Fotografia: Il Rapporto col Tempo, il Rituale, la Città dei Vivi e la Città dei Morti

Si discute spesso se la fotografia possa essere un arte al pari di tutte quelle che sono riconosciute tali. A me interessa più approfondire certe peculiarità che rendono la fotografia una esperienza unica, peculiare, diversa da qualsiasi altra esperienza artistica o meno.

Uno di queste peculiarità è sicuramente il rapporto con il tempo. L’ho scritto varie volte in passato, la fotografia riprende l’attimo, il presente, e mostra solo il passato. In qualsiasi arte non esiste uno specifico rapporto col tempo. La collocazione nel tempo di un evento, il suo evolversi, il reale, in un film sono pura invenzione. Anche se ci sono a proposito atteggiamenti opposti.

 

© Giulio Limongelli. Una cartolina da Nidri. (Isola di Skorpios. Grecia)

 

Luchino Visconti non avrebbe sopportato in un suo film un vaso con dentro fiori finti, al contrario per Federico Fellini potevano tranquillamente essere finti, di plastica. Il transatlantico Gloria N. in “La Nave Va” è una metafora, diventa un’immagine del mondo in cui ci troviamo sempre più stretti.

Ne scrive Italo Calvino in una recensione del film. La nave che affonda è il grande mito del nostro secolo, e come in tutti miti sappiamo già dall’inizio come andrà a finire, la nostra partecipazione consiste nel modo d’identificarci con questa storia.

Il mare è finto, la corazzata è una sagoma, tutto il film è stato girato in studio. Perché, allora, il pubblico accetta? Mi sono risposto che la verità delle sue immagini s’impone allo spettatore con l’evidenza di un sogno”.

Ben raramente, solo in frangenti assai particolari, in una fotografia ci sono tempo a disposizione e i mezzi, anche economici, per realizzare una inquadratura nella quale tutto quello che viene ripreso è rigorosamente inesistente e al contempoassolutamente reale. Per lo più una fotografia è la rappresentazione di un qualcosa che sta di fronte all’obiettivo. Si può cercare di spacciare una fotografia come documentazione, in realtà è  appunto la rappresentazione di un attimo. In quell’attimo che dura uno scatto tutto quello che sta davanti all’obiettivo viene immortalato, impresso in una memoria.

 

© Giorgio Rossi

 

In un ritratto pittorico non esiste l’attimo, esiste solo la percezione di una essenza che può richiedere giornate di posa prima di concretarsi in un’opera finita. Se si prende un fotogramma di un film e lo si stampa ne risulta una immagine mossa, mai così ben definita come una fotografia. Un fotogramma ha generalmente un tempo di esposizione che oscilla tra 1/30 e 1/60 di secondo.

Nelle reflex, in era analogica, c’era sulla calotta superiore la ghiera dei tempi. Andava da 1sec, a 1/1000. Ah il rumore, anzi la musica, di uno scatto! Non c’era nemmeno bisogno di scattare vere fotografie, bastava azionare la leva di scatto e fare click, per potersi beare di quella musica. Per apprezzare come audiofili esigenti, la differenza tra 1/15, 1/30 e 1/125, per distinguere lo scatto di una Leica a telemetro da quello di una Nikon FTn a specchio alzato, da quello di un Nikkormat Ftn con otturatore verticale Copal Square S.

Come non andare quasi in estasi ascoltando il “pianissimo” di un otturatore centrale? Poteva essere indispensabile quel pianissimo. Ahimè non avevo a disposizione una Rolleiflex quando dovetti documentare in un auditorium un concerto di musica contemporanea eseguito da un piccolo ensemble quasi non amplificato.

Al primo scatto eseguito nel corso di un pianissimo del brano musicale, si voltò verso di me mezzo teatro.
Nelle attuali digitali si può impostare lo scatto silenzioso, tuttavia quel rumore è la conferma di uno scatto avvenuto, ci traghetta verso il prossimo scatto. Poi c’era lo sviluppo della pellicola…

Agitazione continua per rotazione o intermittente per inversione del tank? Quante inversioni nell’arco di un minuto? Alla fin fine ogni fotografo seguiva un personale rituale a volte scaramantico, altre volte pura alchimia.  Serviva a consentigli una buona ripetibilità del evento sviluppo. Salvo sempre possibili disastri, la fortuna è cieca, la sfiga ha una mira infallibile.

Poi la stampa del negativo inserito nell’ingranditore, la lotta contro il pulviscolo atmosferico e il pelino ignobile. Altri rituali, le danze delle mani per effettuare delle mascherature. Secondo dopo secondo passava le ore, il tempo diventa fluido.

Il fotografo centellina i secondi, le ore, i giorni, gli anni, senza mai afferrare il tempo  per davvero, quindi continua a far fotografie trattenendo il fiato, nell’illusione di poterlo fermare. Segue sempre i propri rituali, resta un officiante bambino, un Peter Pan pronto sempre a stupirsi.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero Acattolico di Roma. Gatto sulla tomba di Antonio Gramsci

 

Eh sì il fotografo è (o forse sarebbe meglio dire era) un umanide rituale, un sacerdote che officia l’atto fotografico. Pensiamo ad uno scatto su banco ottico, una precisa  e sequenza di azioni. Preparare gli chassis, inserendo al buio la pellicola piana, inserendo il volet di protezione. Posizionare le luci, la fotocamera sul cavalletto.  Aprire l’otturatore, inquadrare il soggetto da immortalare, mettere a fuoco, chiudere l’otturatore, esposimetrare scegliendo diaframma e tempo da impostare, inserire lo chassis, togliere il volet, scattare, inserire di nuovo il volet, togliere lo chassis e avanti verso un nuovo scatto, con calma, dando  tempo al tempo.
Ecco tutto questo oggi, in era digitale, non esiste più. Si prende la digitale o lo smartphone e si scatta, spesso senza curarsi affatto di diaframma o tempo di scatto.

Il rapporto col tempo per un nativo digitale non esiste. Il rituale è svanito, il fotografo non è più un sacerdote depositario di segreti, di una religione, di un etica personale, fatte di fede e speranza e di superstizione. È sostituibile, una persona vale l’altra, siamo tutti fotografi. È un bene? È un male? Vai a sapere!

Tuttavia forse un qualcosa di tutto ciò è rimasto: spesso i fotografi, indistintamente dal fatto che siano nativi analogici o digitali, hanno un particolare rapporto con la vita e con la morte.

È un aprirsi alla “fluidità” a volte vicino allo zen. Forse hanno un animismo più pronunciato rispetto ad altri umanidi, chissà, una convinzione che tutti gli oggetti siano esseri viventi.

I fotografi sono spesso sereni e assidui frequentatori di cimiteri. Del resto sono abituati a immortalare attraverso uno scatto, a consegnare ad una memoria stabile soggetti viventi e non, a rendere eterno e tramandabile  un attimo, un incontro, una circostanza ambientale.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero

 

Nei Paesi Baschi il cimitero sta accanto alla chiesa. Spesso solo un muro, il “fronton” lo divide dal campo di pelota, il gioco sportivo tradizionale. Un diaframma orizzontale divide il mondo dei morti da quello dei vivi e dal paesaggio circostante. Si batte la palla sul fronton, bussa al muro della città dei morti, rimbalza nella città dei vivi.

La città dei morti è speculare alla città dei vivi, come racconta in modo efficiente ed approfondito Italo Calvino in “Le città invisibili

“Ogni città, come Laudomia, ha al suo fianco un’altra città i cui abitanti si chiamano con gli stessi nomi: è la Laudomia dei morti, il cimitero. Ma la speciale dote di Laudomia è d’essere, oltre che doppia, tripla, cioè di comprendere una terza Laudomia che è quella dei non nati.

Le proprietà della città doppia sono note. Più la Laudomia dei vivi si affolla e si dilata, più cresce la distesa delle tombe fuori delle mura. Le vie della Laudomia dei morti sono larghe appena quanto basta perché giri il carro del becchino, e vi s’affacciano edifici senza finestre; ma il tracciato delle vie e l’ordine delle dimore ripete quello della Laudomia viva, e come in essa le famiglie stanno sempre più pigiate, in fitti loculi sovrapposti. Nei pomeriggi di bel tempo la popolazione vivente rende visita ai morti e decifra i propri nomi sulle loro lastre di pietra: a somiglianza della città dei vivi questa comunica una storia di fatiche, arrabbiature, illusioni, sentimenti; solo che qui tutto è diventato necessario, sottratto al caso, incasellato, messo in ordine. E per sentirsi sicura la Laudomia viva ha bisogno di cercare nella Laudomia dei morti la spiegazione di se stessa, anche a rischio di trovarvi di più o di meno: spiegazioni per più di una Laudomia, per città diverse che potevano essere e non sono state, o ragioni parziali, contraddittorie, delusive”.

Quante differenze interculturali tra i cimiteri, tra le città, in Italia in altri Paesi!

 

© Giorgio Rossi

 

In Italia, e spesso in altri Paesi, i cimiteri sono per lo più circondati da mura, hanno un alto cancello a volte chiuso a serratura altre volte a lucchetto.

C’è spesso anche qui un antico centro storico come nelle città dei vivi, con le tombe monumentali di famiglie ricche o nobili. Poi nuove costruzioni, a loculi, identiche a i palazzoni di periferia.

 

 

Mark Twain diceva: “I cancelli attorno ad un cimitero sono stupidi, perché quelli all’interno non possono uscirne e  quelli al di fuori non desiderano entrarvi”.

Tuttavia le distinzioni sociali esistono, le mura pure, forse per paura che i morti escano e invadano la città dei vivi.

Del resto, salvo in Paesi che non hanno una gran storia alle spalle come gli USA, le città sono contornate da mura, perché un cimitero non dovrebbe averne?

 

© Giorgio Rossi. Cimitero Rabat (Marocco)

 

A Rabat (Marocco) c’è il mare, le tombe sono semplici, sembrano vasche da bagno, guardano il mare. Sono passato una mattina e c’era un uomo seduto su una tomba che guardava il mare. Sono tornato varie ore dopo ed era sempre lì, stessa posizione, guardava il mare.

In Marocco per varie ragioni il tempo scorre lento. Ho incontrato dei lavoranti, ho chiesto se era morto un qualche parente. “no no tranquillo – mi ha risposto quello che sorride – ci portiamo avanti col lavoro”.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero di Ghardaïa (Algeria)

 

A Ghardaïa, nel Sahara Algerino, luogo di rifugio degli appartenenti alla setta islamica degli Ibaditi, il cimitero è ancora diverso, contornato da mura ma col cancello sempre aperto, Ci sono costruzioni bianche, tombe di dignitari religiosi, e poi solo sassi, nient’altro.

Tornando in Italia, a Venafro,in quel Molise che non c’è, troviamo in una pianura a ridosso di un monte assai brullo, il Cimitero Militare Francese.

Risale alla fine della seconda guerra mondiale, 1945. La prima parte contiene le tombe dei militari francesi, è posta davanti all’ingresso, attorno alla Cappella che contiene la storia delle battaglie dell’esercito francese. Le tombe sono segnate da lapidi fatte a croce con i nomi, il ruolo del militare sepolto e la data della morte.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero di Venafro (Isernia). Parte mussulmana.

 

La seconda parte del cimitero si sviluppa attorno al Minareto, qui ci sono le tombe delle truppe marocchine e tunisine che hanno combattuto all’interno del contingente francese. In questo caso le tombe sono segnate con lapidi tondeggianti rivolte alla Mecca, come vuole la religione mussulmana. Anche queste lapidi portano il nome, il ruolo e la data della morte del militare defunto. Sono mussulmani che hanno combattuto e sono morti per la liberazione.

Può sembrare assurdo, di solito non ci si pensa, ma il carnevale è probabilmente il miglior modo per esorcizzare la morte. Lo stesso termine “maschera” dovrebbe derivare dal longobardo “maska” che significa “defunto”, “creatura sotterranea e notturna”.

In base a testimonianze scritte, già in epoca romana, la festa dedicata alla dea egizia Iside, sposa, madre e protettrice dei defunti, celebrata anche nell’Impero romano, prevedeva ci fossero gruppi mascherati. La festa del carnevale è una sorta di passaggio, aperto tra il mondo dei vivi e quello dei morti; un passaggio che consentiva una comunicazione tra i due regni.

 

© Giorgio Rossi. Parcheggio e cimitero di Pennabilli (RE)

 

Da tradizioni simili, assai diffuse, nasce nel carnevale di Ronciglione la maschera di Nasorosso. È rappresentato con un naso gibboso e le brache imbrattate… tuttavia questa singolare figura di ubriacone che sale dal mondo sotterraneo delle cantine per portare abbondanza di cibo non si spiega se non si tiene presente quella particolare visione del mondo che la cultura popolare ha espresso nel carnevale, quando la festa era rito agrario di propiziazione della fecondità.

L’offerta di maccheroni a passanti e cittadini in un vaso da notte non ha il significato banalmente fisiologico che oggi le si può assegnare.

L’ambiguo accoppiamento escremento/cibo mostra, simbolicamente, che tra natura in decomposizione e natura vivente si voleva stabilire un profondo legame proprio nel momento della festa, nel tempo in cui la natura è morta e il seme generatore sepolto nella terra deve essere risvegliato in modo che possa ricostituirsi indissolubile il ciclo naturale di morti e rinascite.

Il carnevale, di Venezia o altrove, le processioni dell’Addolorata il venerdì santo, la processione dei serpari a Cocullo hanno origini pagane. È un discorso complesso, esula sicuramente dai limiti di un articoletto.

Vi accorrono i fotografi, nuove figure complementari ai sacerdoti, sono testimoni e cantastorie, a volte non del tutto inconsapevoli di quello che sta accadendo, è comunque un “c’ero, l’ho visto, quindi esiste”.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero

 

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