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Fotografia: Regole… Non regole… ? (prima parte)

Fotografia: Regole… Non regole… ? (prima parte)

Di Giorgio Rossi.

 

“Nel comporre una fotografia per avere ottimi risultati bisogna attenersi alla regola dei terzi!”

“Perché non i quinti o la spirale aurea di Fibonacci?”…

Mentre si discute animatamente di ciò s’alza una voce, definitiva, a redimere la questione:

“Si devono conoscere bene le regole per infrangerle!”

A ben vedere è una affermazione del Dalai Lama, che in gioventù era anche un ottimo fotografo, detta così è fuorviante. Infatti pare abbia detto: “ Dobbiamo imparare bene le regole, in modo da infrangerle nel modo giusto”  (in quel “modo giusto” c’è grande saggezza).

 

 

Esistono regole in fotografia?

Quante volte avete letto o discusso di quanto sopra? Si è giunti ad una conclusione accettabile? Penso sempre che se non si trova risposta ad una domanda è perché la domanda è posta in modo sbagliato. Riguardo regole dei terzi e succedanei. Hanno una qualche valenza in disegni o dipinti.
Lì si parte da un foglio bianco.

Noi s-fortunatamente abbiamo per lo più un qualcosa di già strutturato davanti all’obiettivo, costringerlo in una regola geometrica è assai difficile, spesso per farlo si dovrebbe spostare un qualcosa di inamovibile o cercare un’inquadratura inesistente e impossibile. OK. Passiamo alla faccenda di conoscere le regole per ignorarle. Beh se qualcuno ci dice esattamente cosa sono queste regole potremmo impararle, conoscerle, ignorarle.

Preferisco pensare alla fotografia come a un motore. Non mi importa nulla delle precise regole fisico/chimiche che presiedono al funzionamento di un motore, è argomento che interessa scienziati, ingegneri, meccanici. A me come guidatore interessa che il motore funzioni.

Questo è forse un punto interessante: una fotografia funziona? Non funziona? Forse si può stabilire, se si definisce un ambito di intervento e un target. Dividendola in un certo senso e molto largamente per generi.

 

La Fotografia famigliare

Il ritratto della zia Carolina funziona se i famigliari la riconoscono, e magari serve anche a ricordare loro un evento, una situazione. Fuori dall’ambito famigliare il fatto che rappresenti la zia Carolina è assolutamente ininfluente. Può essere interessante per altri motivi.

 

La fotografia pubblicitaria/ documentazione/ reportage

Specie sulla prima si è indagato molto. Serve a vendere. Se vende il prodotto, funziona, altrimenti no. Per funzionare deve essere in genere evidente il “messaggio”, deve arrivare ad un utente preciso, un target. Evidentemente vi sono regole per farla arrivare a destinazione, sono attinenti al processo di lettura e decodifica di un messaggio. Il processo di decodifica è stato studiato dal punto di vista scientifico e psicologico.

Ovviamente se di norma una fotografia viene decodificata in un modo, vi sono dietro regole che per la codifica possono essere vantaggiosamente seguite. Tale decodifica non può e non deve essere soggetta a troppo ambigue interpretazioni. Così è.

Dalla fotografia si capisce che quest’olio di oliva è buono? Se viene acquistato vuole dire che si capisce. Spesso tale genere di fotografia è accompagnato da un testo, viaggiano a braccetto. La fotografia di documentazione e reportage ha principi di funzionamento per alcuni versi simili a quelli della fotografia pubblicitaria. Una cartolina del Colosseo è auto-evidente. È la pubblicità del Colosseo, anche se allo stesso momento è documentazione. Probabilmente verrà considerata più o meno banale.

Nei reportage per lo più la fotografia serve ad avvalorare un testo scritto.

 

La fotografia “artistica”

È l’esternazione più o meno tangibile, concreta, di un sé, di un intima percezione. È, o dovrebbe essere rappresentazione pura, toccare corde diverse, lontane dalla documentazione del reale. Può essere ambigua e spesso lo è. A volte (se sincera e non mistificazione) è un parto con doglie, può forse venire decodificata solo da chi è in sintonia con modo di essere dell’autore. Questione di sensibilità vicine, che arrivano a toccarsi, intrecciarsi.

Può tranquillamente sovvertire i meccanismi di codifica normali, non essere affatto auto-evidente. Non è detto che funzioni con tutti, che possa e voglia sempre arrivare a tutti. Sarebbe come uscire nudi in piazza, roba da picchiatelli.

Ma cerchiamo di andare oltre, di arrivare a una qualche concezione unificante che comprenda possibilmente ogni “genere” di fotografia. Essendo la fotografia una sorta di linguaggio si basa tra le altre cose anche sulla condivisione di un bagaglio culturale. Non è detto che una fotografia che viene facilmente letta e compresa nella nostra area geografica/culturale, sia compresa in altre aree.

 

Al di la del funziona/non funziona, cerchiamo di analizzare i meccanismi di funzionamento della percezione visiva.
Stiamo addentrandoci in un territorio orrendo, l’approccio semiotico, scientifico e psicologico alla comunicazione visiva.

Dietro la curva inizia la salita, arranchiamo sui principi della psicologia della Gestalt…

Non voglio tediarvi con un riassunto, chi è animato di buona volontà può approfondire.

Si tratta di studi scientifici iniziati attorno al 1930 dunque non tanto psicologia ma veri e propri esperimenti, scientifici. Non è facile evadere i principi dei meccanismi della visione. Almeno non del tutto. Sono tremendamente radicati in noi. Sono in parte istintivi, in parte appresi. Pensate al peloso omino delle caverne. Quando usciva di “casa” iniziava immediatamente a guardarsi attorno, e senza saperlo seguiva già alcuni meccanismi teorizzati dalla Gestalt. Riusciva immediatamente a distinguere la figura dallo sfondo, la tigre dalla foresta.

Ciò avveniva ed avviene di solito del tutto inconsapevolmente.

Partendo dalla Gestalt continuano studi interessanti resi possibili anche da moderne tecnologie, come l’eye tracking. In pratica una camera cattura il movimento dell’occhio da 30 a 2mila volte al secondo, registrando in molto preciso i movimenti dell’occhio nell’osservare un’immagine.

La lettura, interpretazione e comprensione di una fotografia avviene rapidissimamente, ma può essere suddivisa in più fasi. In una prima fase avviene una sommaria lettura d’insieme, segue una fase analitica dei singoli elementi, simile alla scansione di una immagine con uno scanner. Avviene dall’alto in basso, da sinistra a destra. Segue una fase di elaborazione dei “dati” acquisiti anche in relazione al nostro bagaglio culturale ed esperienziale.

Gli elementi percepiti non hanno tutti un identico valore, ma un valore gerarchico nella sequenza di riconoscimento percettivo.

1° La presenza di un uomo o un animale,

2° La presenza di manufatti dell’uomo,

3° La presenza di elementi comunque viventi, come le piante, 4° la presenza di altri elementi non animati.

Va detto che certi elementi hanno un’importanza talmente rilevante nella lettura di un’immagine da essere percepiti ancora prima che avvenga la fase di scansione. Dopo la fase di percezione di “singoli” presenti in un’immagine il cervello attua istantaneamente una più approfondita elaborazione del “tutto”. Il cervello riesce rapidamente a prendere coscienza e ad accorgersi delle relazioni, anche simboliche, che intercorrono tra i singoli elementi che compongono l’insieme.

 

 

Provate a osservare l’immagine del candelabro con due mele… con tutta probabilità l’avete vista come un ‘insieme di singoli elementi e l’avete interpretata come un insieme attribuendo all’immagine un significato simbolico. Ora un altra immagine, assai simile, salvo che ho usato delle clementine. La leggete in identico modo?

OK, ma occorrono studi del genere per scattare una foto decente? Beh in parte possono essere utili, specie nel produrre una immagine a uso pubblicitario o una pagina web nella quale si desidera che l’utente rimanga a leggere e non fugga immediatamente su un altra pagina.

In parte il fotografo è aiutato dalla propria sensibilità e dal fatto che certe percezioni sono “quasi” istintive, dato che è sempre difficile separare l’istintivo dall’appreso. Forse è crudele, ma non tutto può essere appreso.

Quello che percepisce e registra il fotografo in un click, è quello che l’osservatore dell’immagine finita vedrà. L’inquadratura è tutto.

Poi con crop o elaborazioni di gamma totale o colore si può un poco migliore la situazione ma quello che in una fotografia non c’è non può essere inventato se non barando.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

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