Una avvertenza prima di iniziare. L’articolo è consigliato ai neofiti, chi da anni è esperto in fotocamere di qualsiasi genere può tranquillamente evitare di leggerlo, anche perché è più piacevole in spiaggia fare altro. Detto ciò è abbastanza diffuso che qualcuno trovi in casa fotocamere, a volte quasi antiche, appartenute al nonno o al bisnonno, altre volte più recenti. Possono ancora funzionare, quanto valgono? Ecco, un punto di partenza interessante è scoprire cosa abbiamo trovato e magari quanto vale, il che non è così semplice come può sembrare.
In molti casi brand e modello della fotocamera sono evidenti, c’è scritto sul corpo macchina. In fotocamere inizio ‘900 non è sempre evidente. Ho dovuto rigirare più volte il corpo di una fotocamera appartenuta a mio nonno, finalmente ho trovato impressa sulla cinghia di cuoio che fa maniglietta la scritta: N.2A FOLDING AUTOGRAPHIC BROWNIE. Aprendola ho trovato sulla slitta che fa da guida al soffietto la scritta Made in Canada, by Canadian Kodak, co, LTD 14034 Toronto Canada.

Vado a cercare sul Web, ne trovo una assai simile, è messa in vendita a 45€, polverosissima in parte sembra arrugginita, in pessimo stato. OK ho capito che non ho trovato un tesoro, la mia non è arrugginita però manca la mascherina intorno all’obiettivo e lo scatto non funziona. Insomma è carina, diciamo esposta aperta in una vetrinetta, inutilizzabile per fotografare, non vale la pena di ripararla.
Il ritrovamento della mia Autographic mi ha però spinto a saperne di più, ho trovato un interessante articolo che ne parla. Ho scoperto dall’articolo che sul piedino che funge da chiusura ma anche d’appoggio quando è aperta, c’è inciso il numero di serie, lo trovo: 640531.
Quella dell’articolo ha numero di serie 109947, dicono che dovrebbe essere stata prodotta intorno al fine del 1916. Scopro anche che prima del 1921 ne vennero prodotte circa 540,000, quindi la mia dovrebbe essere stata prodotta dopo il 1921. Il formato pellicola è 120, per 8 riprese in 6x9cm.

Autographic? Yes, c’è un sottile stilo metallico, si apre una finestrella sul dorso, si scrive sul retro della carta che avvolge la pellicola, tra la carta di protezione esterna e la pellicola c’è della carta carbone. Si lascia per un poco aperta la finestrella. La scritta comparirà successivamente trasparente dopo aver sviluppato la pellicola, tra uno scatto e l’altro. Geniale!
Leggendo l’articolo scopro che la mia Autographic 2A usava pellicola 116, leggermente più larga, le 2C erano per pellicola 130, formato postcard 7x12cm. La Kodak produsse Brownie per svariati formati pellicola, era una Brownie pure quella in bachelite regalatami da mio zio, che utilizzava rulli formato 127, larga 46 mm, per riprese da 4×4 cm a 4x6cm.

In un interessante video di NOC, Massimiliano Terzi, che ne sa una più del diavolo, spiega come ottenere il formato 127 partendo da un normale rullo 120. Il 127 era una via di mezzo che permetteva una qualità amatoriale buona anche se un poco inferiore al 120, continuò a venire prodotto sino all’arrivo del formato 126 Instamatic.
Ho parlato della Kodak Autographic perché era una delle più diffuse in Italia. Sempre Kodak è la piacevolissima Retina, del 1934 davvero un gioiellino, abbastanza diffusa in Italia. Altre ditte produssero modelli a volte molto pregevoli e di conseguenza di valore e prezzo maggiore sul mercato, come la Zeiss Ikon Ikonta 523/2, 6×9, con obiettivo 105. Ovviamente essendo una fotocamera di maggior pregio, potete provarla sommariamente e se è in buono stato anche farla revisionare per usarla. Non desidero fare la storia della evoluzione delle fotocamere, avrebbe poco senso in questo contesto. Piuttosto… Le Autographic, le folding in generale sono solo da vetrinetta?
È abbastanza facile verificare se una vecchia autographic funziona. La levetta che comanda la chiusura del diaframma deve scorre fluidamente, attraverso la lente frontale si può verificare se il diaframma si chiude come dovrebbe.

Dal retro a dorso tolto, soffietto allungato, otturatore aperto, e diaframma alla massima apertura, si può verificare puntandola un poco di sbieco verso una sorgente di luce se ci sono muffe o polvere interne all’ottica. Nel caso è facilissimo svitare la lente anteriore e quella posteriore e pulirle. L’obiettivo è ad otturatore centrale, i tempi di scatto sono solo 1/25 e 1/50, più B con lo scatto flessibile, più la posa T.
La posa T apre l’otturatore ad una prima pressione e lo richiude ad una seconda pressione, quindi come B ma senza scatto flessibile. È facile verificare ad orecchio se c’è una durata di scatto diversa tra 1/25 e 1/50. In molte vetuste fotocamere i tempi di scatto sono leggermene diversi dalle attuali fotocamere.
Sempre dall’interno della fotocamera a soffietto esteso potete cercare di capire se è il soffietto è ancora a tenuta di luce. In ogni caso se vi va di provare ad usare una Autographic dovete indagarla e cercare di controllarla voi stessi. Male che vada finirà in vetrinetta.

Se vi va bene, se tutto pare funzioni? Ah allora dovete provarla sul campo. Comperate un rullino 120, lo inserite nella fotocamera, ed uscite a fotografare, meglio se adottate un cavalletto, ma la potete usare anche a mano libera. Bene con un esposimetro a mano se lo avete, se non lo avete potete usare tranquillamente quello della vostra fotocamera digitale.
Impostando ovviamente sulla digitale gli ISO della pellicola che avete inserito nella fotocamera, e tenendo conto che avete possibilità di scegliere solo 2 tempi di scatto: 1/25 e 1/50. In compenso il diaframma può essere impostato tra la massima apertura di f/ 7,9 ( considerate f/ 8) e la massima chiusura a f/ 22.
L’obiettivo ha una focale di 122mm che sul 6×9 equivale circa a un 45mm su formato 135. Poi portate a sviluppare il rullino, chiedete che se decente vi facciano un provino a contatto. Vale la pena di fare tutte queste faticacce? Se tutto funziona ne vale assolutamente la pena, sarebbe davvero peccato metterla in vetrinetta senza usarla.
Un negativo 6×9 è circa 62,5 volte più grande del 35mm. Per quanto possa essere ottimo e costoso un obiettivo 35mm non sarà mai equivalente a un obiettivo 6×9, specie per quanto riguarda la morbidezza dei passaggi tonali. Ok magari è meglio non mettere un obiettivo come quello della Autographic in situazioni difficili, come forti controluce o riflessi sparati.
In condizioni normali di ripresa potrebbe però stupirvi, regalandovi foto di paesaggi e ritratti davvero eccellenti. Ho visto ingrandimenti davvero impressionanti! Per ottenere una stampa 60×90 cm il negativo deve essere ingrandito solo 10 volte. Tutto ciò a costo praticamente zero, riportando alla luce la fotocamera del nonno, scoprendo che è maneggevole, assolutamente leggera e poco ingombrante.

Ovviamente non è l’unica scoperta di fotocamere che si possono trovare in casa, appartenute a un bis-nonno, a un nonno, a un papà… chi erano i vostri i fotografi precedenti a voi in famiglia, quelli che forse geneticamente vi hanno trasmesso la passione per la fotografia. Credo che se mio nonno non fosse stato un appassionato fotografo non avrei mai fatto io stesso il fotografo.
Sfortunatamente mio papà non era molto attratto, per di più aveva problemi con qualsiasi aggeggio più o meno meccanico o tecnologico. Ok era medico, sapeva usare lo stetoscopio, ma non sapeva cambiare una lampadina fulminata, fortuna che c’era mia mamma.
Tuttavia, cosa per me emozionante, estraendo la Autographic dalla sua custodia in pregevole pelle, è venuto alla luce un foglietto parzialmente divorato da animaletti, mi ha un poco commosso. Disegnini e note di papà per utilizzare quella fotocamera.
Nella prossima puntata esamineremo altri possibili casi di ritrovamenti in ambito famigliare. Oh poi può pure essere che vostro papà fosse uno sfegatato collezionista, nel caso beati voi!

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