Eccomi giunto alla terza ed ultima parte del tormentone sulle macchina fotografiche che potreste trovare in casa vostra, eredità di un nonno o, per fotocamere, più recenti di un papà. Sfortunatamente a casa mia non trovai quasi nulla, salvo una Kodak N.2A Folding Autographic Brownie. Eppure mio nonno aveva scattato non poco, avevo trovato in casa una scatola di cartone contenente lastre in vetro di diapositive stereo da lui scattate durante il conflitto della prima guerra mondiale e il visore in legno.
È strano, ho di nonno Gino solo vaghissimi ricordi, eppur nitidi come fotografie. Mi ricordo in braccio al nonno mentre mangio una fetta di pane e miele che cola liquido tra i tasti della sua macchina da scrivere, un nero catafalco Olivetti, scritte in oro, che nelle forme ricordava l’altare della patria. Mi ricordo che mi regalò una mucchetta di plastica rossa che aveva sotto un piccolo serbatoio di gomma, si poteva aspirarci dentro un poco di latte, poi alzando ed abbassando la coda bianca della mucca il latte usciva dalle mammelle. OK, è un ricordo che ha poco a che fare con la fotografia.
Un triste giorno, tornando dall’asilo i miei genitori mi dissero che il nonno era partito per un lungo viaggio. Eppure mi lasciò una eredità che scoprii gradualmente attraverso gli anni che si susseguirono. In pratica tutto quello che mi ha lasciato, una chitarra, delle fotografie, una macchina da scrivere in seguito avrebbe fatto parte importante della mia vita, insieme alla curiosità e giocosità che erano sue doti importanti.

Così iniziai ad interessarmi a fotografi e fotocamere qualche anno prima di avere una mia fotocamera, facendomene imprestare una da amici, poteva essere una Rolleicord o una Comet Bencini, che l’unica cosa che si poteva impostare era la messa a fuoco a stima.
Avevo iniziato a comperare riviste di fotografia, era un periodo di effervescenza. Nuovi fotografi che sarebbero poi diventati famosi, ogni pochi mesi una novità tecnica importante, eppure c’erano ancora vaghi segni delle fotocamere della DDR di Dresda.

La Exakta Varex VX1000 venne prodotta nel 1967 era l’ultima erede di quelle Kine Exakta che già intorno alla fine degli anni’30 avevano fatto da apripista per quello che sarebbe stato in seguito in concetto di fotocamera 35mm reflex. Erano entrate nell’immaginario collettivo grazie al film “la finestra sul cortile”, ambientato nel 1954.
Jeff Jefferies, usava una fotocamera Exakta VX del 1953 Ihagee Dresden per osservare i suoi vicini dal suo appartamento, aiutato nell’esplorazione da un obiettivo Heinz Kilfitt 400mm f/5.6. Insomma mi affascinava quella VX1000 anche perché ero un mancino semi pentito e il fatto che ci fosse una fotocamera con leva di carica e pulsante di scatto a sinistra mi colpì positivamente.

Delle Exakta, delle Praktiflex, delle Contax di Dresda ha scritto moltissimo Massimiliano Terzi, sono articoli interessanti per chi è curioso di saper qualcosa degli albori delle reflex. Molte tra le prime fotocamere giapponesi come le Topcon ( è possibile trovarne una tra i cimeli di famiglia) e le Mamiya adottarono per gli obiettivi l’innesto a baionetta Exakta.
Oggi come oggi le Exakta VX si definirebbero fotocamere steampunk tanto ci sembrano bizarre, ma furono le prime fotocamere a sistema: ottiche e mirini intercambiabili, tra i quali i primi mirini esposimetrici e a pozzetto, soffietto per riprese macro e una infinità di altri accessori.

Curiosità interessante, molte avevano il pulsante di scatto a destra sul frontale della fotocamera e non in alto sulla calotta. Era comodo, aiutava a tenere stabile la fotocamera nell’attimo dello scatto. Insomma stavo iniziando a mettere da parte i soldini per comperarmi una fotocamera ma poi reputai la Exakta RTL 1000 del 1969 una sorta di tradimento. Buona parte delle prerogative delle Exakta VX erano andate perdute. Il nuovo mirino esposimetrico sembrava una copia del celebre Photomic introdotto dalla Nikon nel 1967, che però con la FTN a sua volta copiava le reflex di Dresda. Comunque la strada era tracciata e i requisiti base delle reflex pure, anche se ci vollero anni per raggiungerli: tra i requisiti base, fondamentale, l’esposimetro nel corpo macchina funzionante a tutta apertura e non stop down.
Elencare anche brevemente tutti i brand e le fotocamere giapponesi che arrivarono sul mercato richiederebbe un articolo a sé. Già i nomi dei brand che sarebbero stati importanti anche in futuro, in era digitale, erano scritti. Eppure ce ne sono altri di minori che produssero fotocamere 35mm molto interessanti, come Mamiya, Miranda, Petri, come Cosina, che sembra una cosuccia ma era all’origine di fotocamere dal nome diverso e tutt’ora produce obiettivi ottimi col nome di Voigtländer per Leica a telemetro.
Vediamone le caratteristiche in comune, anche in vista di un loro utilizzo attuale.

Quasi tutte, indipendentemente dal brand, avevano l’otturatore a tendina in tela, per lo più gommata e qui ci potrebbe essere un problema se la gommatura si è rovinata, ma in genere è risolvibile grazie a un buon riparatore se ne vale economicamente la pena ( controllare sempre su ebay l’ipotetico valore della fotocamera). Le tendine erano a scorrimento orizzontale, il tempo di sincro era al massimo 1/60, di solito è marcato in rosso con una X. Scattando si può verificare se più o meno i tempi di scatto sono precisi, questione di orecchio. Se si blocca non insistere o si mette in vetrinetta o, se ne vale la pena, si porta a revisionare e a sostituire la tendina se è il caso.
Ah, per le cronaca, tutti sono estasiati dalla silenziosità delle Leica a telemetro, a confronto una qualsiasi reflex fa un rumore tremendo… ma quel rumore per lo più è causato dallo specchio che si alza al momento dello scatto e poi ricade dopo lo scatto. Se alzate lo specchio prima dello scatto, cosa che su varie come per esempio le Nikon Ftn e le olympus om 1 si può fare, noterete che sono inaspettatamente silenziose.
Importante anche verificare il sottile strato di spugnetta che sta superiormente dietro l’innesto dell’ottica, è facile che si degradi e che l’ammortizzamento dello specchio quando sbatte verso l’alto risulti inefficace. Può essere sostituito molto economicamente. Così dicasi per le sottili guarnizioni di gomma che impediscono alla luce di entrare dal dorso. Per fotocamere di scarso valore economico potete dedicarvi ai fai da te.

Altra verifica importante. Aprire il vano batteria, se dentro non c’è nulla siete fortunati, se c’è dentro una piletta potrebbe essere un problemino, possono fare fuoriuscire l’acido, e se da lì si spande all’interno della fotocamera il danno per corrosione potrebbe essere grave. Molte reflex esposimetri e altri aggeggi fotografici nel periodo tra gli anni ‘60 e i ‘70 usavano le batterie da 1,35 V Mallory PX625… ma vennero eliminate dal mercato perché contenevano mercurio. Che sarà mai un’infinitesima parte di mercurio in una piletta? Beh moltiplicate il danno per tutte le pilette in quasi tutti gli aggeggi fotografici.
Fu una strage. Dopo un lungo drammatico periodo furono prodotte in Cina le WeinCell, così chiamate perché Wein in tedesco vuol dire vino, infatti costavano quanto una discreta bottiglia di vino, ed erano incostanti, ci vollero altri anni e finalmente furono prodotte delle batterie da 1,5 che tramite l’adattatore MR9 prodotto dalla giapponese Kanto Camera service potevano fornire risultati più costanti. L’adattatore non è adatto a tutte le fotocamere, cmq a moltissime.
Se non va bene l’adattatore o se il vano batteria è stato corroso da acidi, per lo più moltissime fotocamere di quel periodo possono tranquillamente funzionare anche senza esposimetro, usando magari un esposimetro esterno più recente, o leggendo l’esposizione con la vostra digitale, o affidandosi alla regola del 16. Per lo più in quegli anni le fotocamere erano rigorosamente meccaniche. Una reflex particolare che mi sono trovato in casa è la Zeiss Ikon Contaflex Super BC, lanciata intorno al 1963.

Otturatore centrale, possibilità di aggiuntivi ottici per riprese grandangolari o tele (abbastanza rari). Molte altre fotocamere, per lo più compatte economiche a mirino galileiano o talvolta a telemetro continuarono a venir prodotte con l’otturatore centrale. Se l’otturatore è rotto è praticamente impossibile trovare pezzi di ricambio, tuttavia sono otturatori robusti, potrebbe anche bastare una pulitina e un poco di lubrificante.
La Contaflex Super BC aveva l’esposimetro TTL alimentato a batteria, sì anche qui la PX 625. Però i tedeschi sono malvagi quindi il vano batteria è dietro uno sportellino a destra sul frontale della fotocamera, e non accetta adattatori. Era dotata addirittura di esposizione automatica a priorità di tempi (il fotografo sceglie il tempo di scatto, la fotocamera sceglie automaticamente il diaframma) una novità interessantissima.

Nel 1965 uscì una fotocamera interessante, purtroppo spesso dimenticata, anche se ebbe un discreto successo e diffusione in Italia, la Konica Auto-reflex. Aveva caratteristiche davvero all’avanguardia, forse non comprese sino in fondo dagli utenti.
Una levetta permetteva di passare dal formato 24x36mm al mezzo formato 18x24mm anche a rullino iniziato. Aveva l’automatismo di esposizione EE, a priorità di tempi, ma non TTL, un occhiolino leggeva la luce esternamente. Divenne TTL nel 1968 con la Autoreflex T. Inoltre era dotata di otturatore Copal Square con lamelle a scorrimento verticale e sincro flash a 1/125. Se si rompe può venire sostituito,farlo non è più facile rispetto ad aggiustare un otturatore a tendina, ma neanche più difficile.
Sono più affidabili nel tempo, se non perdono olio o si seccano oppure si arrugginiscono. In ogni caso se ne vale la pena, il valore della fotocamera va sempre considerato. Vale per qualsiasi fotocamera con otturatore Copal square, fu assai diffuso. È riconoscibilissimo, appena si apre il dorso della fotocamera non si vede una tendina ma si vedono lamelle orizzontali, come una veneziana chiusa. Potete testarlo ad orecchio per verificare se tutti i tempi sono come dovrebbero. Se si blocca fermatevi immediatamente. Se la fotocamera ha un certo valore una revisione dell’otturatore Copal square costa poco, se però è rotto la sostituzione costa assai di più.
La prima fotocamera con tale otturatore fu la Nikkorex F prodotta nel 1965 dalla Mamiya che successivamente ne cedette la produzione alla Ricoh. Il balletto “chi produce cosa e dove” iniziò in Giappone un bel po’ di annetti or sono. La Pentax ES con otturatore elettronico a priorità di diaframmi fu lanciata nel 1971, le prime Nikkormat EL a priorità di diaframma uscirono nel 1972.
Sempre in quegli anni si diffusero varie fotocamere con mirino galileiano o a telemetro, a volte gioiellini stupendi come la Rollei 35, prodotta per molti anni in varie versioni, altre volte di grande successo come la Yashica Electro 35 una serie di macchine che Yashica costruì a partire dal 1966. Fu la prima 35mm con otturatore elettromagnetico a controllo elettronico e dotata di esposizione automatica a priorità dei diaframma.

Già si poteva prevedere un futuro di fotocamere dotate di esposizione automatica a priorità di tempi, di diaframma, e anche Program, la diffusione dell’otturatore Copal square, e fortunatamente il passaggio dalle batterie PX 625 ad altre batterie meno inquinanti e più prestanti, dato che gradualmente andarono ad alimentare molte funzioni tra le quali il pulsante elettromagnetico, l’autofocus, il motore, il display.
Anni prima molte fotocamere erano dotate di un tempo meccanico di salvezza, funzionava anche nel caso morisse improvvisamente la batteria, successivamente intorno a metà anni ‘80 senza la batterie molte diventavano sculture carine, non si poteva farci assolutamente nulla.
Era gradualmente finita un’epoca di fotocamere, stupende. Ognuna aveva un’anima, impossibile nominarle tutte, stilare una graduatoria sarebbe anche ingiusto nei confronti delle non top di gamma e delle molte fotocamere di brand minori. Le fotocamere dell’ âge d’or della meccanica si riconoscono anche ad occhi chiusi, sono pesanti, si sente che sono costruite in metallo, sono più spigolose anche se lievemente arrotondate sui bordi, anni dopo arrivarono corpi fotocamera sinuosi e plasticosi, comprensivi di impugnatura sporgente con pulsante di scatto elettromagnetico. Come detto per capire che otturatore adottano basta aprire il dorso, è facilissimo distinguere un otturatore a tendina da un Copal Square. Una cosa interessante. Guardando i dépliant o gli articoli su giornali d’epoca ogni fotocamera, anche di brand minori era dotata di una infinità di accessori e una gamma di ottiche impressionante che spaziava dal fish eye al super-teleobiettivo

Rovistando tra i cimeli non troverete nulla di tutto ciò. Al più troverete obiettivi universali di varie marche, un piccolo flash, un treppiedino telescopico assai poco rassicurante e qualche filtro. Eh colpa degli importatori in parte, ok che quegli obiettivi originali dovevano essere stati prodotti ma in Italia eravate già fortunati se riuscivate a trovare la terna classica di obiettivi originali: 28, 50, 135mm. Praticamente solo gli obiettivi Nikon e Canon erano quasi sufficientemente diffusi.
Per la mia Pentax spf trovai solo il Takumar 50 e il 28mm. Lessi in una rivista meraviglie di una prova dell’85mm f/1.8 ma evidentemente era stato importato in copia unica per la rivista. Il 20 e 24mm non pervenuti. Quindi niente da meravigliarsi se la fotocamera che avete ritrovato in casa di obiettivi originali ha solo il 50ino.
In compenso si trovavano facilmente a prezzi abbordabili obiettivi universali di varie focali, con innesto Nikon, Canon e passo vite 42, prodotti dalle più svariate marche. Per lo più lato 20 e 24 mm le prestazioni di tali obiettivi erano scarse. Mediocri in genere i primi zoom. Del resto la progettazione con gli attuali mezzi tecnologici è assai più rapida, precisa ed agevole, permette a prezzi più che onesti una qualità a suo tempo impensabile. Con tempo arrivarono anche ottimi obiettivi universali, come i Vivitar serie 1, il Tamron SP 90mm macro ed altri.
Una mezza salvata arrivò da Porta Portese ed altri mercatini sparsi in tutta Italia. Ad un certo punto, penso circa metà anni ‘70 arrivarono banchi di venditori provenienti dalla Russia o dai paesi dell’est.

Tra qualche variopinta matrioska, scatole in legno intagliato, bottiglie di vodka e barattoletti di vetro contenenti presumibilmente del caviale, erano in vendita fotocamere e obiettivi russi e a volte della DDR.
C’era di tutto e di più, dal fotofucile Zenit con Tair 300mm f/4,5 alle Fed, alle Zorky, alle Smena, agli obiettivi passo 39 utilizzabili su leica a vite.
Tra questi comperai un’interessantissimo KMZ Russar 5,6/20 mm, che avvitai con ottimi risultati su una Fed 3. Era senza mirino, era introvabile nelle bancherelle, ripiegai su un mirino revolver per varie focali.

C’erano le Horizont con obiettivo 28mm rotante e angolo di ripresa di 140°, c’erano molti obiettivi passo vite M42 come l’Industar-61 L/Z 50mm f/2.8 macro, lo usai professionalmente per riproduzione di disegni al posto del Micro Nikkor. C’erano lo Jupiter 200mm f/4, di Carl Zeiss Jena Flektogon 20mm (tutt’ora ben quotato), il 28mm f/2.8, e il 35mm f/2,4.
Soffietti e tubi di estensione per macrofotografia, fotocamere 6×6 come le Pentacon Six TL, la Kiev88, copia della Hasselblad 1000. Il suo mirino esposimetrico TTL poteva venire usato sulle Hasselblad.

Un mondo sconfinato del quale ha parlato Massimiliano Terzi in una serata da NOC.
Sulla affidabilità delle fotocamere lasciamo perdere, toccava essere fortunati per alcune, cmq se ne trovate in casa o funzionano ed ok, se non funzionano sono da vetrinetta o fermaporta. Gli obiettivi invece erano molto buoni, per lo più migliori di molti obiettivi universali e a un prezzo davvero stracciato.
Nel video Massimiliano spiega le differenti logiche industriali alla base di quei prezzi. Furono una sorta di rivincita per le moltissime fotocamere passo vite M42 come la Pentax. Comperare analoghi obiettivi Nikon, Canon ecc. a trovarli, sarebbe costato assai di più. È assolutamente possibile che chi prima di voi in famiglia ha praticato la fotografia ne abbia acquistati.

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