Prosegue dalla prima parte

A proposito di fotocamere che si possono trovare in casa, silenzioso lascito di antenati o di più vicini papà, nell’articolo precedente avevo approfondito la Kodak Autographic Brownie.

Le Brownie, di evoluzione in evoluzione, sono arrivate sino agli anni ‘60. Il concetto delle Instamatic è rimasto quello degli esordi “You press the button, we do the rest“. Dopotutto giustissimo così, la Kodak è stata una ditta produttrice di materiali sensibili, per i quali ha dettato innumerevoli formati di ripresa, in seguito adottati da numerosissime fotocamere di altri brand. Alcuni come il formato pellicola 116, leggermente più alto del formato 120, vennero in seguito abbandonati, altri come il 110 usato nelle ultime generazioni di instamatic, derivavano dalla pellicola 16mm. Attualmente viene di nuovo prodotto dalla Lomo. Un altro formato caduto in disuso, il 126 sempre per Instamatic, può essere ricuperato dal 135 usando un adattatore.

 

 

 

La tendenza al formato minimo venne seguita anche in altri Paesi, la spy camera Minox, adottava pellicola 8mm. Prodotta inizialmente a Riga in Lettonia, dal 1937 al 1943, dopo la seconda guerra mondiale, dal 1948, fu prodotta in Germania. James Bond, usò una Minox AIIIs in “Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà”. Uno stupendo gioiellino da rivendere, se lo trovate tra le anticaglie casalinghe, o da tenere in vetrinetta insieme ad altre Instamatic.

Non vedo perché si debbano fare salti mortali per tornare a usare formati di ripresa del genere, cmq de gustibus. Lo scopo dell’articolo è quello di ricuperare fotocamere interessanti, in grado di dare ancora oggi, in modo facile, buoni risultati

 

 

 

Di fotocamere tecnologicamente più avanzate non ne troviamo in America, sopratutto in casa Kodak. Anche se va detto che è stata pioniera nello sviluppo della fotografia digitale. Nel 1975, l’ingegnere Steven Sasson, lavorando per Kodak, creò il primo prototipo di fotocamera digitale, che utilizzava un sensore CCD per catturare immagini e registrarle su nastro magnetico.

Curiosamente la storia di obiettivi fotografici e fotocamere la dettarono sopratutto la Germania, l’Italia e il Giappone, con qualche interessante eccezione in Svizzera con la Alpa e le cineprese 16 e 8 mm Bolex Paillard. Le prime importantissime rivoluzioni tecnologiche vennero dalla Germania, con la Rolleiflex e la Leica, finalmente fotocamere che sono molto di più di una camera oscura o una scatola con soffietto.

 

 

La Rolleiflex fu una linea di fotocamere reflex biottiche (TLR Twin-Lens Reflex) prodotte dall’azienda tedesca Franke & Heidecke, poi divenuta Rollei, a partire dal 1929. La prima Rolleiflex fu concepita da Reinhold Heidecke e Paul Franke ed era pensata principalmente per fotografi professionisti. La macchina montava otturatori Compur e ottiche Zeiss o a scelta Schneider, il meglio che l’industria tedesca potesse offrire a quel tempo. La pellicola utilizzata dalla Rolleiflex era la medio formato 6×6 (12 fotogrammi quadrati di 56 mm di lato su rullo “120”. ho trovato un interessante articolo che può essere utile a datarne l’anno di produzione a partire dal numero di matricola.

Nel 1933 venne introdotta la Rolleicord, sempre 6×6 biottica, pensata per fotografi dilettanti, mantiene  un’alta qualità costruttiva e d’immagine. Qui si potrebbero accendere diatribe tra i possessori si Rolleicord con lo Xenar 75mm f/3,5 e i possessori di Rolleiflex con il Tessar 75 mm, sempre f/3,5 sino a quando arriva chi ha la Rolleiflex col Planar 75mm f/3,5 e sputa in un occhio ad entrambi. Sta per andarsene quando arriva uno con Rolleiflex e Planar 80mm f/2,8 e lo stecchisce. Capisco anche, però secondo me sono un poco fisime.

Credo che per il formato 6×6 sia utile fare ragionamenti diversi rispetto al formato Leica. Il 6×6 ingrandito a 10x produce una stampa di 60x60cm, il formato 24x36mm ingrandito a 10x produce una stampa di 24×36 cm, ovvio che dalle ottiche per questo formato si debba spremere la massima qualità possibile. Insomma fui più che felice quando ebbi in prestito una Rolleicord del padre di una cara amica.

 

 

Però attenzione, le Rollei sono fotocamere del tutto particolari, non intuitive da utilizzare, se ne trovate una del nonno e non sapete come funziona non riuscirete nemmeno ad aprirla per inserire la pellicola. Fortuna che c’è il buon Ryu che ce la spiega

Qui è opportuna un’importante precisazione, proprio perché sono fotocamere tecnologicamente più avanzate e complesse, se ne trovate una nelle vostre anticaglie va trattata con  attenzione. Potreste pensare di trovare un’automobile di quasi cento anni or sono, metterci dentro la benzina e partire per un lungo viaggio? Certo che no.

Se trovate una Rollei, flex o cord non fa differenza, ha in ogni caso un certo pregio, potete farci qualche scatto, giusto per vedere se sommariamente funziona, poi va portata a revisionare. Se durante le prove qualche ingranaggio sforzasse fermatevi prima di danneggiarla. In un altro interessante video Ryu spiega i controlli essenziali da fare su una Rolleiflex.

Qualche controllo lo potete fare tranquillamente voi stessi, sopratutto per capire se gli ingranaggi vari pare funzionino, va comunque portata a revisionare. Attualmente per qualsiasi revisione di qualsiasi aggeggio meccanico, che sia un frullatore, una aspirapolvere o una fotocamera non fa troppa differenza, vi chiedono tra i 25 e i 50€, sempre che non ci siano riparazioni di una certa importanza da fare.

Salvo pochi succedanei europei, inferiori come qualità, ci vollero anni, si dovette attendere al dopo seconda guerra mondiale perché l’industria, sopratutto giapponese provasse a contrastare l’enorme successo delle Rollei. Alcune di queste biottiche si possono dunque ritrovare anche in Italia tra le anticaglie fotografiche di famiglia.

 

 

Una biottica interessantissima e di grande successo fu la Mamiyaflex C, capostipite della serie C, con inizio produzione 1957 e composta dai modelli: C-C22; C33; C220; C220F; C220PROF; C330; C330F; C330PROF.S, ultimo modello della serie, prodotto nel 1983. Aveva il porta ottiche montato su lunghe rotaie e un robusto soffietto incorporato che permetteva la messa a fuoco a distanze molto brevi. Ottica “normale” Sekor 80mm f.2.8 con otturatore centrale incorporato Seikosha MX. Però, udite udite, aveva ottiche intercambiabili, con focali di 55mm, 65mm, 80mm, 105mm, 135mm, 180mm e 250mm. Cosa unica nel settore biottiche (la Rollei produceva versioni particolari con obiettivo moderato grandangolare o tele, però si dovevano comperare tre fotocamere per avere la terna degli obiettivi).

In più aveva, come del resto la Rollei, interessanti accessori, come il mirino reflex. Ovviamente è difficile trovare il casa tutta la serie di obiettivi ed accessori, più possibile, come accadde a mio cognato, è trovare la terna obiettivi 65, 80 e 105mm. Per altro sono ottimi obiettivi, unico problema è che le Mamiyaflex sono degli elefantini. Sull’usato si trovano con l’80mm intorno ai 250€  il che vuol dire che  se ne avete una in casa vale la pena di farla revisionare.

Tra le biottiche giapponesi più semplici un posto di rilievo lo ha sicuramente la Yashica-Mat, una TLR (Twin-Lens Reflex) con avanzamento a manovella, uscita nel 1957. I primi modelli erano dotati di otturatori Copal ed obiettivi Lumaxar a quattro elementi, in seguito ribattezzati Yashinon. Alla Yashica-Mat seguì dapprima il modello 635 e poi la famosa 124G, prodotta dal 1970 al 1986. Aveva l’esposimetro dotato di cellula al CdS – Solfurio di Cadmio (alimentato con una pila a mercurio da 1,35 volt, tipo PX 625, accoppiato ai tempi e ai diaframmi tramite indici meccanici, la pila serviva solo ad alimentare l’esposimetro, per cui i meccanismi funzionano anche senza alimentazione. La Mat ha una buona valutazione sull’usato, vale la pena di farla revisionare.

 

 

La Rolleiflex era dotata di esposimetro al selenio, funzionava senza pile, sfruttando la proprietà del selenio di generare una corrente elettrica quando colpito dalla luce. Questa corrente veniva utilizzata per muovere un ago su un quadrante, indicando il livello di luce e suggerendo i valori di apertura e tempo di posa adatti. Gli esposimetri al selenio sono stati ampiamente utilizzati nelle prime  analogiche, vennero poi sostituiti da quelli al CdS perché col tempo esaurivano in parte o totalmente la proprietà di generare la corrente necessaria a farli funzionare in modo affidabile. Potrebbe anche essere solo un problema di contatti interni, nel qual caso può essere ricuperato. Tuttavia penso non convenga più di tanto dannarsi e spendere per rimetterlo in sesto, meglio adottare un esposimetro manuale esterno.

Nel 1925 a Lipsia venne presentata una fotocamera la vendita parte dal modello Leica I Mod.A, pesava solo 350 grammi e aveva la possibilità di inserire un telemetro per la messa a fuoco nella slitta per il flash. Penso sia inutile ripercorrerne la storia, al di là del mito che tutti conoscono fu la chiave di volta per una rivoluzione della fotografia.

Due caratteristiche per me sono particolarmente importanti. L’utilizzo di pellicola cinematografica 35mm a doppia perforazione , però fatta scorrere orizzontale, non verticale come nelle cineprese, in modo da avere un fotogramma di dimensioni assai maggiori rispetto a quello cinematografico. L’uso di un otturatore a tendina, il che aveva dei pro e dei contro ma attraverso evoluzioni continue negli anni è ancora lo standard per ogni fotocamera formato 24x36mm attualmente ancora prodotta.

In realtà il primo otturatore a tendina in assoluto, chiamato anche otturatore sul piano focale, fu sviluppato da William England nel 1861 e montato sulla Goerz Anschutz nel 1883. Era costituito da una tendina di stoffa che formava una fessura per la luce, si raggiungevano tempi di 1/1000 di secondo, i più rapidi per quel tempo. L’accoppiata Goerz/Anschutz rese queste folding le prime utilizzabili nel fotogiornalismo, certo non era il massimo della portabilità. In ogni caso dubito la possiate trovare tra le vecchie cianfrusaglie di famiglia.

 

 

Quindi le Leica a telemetro, una lunga storia di evoluzioni continue. Basta pensare alla Leica III prodotta dal 1933 sino al 1960, ed ancora nella lista dei desideri di molti. Nel frattempo, nel 1954, una ulteriore svolta importante: con la Leica M 3, arrivò l’attacco a baionetta per le ottiche. Furono anni interessantissimi quelli a partire da poco dopo il 1950 per la nascita di innumerevoli fotocamere, di altrettanti brand, sopratutto giapponesi, diventati poi celebri. L’otturatore a tendina si prestava bene per il formato 24x36mm, assai meno in generale per formati più grandi.

Ci provò la Hasselblad con le F, imitata dalla Kiev 88, ma dovette ripiegare sull’otturatore centrale con la serie C. Solo la Pentax 6×7 risultò vincitrice con il suo reflexone con otturatore a tendina grande come un lenzuolo, però per lo più è adatta a fotografia di paesaggio.

Ottima outsider fu la Mamiya 645, seguita dalla 1000S che permetteva il millesimo di secondo. Però in formato 6×4,5 era già assai più piccolo. Un poco scassona, quando la usavo avevo sempre paura che cedesse la manopola di avanzamento della pellicola e carica otturatore. Fu Introdotta nel 1975 e prodotta fino al 1987. Migliorò assai con la Super. Ebbe un grande successo, le ottiche erano ottime e il costo assai inferiore alle Hasselblad, quindi non è improbabile che un qualche parente ve ne abbia lasciata una. In ogni caso è usabilissima, squindi se ne trovate una vale la pena di farla revisionare. Per il resto le fotocamere con otturatore centrale continuarono a dettar legge in ambito professionale, l’otturatore nel obiettivo aveva i suoi vantaggi.

Il Syncro-Compur è un otturatore centrale noto per la sua precisione ed affidabilità, sincronizza il flash su tutti i tempi di scatto,  attualmente ‘chissene’, dato che in pochi usano il flash su macchine analogiche, però a quei tempi, in studio ed anche per i matrimoni era irrinunciabile. Inizialmente per Leica il tempo massimo di sincronizzazione era 1/30, gradualmente Leica e altre fotocamere arrivarono a 1/60.

 

 

Il tempo di sincronizzazione è il tempo di posa più lungo che può essere utilizzato con il flash mantenendo un’illuminazione uniforme su tutto il fotogramma. Con le macchina dotate di otturatore a tendina se si imposta un tempo di sincro superiore al massimo concesso, marcato in genere in rosso (a volte con una x) una parte dell’immagine risulterà nera perché l’otturatore si chiude prima che il flash abbia finito di illuminare l’intera area. Le fotocamere 24x36mm ricuperarono terreno con l’avvento di fotocamere analogiche dotate di otturatore copal square  a scorrimento verticale si arrivò ad un tempo di sincro di 1/125 e a superarlo. Per questa ragione inizialmente, le 24×36 non furono usate all’interno di studi fotografici, rimasero imbattibili sul campo, nel reportage, inoltre il formato 24×36 diede l’avvio alla realizzazione di ottiche che per formati maggiori erano impensabili.

Eppure per molti anni l’otturatore centrale continuò ad essere utilizzato nel 24×36 anche in fotocamere di un certo pregio, nonostante nessuno le usasse col flash. Era affidabilissimo e permetteva anche la realizzazione di otturatori semplificati come quelli di molte fotocamere economiche, come le Bencini, come tutte le Instamatic.

 

 

Queste fotocamere sono un mare magnum, è assolutamente possibile che ne troviate in casa,  anche di pregevoli, che  tuttavia hanno un valore sull’usato che non giustifica un intervento di assistenza. Per esempio ho una Vitoret DR della Voigtländer a otturatore centrale, è una macchinetta assai carina, buon obiettivo, ha un esposimetro al selenio, non da segni di vita, sull’usato è quotata circa 30€, non vale la pena di farla revisionare… come lei molte altre che potreste trovare in casa, appartenute a parenti più o meno lontani.

Come fare a verificarne il funzionamento? Se il diaframma si chiude al valore che impostate lo potete osservare dalla lente frontale. Il tempo di scatto? Eh il tempo di scatto è la voce di ogni fotocamera, è assolutamente importante imparare ad apprezzarne la musica. Si impostano uno dopo l’altro i vari tempi di scatto, si porta la fotocamera all’orecchio e si fa clic… si ascolta… sentite una differenza tra 1/30 e 1/125? Così giusto giusto per abituarsi alla musica.

Si può verificare assai meglio. Si apre il dorso, si punta l’obiettivo verso una sorgente di luce, si guarda da dietro. Si fa di nuovo clic per ogni tempo di scatto. Così la differenza tra un tempo e l’altro si può valutare anche visivamente, dalla luce che entra al momento dello scatto. È un metodo  valido sia per le fotocamere a tendina che per quelle ad otturatore centrale, approssimativo si dirà, ma cmq indicativo. Se non vedete e non udite alcuna differenza tra uno scatto a 1/30 e un altro a 1/125 c’è qualcosa che non va.

Questo è quanto, per ora… il seguito alla prossima, ultima puntata.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

Voigtlander Vitoret DR

 


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1 COMMENT

  1. Ogni volta che Vi leggo mi viene il “magone” per tanti motivi .
    Forse sono troppo “tenero”..
    Ma stavolta con la scomparsa di G. B. Gardin,
    non ce la faccio proprio , Vi leggerò fra qualche giorno , portate pazienza !!
    Ciao e grazie a Tutti …

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