Fotografia: Nel silenzio generale è deceduto l’osservatore normale

Recentemente ho messo in ordine quello che mi è rimasto di riviste di fotografia comperate a partire da molti anni or sono, quando intorno al 1971 ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia. Me ne sono rimaste poche, avevo già fatto una feroce selezione e buttato la zavorra, quelle che mi sono rimaste contengono articoli che ritenevo per qualche ragione interessanti. Non so se venderle o buttarle, penso che ai miei figli non interesseranno. Non voglio che i miei figli in futuro abbiano a che fare con l’ingombrante lascito di un accumulatore foto-compulsivo compulsivo.

Tuttavia nel metterle in ordine per data di uscita non ho potuto fare a meno di aprirne qualcuna, di tornare a sfogliarla, forse anche per avere una verifica se quello che ritenevo interessante allora lo è ancora, naturalmente per me.

Di riviste fotografiche del tempo che fu, della loro importanza nella diffusione della cultura fotografica ho parlato in un articolo del 11/07/2021. Ritorno sull’argomento, cercando di inquadrarlo con un ottica diversa, più grandangolare. Non credo di essere caduto in nostalgia compiendo l’operazione riordino.

 

Cafè des Deux Magots, Paris, August 1955 © Richard Avedon

 

La nostalgia (parola composta dal greco νόστος, ritorno, e άλγος, dolore; “dolore del ritorno”) è un’emozione caratterizzata da un senso di tristezza e rimpianto per la lontananza da persone, luoghi cari, cose, eventi, collocati nel passato che si vorrebbe rivivere. Non credo sia nostalgia. Non mi piace essere considerato romantico, tuttal più posso essere decadente, sopratutto per ragioni anagrafiche. Non parlo di sentimenti che possono essere comuni a tutti, ma di sensazioni individuali, pensieri sbilenchi che possono essere condivisi da  persone che con me hanno affinità elettive. È  inutile ri-guardare troppo il passato, meglio cercare di guardare verso un futuro.

Quindi no, nostalgia non è un termine appropriato, nella lingua italiana non credo esista un termine adatto a significare quello che intendo. Ho avuto sempre il pallino di scrivere “precisino” possibilmente non in modo ampolloso. Insomma le parole hanno un peso. Nella lingua tedesca il termine nostalgia non esiste.  Il regista russo Andrej Tarkovskij titolò nel 1983 un suo film “Nostalghia” forse percependo che anche nella sua lingua non esiste un termine omologo. In tedesco esistono due termini: Heimweh (nostalgia di casa) e Sehnsucht.

Mentre il significato etimologico di Heimweh è chiarissimo, quello di Sehnsucht lo è meno. Nell’uso linguistico in epoca altomedievale, la parola Sehnsucht ha uno stretto rapporto con il dolore. Secondo Ladislao Mittner, indica l'”anelito” verso qualcosa di ancora mai attinto. Mentre la nostalgia è il desiderio di riappropriarsi del PASSATO, spesso legato a situazioni ed oggetti precisi, la Sehnsucht è la ricerca di qualcosa di indefinito nel FUTURO.

 

© Irving Penn

 

Si potrebbe tradurre Sehnsucht con “desiderio ardente (Sucht che vuol dire anche ricerca, da suchen (cercare) di vedere (sehen). Un costante desiderio che porta a non accontentarsi mai di ciò che raggiunge o possiede, ma spinge alla ricerca, verso un vedere per conoscere, verso nuovi orizzonti.

Molti anni or sono questa Sehnsucht, che è anche curiosità, veniva soddisfatta da molte riviste, settimanali o  mensili. Oggi si parla spesso di grandi fotografi del tempo passato, si espongono in mostre importanti. Vengono considerati Maestri, Artisti, per loro era lavoro, professione. Solo per fare alcuni nomi, iniziando da lontano nel tempo.

Edward Steichen ebbe da Lucien Vogel, editore del ‘Jardin des Modes e della Gazette du Bon Ton’, l’incarico di  promuovere la moda come arte attraverso la fotografia. Nel 1932 uscì la sua prima copertina fotografica a colori per Vogue, successivamente diventò capo fotografo di Vogue e Vanity Fair. Negli anni’40  Brassaï collaborò con la celebre rivista Harper’s Bazaar.

 

 

Nel 1944 Gordon Parks si trasferì ad Harlem e iniziò a lavorare come freelance per la rivista Vogue. Paris Match consacrò fotoreporter Izis Bidermanas nel 1949 ,affidandogli importanti incarichi, una collaborazione che durerà vent’anni.

Robert Doisneau scattò nel 1950 il “bacio davanti all’hotel De Ville”. La coppia non fu ritratta per caso, Doisneau stava realizzando un servizio fotografico per la rivista statunitense Life.

Nell’estate del 1962 la rivista Vogue commissionò a Henry Cartier Bresson un reportage sulla Sardegna. Lì  trascorse una ventina di giorni, immortalando la gente in senza forzature, preferendo alla nascente, elitaria, Costa Smeralda i luoghi della tradizione: Mamoiada, San Leonardo di Siete Fuentes, Orosei, Cala Gonone, Orgosolo, Orani. In ordine cronologico ecco un breve elenco di celebri fotografi che collaborarono con riviste di moda.

 

Dovima with Elephants, 1955. © 2016 The Richard Avedon Foundation

 

Nell’agosto del 1955  a Parigi Avedon realizzò un servizio con degli  elefanti che facevano compagnia a Dovima, una delle modelle più pagate di Vogue, Servì per mostrare l’ultima collezione di Cristian Dior.

Ovviamente molti degli articoli e dei servizi pubblicati in Italia o all’estero su praticamente tutte le riviste erano dei ben o mal celati articoli redazionali, potevano anche essere un ringraziamento per una pagina di pubblicità, tuttavia nessuna rivista seria vende la prima di copertina. Indicativamente una singola pagina di pubblicità su Vogue costa attualmente 17.800 euro, mentre su Oggi costa 55.000 euro (questi sono i dati trovati sul web).

 

Dovima e gli elefanti con schizzo autografo Yves Mathieu Saint Laurent

 

Tuttavia il costo in edicola di Vogue nel 1986 era di 5000lire, attualmente è di 2,5€.  L’abbonamento per un anno a Vanity Fair, cartaceo e digitale, 42 numeri, è di 39,90€ con lo sconto del 53%  costa praticamente 0,95€ a numero. Meno di un pezzo di pizza al taglio.

Sia quel che sia c’era una ricerca enorme in Vogue e in altri famosi giornali, aveva un costo non indifferente. Tra l’altro Vogue esigeva che il materiale fotografico fosse prodotto in banco ottico minimo 4×5’. Non era solo una questione di perfezione, di ricerca estetica,  di moda. Era attenzione ai cambiamenti  della società, poteva in qualche modo anticipare  evoluzioni di costumi. Era Arte, in qualche modo era rivoluzione , per quanto possa sembrare assurdo da affermare.

Ricerca della Bellezza oltre il fashion, non come apparenza o surface, ma come essenza e come desiderio, avvicinabile e mai raggiunto, come la fata Morgana, che induceva nei marinai visioni di fantastici castelli in aria o in terra per attirarli e quindi condurli a morte.

Oltre a queste c’erano importanti riviste di informazione, politica, cultura, economia, internazionali. Come Life, Time, Epoca, l’Espresso e altre. Alcune hanno chiuso i battenti, altre sopravvivono. Queste riviste cercavano,  cercano o dicono di cercare, la Verità. Un’Araba Fenice, che risorge ogni giorno diversa, a seconda di come tira il vento. Anche in questo settore operarono famosissimi fotografi. Forse a rivederne le foto si sarebbe meno tifosi di una o un altra odierna fazione.

 

Credit/courtesy: © Time-Life, AP / Henri Huet. Copertina del primo numero di febbraio di LIFE Magazine.

 

Il lettore/osservatore delle riviste “Bellezza” e delle riviste “Verità” spesso non sapeva nulla dei fotografi che avevano realizzato i servizi, ne leggeva il nome  sotto il titolo del servizio, poteva anche capitare che il nome del fotografo non venisse nemmeno citato. Insomma era quelli che chiamo “l’osservatore normale”, non era per lo più esperto di fotografia. Le riviste di fotografia facevano da ponte, spiegavano a chi fosse interessato alla fotografia chi fossero li autori. L’osservatore normale si nutriva di immagini, costruendosi giorno dopo giorno la sua cultura visiva.

Viviamo in una società delle immagini che viene osservata con lente d’ingrandimento da studiosi vari, ricavandone considerazioni molto interessanti, spesso complesse. Non bastasse la fotografia analogica e quella digitale  Da qualche tempo si sono aggiunte le immagini AI.

Semplificando al massimo. Guardate le fotografie di famiglia che stanno lì su mobili e scaffali di casa vostra. Stanno lì ferme, potete non osservarle ogni giorno, poi quando vi va tornare ad osservarle, sono ferme lì. Guardata un vostro album di famiglia, o sfogliate una rivista, richiudete, ritornate a vedere dopo 50 anni, le foto stanno sempre lì ferme. Le immagini che troviamo sul web, lo sappiamo tutti, sono liquide, non stanno ferme, scorrono. Tornate a cercare la stessa immagine dopo 5 minuti, è sparita, annegata nel buco nero che assolbe tutto come una gigantesca cloaca. A volte siete voi a scorrere, passando davanti a una qualche immagine pubblicitaria mentre prendete la metro.

 

© Giorgio Rossi. Bella o Buona?

 

È il paradosso dell’attuale società delle immagini. Cerchiamo di orientarci in una overdose iconica che porta ad una inevitabile, involontaria, iconoclastia. Non siamo noi a decidere cosa vedere, cosa salvare dal rogo. È il caso a decidere cosa vediamo. Comunque tranquilli, le immagini colpiscono la retina, tuttalpiù ci sfiorano emotivamente, basta chiudere un attimo gli occhi e tutto passa, niente resterà veramente in memoria, niente diverrà bagaglio visivo. Capita che per orientarci nel caos cerchiamo di tenerci stretti a una zattera di salvataggio.

Passiamo dall’interesse per l’immagine all’affetto per l’autore, che sia un fotografo conosciuto, di una certa rilevanza o un caro amico poco cambia, lo coccoliamo e lui coccola noi. Nel fotografo c’è un cambio di focus, non desidera più parlare fotograficamente all’osservatore  comune, il target da colpire si restringe ai possibili followers, ai carissimi amici. Si è instaurato un circolo vizioso che non permette alla Fotografia di elevarsi, è in stallo, rischia di precipitare in un vorticoso avvitamento.

La fotografia ormai è motivo di un disquisire sterile e ripetitivo, tra appassionati, tutti fotografi, non una possibile ricerca di dialogo visivo con osservatori comuni. È più o meno quello che sta accadendo ormai da anni in politica.

 

© Giorgio Rossi. Ghirresca riminese

 

Attualmente il “partito del non voto” rappresentando la scelta di quasi il 40% del corpo elettorale. L’Art. 48 comma 2 Costituzione italiana recita: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.” Se ne può discutere. Sta di fatto che nessuno obbliga l’osservatore comune a cibare la mente nutrendola con fotografie. Come in politica nessuno si occupa veramente di cercare di ricuperare il partito del non voto, così pochi si occupano in fotografia di attrarre il comune osservatore. Se qualcuno lo fa è più per business che per diffondere cultura fotografica. Con la cultura si mangia.

Il problema cultura viene studiato da anni, non a caso in TV i programmi più gettonati vertono su cuochi e mangiare, il “panem nostrum quotidianum”. Ovviamente non mancano i “circenses”: Uomini e donne, Beautiful, l’Isola dei famosi, il Grande fratello, il litigatoio delle 8,30… uno dei risultati dell’interesse alla cultura è questo, ma a parlarne mi sembra di cadere in luoghi comuni.

Si è acceso recentemente un dibattito sull’inserimento di un nuovo articolo, il 13-bis alla legge sulla stampa. In fondo l’inserimento del nuovo articolo sarebbe solo un atto formale, diciamo così, preventivo e intimidatorio rispetto ad una situazione di auto-censura già in atto. Ormai da anni riviste e giornali stanno attenti a quello che pubblicano.

Un conto è dire certe cose nel corso di un litigatoio televisivo, altra cosa è scriverle. Verba volant, scripta manent. Asseverare ciò che viene scritto con servizi fotografici può essere rischioso. Mai come in questi tempi la fotografia di una pipa, coram pupulo, è reputata una vera pipa. Non stupiamoci se molti reportage fotografici  di “denuncia” trovano raramente  giornali disposti a pubblicarli. Del resto anche le riviste Arte-Bellezza non  sono più libere come lo erano intorno agli anni 60-80. La normativa in tutela della privacy, e le oscillazioni del comune senso del pudore hanno modificato il modo di fotografare e di pubblicare.

Da più parti ho letto che a scuola lo studio dell’Arte dovrebbe comprendere una introduzione  alla cultura fotografica e alle arti visive, anche se fosse non credo cambierebbe lo stato delle cose. Non so se alla continua moria dell’osservatore si possa in qualche modo portare rimedio, se vi possano essere bombole di ossigeno atte a salvare chi ancora è salvabile. Non so se almeno prendere coscienza della situazione ed agire per quanto possiamo nel  nostro piccolissimo, possa essere un piccolo passo in avanti.

Mi viene in mente Amarcord, la scena della nebbia.

“Dov’è che sono. Mi sembra di non stare in nessun posto. Ma se la morte è così, non è un bel lavoro. Sparito tutto: la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino… Te cul”

…Ma se la fotografia oggi è così… Te cul!

 

© Giorgio Rossi. Ci vuole un fisico bestiale

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

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