizi monoculari di profondità”, che permettono anche nella visione monoculare la percezione di tridimensionalità. Sono ovviamente indispensabili per muoversi nell’ambiente a chi per sventura ha perso la vista da un occhio. In ambito prettamente fotografico sono altrettanto utili. La percezione di profondità di una scena è dovuta ad informazioni ridondanti. In altri termini, il più delle volte, vari indici di profondità concorrono contemporaneamente nel rendere la tridimensionalità, aiutando ad una più precisa percezione.

 

Dovima Cafè des Deux Magots, Paris, August 1955 © Richard Avedon

 

Vengono detti anche “indici pittorici” perché da sempre sono usati nelle arti figurative. Sulle prime potrebbe sembrare che le “regole” cacciate dalla finestra rientrino dalla porta, ma come detto non si tratta di regole compositive ma di principi che governano la percezione visiva. Ci si può anche giocare creando illusioni ottiche. Un sasso in primo piano, ripreso da vicino con un forte grandangolo, può sembrare più imponente di una montagna retrostante.

Chi fosse interessato può approfondire l’argomento qui e qui.

Un altro argomento interessante è la saturazione percettiva. Può essere facile da spiegare pensando alla musica.

Provate a pensare a certa musica punk o rap, alla musica “lavartice” tumb tumb tumb! Sparata a mille. Dopo un poco, quanto poco dipende dal desiderio di “sballare”, desiderate il silenzio, l’opposto. Provate a osservare lo spettrogramma di quel brano. È rigorosamente piatto, tutto di vari decibel sopra ogni possibile soglia di tolleranza.

L’identica cosa avviene con certe post-produzioni spinte all’eccesso, e per lo più nelle così dette fotografie HDR. Tutto è troppo e nello steso tempo non ci sono chiaroscuri, contrasti e l’istogramma risulta piatto. 
Identicamente avviene per serie di fotografie o progetti, non di rado “vista una viste tutte”.

Certo una sorta di “Uniformity Performance” ci vuole, non potete in una stessa serie passare dal B/N al colore, da un certo tipo di modulazione dei toni a un’altra totalmente opposta. Però nei contenuti tra scatto e scatto ci devono essere pause, accelerazioni, urla e silenzi, foto che creano una crescere di tensione emotiva e foto che la dissolvono.

A tutto ciò si aggiungono naturalmente elementi di disegno come le fughe prospettiche, sorta di percorsi che condizionano e forzano assai la percezione visiva, egualmente importanti sono gli sguardi in situazioni di ritratto, la loro direzione è rilevante nel fornire elementi
d’interpretazione dell’immagine alla percezione visiva. Non meno importante è il nostro bagaglio culturale, solo conoscendo la tour Eiffel si può rilevarla come soggetto in questa serie di foto.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

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