Fotografia: io guardo, tu guardi… gli sguardi

E niente, mal di testa, febbiricina, naso che sembra un rubinetto aperto che gocciola. What a Monumental Mismatch! Rumore tipo ronzio nella testa e pensieri disallineati più che mai. Eppure ho in mente un argomento interessante, vastissimo.

‘Gna posso fare!’… Beh ci provo lo stesso.

 

© Dennis Ziliotto

 

Si parla sin troppo spesso della fotografia come linguaggio, assimilandola al linguaggio scritto ed è, secondo me, fondamentalmente sbagliato. Meglio parlare di comunicazione non verbale.

Eppure nella estrema sintesi di uno scatto ci possono essere tantissime parole e pensieri dentro una fotografia, affastellati uno sull’altro. Ma cos’è questa comunicazione non verbale?

La comunicazione non verbale è la trasmissione di informazione tramite segnali non verbali di diverso tipo, come per esempio le espressioni facciali, i gesti, gli sguardi, la distanza tra gli interlocutori e l’intonazione della voce.

La comunicazione non verbale può offrire delle informazioni aggiuntive alla comunicazione verbale, come quelle che riguardano lo stato d’animo del soggetto e l’intenzione del messaggio (per esempio far ridere o esprimere ironia). Nel corso di un dialogo, i soggetti trasmettono dei segnali che vanno oltre il significato semantico delle parole pronunciate e che possono fornire ulteriori indicazioni, utili alla comprensione e all’interpretazione del messaggi.

Spesso le fotografie sono una trasposizione in immagine di una comunicazione non verbale, accade più frequentemente quando nella inquadratura sono inseriti soggetti viventi. Spetta a loro trasmettere tali comunicazioni. Compito del fotografo è raccoglierle, intuirle a volte, altre volte crearle in collaborazione col soggetto ripreso, e trasferirle in una fotografia.

Il linguaggio della comunicazione non verbale può essere appreso? Certo che sì, è un apprendimento e un arricchimento che inizia poco dopo la nascita. Appena nati i bambini ci vedono malissimo, hanno una visione sfuocata, non conoscono il mondo nel quale sono precipitati. Eppure è già importante che la mamma gli sorrida da vicino, vedono forse solo una sorta di smile, ma imparano a riconoscerlo.

 

© Dennis Ziliotto

 

Poi crescendo tale apprendimento si approfondisce, si allarga alla mimica di tutto il volto, ai movimenti del corpo. A volte, in dialoghi per assunzioni, chi esamina si basa per l’assunzione più su ciò che trasmette non verbalmente nella postura chi risponde a una ricerca personale che sulla risposta a domande.

Praticamente il linguaggio della comunicazione non verbale è l’unico linguaggio universale, permette una comunicazione empatica che prescinde da ogni cultura. Se guardiamo un aborigeno cannibale in modo gentile se ne accorge di sicuro, magari ci risponde con un sorriso oppure capisce che siamo buoni e indifesi e ci mette in pentola.

Se facciamo vedere un ritratto scattato da  noi a una qualsiasi persona, indipendentemente dall’ambito socio/culturale in cui vive, la decodificherà in modo sufficientemente appropriato. La comunicazione non verbale può essere appresa?

Certo che sì, se si vuole diventare un bravo attore è indispensabile apprendere a gestire i propri movimenti, il proprio sguardo, la propria mimica facciale.

 

De Sica, Merlini. Non ti conosco piu. 1936

 

Imparare a calarsi in una situazione e viverla  ed esprimerla  come reale, anche se tutto o finto in un film.
Ho trovato un video molto carino a proposito degli sguardi tratto dal film “L’amore non va in vacanza” il video è stato realizzato da Bruno Malasomma che ha collaborato come tecnico  con moltissimi autori e cantautori noti. Potete considerarlo come una sorta di “Bignami” degli sguardi nei film.

Malasomma, da piacevolissimo romantico, nel realizzare il video ha preso come colonna sonora una celebre canzone di Mimmo Locasciulli, “Dicembre”, e l’ha commentata con il montaggio di scene tratte dal film.

Ovviamente rispetto al film nel video  tutto è sintetizzato al massimo ma comunque  video o film ci cadiamo dentro, siamo immersi, tutto scorre fluido e naturale. Gli attori sono bravi, ci coinvolgono, non andiamo minimamente a pensare a quanti “ciack”, a quante inquadrature staccate e ricomposte, campi e controcampi,  siano state necessarie per realizzare una scena di pochi secondi di dialogo, a quante persone si siano aggirate intorno alla scena che l’operatore stava riprendendo.

Della comunicazione non verbale  hanno capito l’importanza da alquanto  tempo anche i nostri politici. Fate una piccolissima prova. Sulla stringa di ricerca di Google scrivete: Salvini mimica facciale. Poi cercate su immagini. Mica solo mimica facciale. Come gestisce il dito puntato Salvini nessun altro!

 

 

Ok? dunque nei ritratti. Spesso lo scatto è uno scatto semplicissimo, l’inquadratura col soggetto al centro, l’ambiente a volte è essenziale, può essere caratterizzante una situazione ma può anche essere un ritratto su sfondo nero o bianco.

Il soggetto guarda l’obiettivo o il fotografo, nel risultato finale è il soggetto ritratto a guardarci direttamente. Il fotografo è sparito dietro le quinte.

Osserviamo i ritratti di Picasso, li riteniamo interessanti perché sappiamo che è lui, non fosse lui forse molti ci apparirebbero insignificanti o quasi.

 

Pablo Picasso

 

Uno è particolarmente ben costruito. Picasso indossa la sua classica maglietta a rigone, i palmi delle mani aperti a destra e sinistra (mostrare i palmi delle mani nel linguaggio del corpo significa non aver nulla da nascondere) sono come un cannocchiale che dirigono lo sguardo dell’osservatore verso il suo volto. Il suo sguardo è intenso, dritto nell’obiettivo,al momento dello scatto  dietro l’obiettivo c’era nascosto il fotografo, l’obiettivo faceva da mediatore ottico.

Molto intenso è anche il ritratto realizzato dall’artista e fotografo Michel Sima a Picasso. Qui a guardare l’osservatore ci sono anche gli occhi della civetta. Osserviamo una foto di Jenna Ortega, dove è il suo sguardo? Evidentemente ha ricevuto un messaggio impressionante tramite whatsapp o altro, insomma qualcosa è successo.

 

© Jenna Ortega. Scream

 

Oltre alla mimica facciale basta un minimo di direzionalità dello sguardo per suggerire qualcosa. Pochissimi gradi di differenza nell’angolazione dello sguardo determinano una differenza enorme.

Osserviamo che splendido gioco di sguardi c’è in questa foto che ritrae Lilia Silvi, Amedeo Nazzari e Vivi Gioi in “Dopo divorzieremo”(1940). Tutto ciò ovviamente non è per nulla casuale.

La gestione dello sguardo è stata anche approfondita psicologicamente.

 

Lilia Silvi, Amedeo Nazzari e Vivi Gioi. Dopo divorzieremo. 1940

 

Avete in mente quei ritratti pittorici o fotografici che vi danno l’impressione di essere seguiti, quasi perseguitati  dallo sguardo del soggetto ritratto? Lo chiamano “effetto  Monna Lisa”, anche se in effetti importanti studiosi hanno appurato che proprio nella celebre Gioconda non c’è l’effetto Monnalisa!

Questa sensazione un po’ inquietante si ha solo quando gli occhi dei protagonisti di ritratti e foto sono puntati in una direzione compresa in un angolo di 5° da entrambi i lati, rispetto al centro. In questo intervallo del campo visivo, infatti, tutti noi siamo in grado di percepire se una persona ci sta osservando, anche se non la guardiamo direttamente.

Curiosamente, a detta di un team di ricercatori dell’Università di Bielefeld, in Germania, gli occhi di Monna Lisa non darebbero affatto l’impressione di seguire gli spettatori, ovunque si trovino nella stanza.

Come raccontano i ricercatori sulle pagine di i-Perception, lo sguardo della donna sarebbe diretto in un un angolo di osservazione che si trova a 15,4 gradi a destra dello spettatore, ben al di fuori dell’intervallo in cui che le persone normalmente percepiscono che qualcuno li stia osservando.

Tuttavia è scientificamente appurato che una differenza anche di pochi gradi nell’angolazione di uno sguardo in una fotografia possa generare sensazioni assai diverse nell’osservatore.

Oltre a ciò è evidentemente importante la mimica facciale, l’espressione del volto. Meglio saperlo che non saperlo, magari tenendone conto riusciremo a fare ritratti più interessanti.

 

© Dennis Ziliotto

 

Dello sguardo nei ritratti fotografici ho parlato con Dennis Ziliotto, espertissimo in ritratti in banco ottico, con l’antica tecnica del collodio umido.

Mi ha detto:

“Lo sguardo è un elemento cruciale nella fotografia. Il modo in cui lo sguardo è posizionato all’interno di un’immagine può influenzare la composizione, l’equilibrio visivo e il messaggio emotivo della foto. Un ben posizionato sguardo può catturare l’attenzione dello spettatore e guidarne il percorso visivo attraverso l’immagine.

Lo sguardo può essere utilizzato per creare una connessione emotiva con il soggetto fotografato o per comunicare un messaggio specifico.

Ad esempio, uno sguardo diretto e intenso può trasmettere un senso di sfida o di connessione emotiva, mentre uno sguardo rivolto verso un punto specifico può creare un senso di direzione o di curiosità.

Inoltre, lo sguardo può essere utilizzato per creare una narrazione all’interno della fotografia. Posizionando lo sguardo di una persona verso un altro soggetto o elemento all’interno dell’immagine, si può creare una storia o una relazione tra i soggetti. Lo sguardo è importante nella fotografia in tutte le sue varie tecniche perché può influenzare l’impatto emotivo e narrativo dell’immagine.”

 

© Dennis Ziliotto

 

“Ci sono tecniche che enfatizzano lo sguardo più di altre (come nel collodio umido sopratutto con soggetti con occhi chiari) ma sempre e comunque lo sguardo cattura e racconta. Io posso dare delle indicazioni, cercando di impostare la sguardo, ma in ogni caso al 99% lo sguardo lo da il soggetto, guardo in ogni caso alla totalità dell’immagine,  Lo sguardo cambia cento volte in pochi secondi.”

Per Ziliotto ogni scatto è una esposizione unica e irripetibile, un momento  di posa che può durare anche qualche secondo.

Dopo ogni scatto va sviluppata la lastra e  sensibilizzata una nuova lastra e oltre a costare non poco crea un intervallo nella sessione di ritratto che potrebbe spezzare l’intesa empatica venutasi a creare tra il fotografo e la persona ritratta.

Diversamente è accaduto per esempio ad Avedon ritraendo Marilyn Monroe in un fugace istante  intermedio tra uno scatto e un altro. L’attrice per un attimo si rilassa, esce dall’auto-rappresentazione tipica dell’organizzazione voluta da fotografo e modella per una sessione di ritratti, si mostra sola, persa nel suo sconcertato disincanto.

 

© Richard Avedon. Mariyln Monroe

 

Quello dello scatto nel momento intermedio può essere un escamotage utilissimo, sicuramente da provare, specie se il soggetto ripreso è timido o poco rilassato.

Ogni scatto, sopratutto in fotografia analogica, quando il rumore del click era ben avvertibile, magari sottolineato dal rumore di una ‘flashata’, era un momento di catarsi. Conduceva ad una possibile evoluzione, nella postura, nello sguardo.

Tutto ciò è bel evidenziato nella scena del provino di Renato Pozzetto, tratta dal film “Sono fotogenico” di Dino Risi.

Si racconta che a quei tempi il fotografo furbetto non metteva inizialmente il rullino nella fotocamera, avrebbe sprecato pellicola nel ritrarre la ragazza della porta accanto. Doveva far finta di scattare per dare tempo alla modella di ambientarsi e mostrarsi più disinvolta. Attualmente  scattando in digitale tale problema è risolto alla radice, la scheda SD potete metterla già all’inizio di una sessione di shooting. Anzi è bene metterla, hai visto mai che presi emotivamente dalla difficoltà tecniche di ripresa ci si scordasse di inserirla nella fotocamera.

Va detto che spesso tali scatti servono  a provare un obiettivo o una fotocamera in occasione di un open day, non sono occasioni fotografiche di enorme importanza.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Dennis Ziliotto

 

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