Fotografia ed Etnocentrismo (?!?!) 

Mettetevi comodi se potete. I miei pensieri sbilenchi in forma di articolo escono di domenica, per occuparvi il tempo libero e non farvi desistere dal lavorare. Perciò meglio leggerli di domenica. Pur cercando di non disperdermi in inutilerie non potrò essere breve.

Non credo di dire qualcosa di nuovo se affermo che ad un certo punto, non si sa bene quando, un  qualche appassionato di fotografia si rese conto che facendo click si può documentare qualcosa.

L’immagine fotografica finita può essere intesa come oggetto, il rettangolino di carta che teniamo in mano, oppure come vera e propria immagine, l’essenza intangibile, ciò con cui il nostro cervello in fondo reagisce e per cui il vero valore è essenzialmente nella fruizione.

 

Lakehurst, New Jersey, 6 maggio 1937. Il dirigibile LZ 129 Hindenburg prende fuoco mentre cerca di attraccare al pilone di ormeggio.

 

L’immagine fotografica che, mirando sopratutto alla trasmissione della conoscenza, riesce a rendersi documentaria, può acquisire un importante valore storico, probatorio e/o culturale.

Può essere interessante avere delle foto di un qualche incidente accaduto come per esempio la tragedia del dirigibile Hindenburg, di un animale oramai estinto come il quagga, o anche, in una dimensione più storica, vedere come vestivano in Puglia nel 1865.

 

Quagga

 

La documentazione fotografica di eventi che non avremmo mai ritenuto possibili, come la conquista della Luna, o dolorosissimi tanto da volerli rifiutare mentalmente, come i campi di concentramento, possono portare al negazionismo. In questi tempi, lo sappiamo bene, con la AI si possono creare immagini credibili di animali, popolazioni e civiltà  mai esistite, eventi mai accaduti.

Al valore documentario delle immagini sono storicamente particolarmente legati i fotogiornalisti: è argomento assai dibattuto e delicato, il definire quanto e come un’immagine sia l’obiettiva riproduzione di una scena, di una situazione, di un fatto.

Non voglio qui entrare del discorso sul valore documentativo della fotografia, è un terreno vischioso, sono state spese tonnellate di parole per cercare di venirne a capo, da persone molto più intelligenti di me. Diamo quindi per scontato (anche se probabilmente non è del tutto vero) che la fotografia in qualche modo possa documentare qualcosa.

Ecco il problema è lì: in che modo? Cosa? Da quale punto di vista? Con quali finalità? È una questione di approccio, di metodo.

 

Lewis Hine. Operaio sull’Empire State Building (1931)

 

Non è che un click sia poi tanto diverso da altre nostre azioni, tipo bere un bicchiere d’acqua o mangiare una pizza, non viviamo solo istintivamente, “de panza” come si dice a Roma. Non in tutti ma sicuramente in alcuni c’è una intenzionalità precisa, tanto nel bere un bicchiere d’acqua o mangiare una pizza quanto nel fare click.

Sta di fatto che l’invenzione piacque da subito e la pratica iniziò ad evolversi, diffondendosi a macchia d’olio. Altrettanto rapidamente si diffuse la fotografia documentativa.

Nel 1868 nacque a Whitewater (Winconsin) Edward Sheriff Curtis. Fu esploratore, etnologo e fotografo. Legò il suo nome allo studio dell’epopea del Far West e dei nativi americani, popolo del quale è stato un profondo conoscitore e studioso.

Mise la sua macchina fotografica al servizio dello scopo primario della sua esistenza: fotografare i volti e le situazioni che segnavano la forzata decadenza dei nativi americani appartenenti alle ottanta tribù ancora esistenti fra la fine dell’Ottocento e gli albori del XX secolo. Il suo scopo essenziale fu quello di documentare nella maniera più ampia, servendosi non solo della fotografia, gli usi e i costumi in via di estinzione del popolo degli indiani d’America.

Una discreta galleria di immagini si trova qui.

 

Edward Sheriff Curtis

 

Non fu sicuramente l’unico né il primo ad usare il mezzo fotografico per documentare, ma il fatto che fosse oltre ad esploratore e fotografo anche etnologo ha una certa rilevanza. Detto per inciso è buona cosa non confondersi tra enologia ed etnologia.

Quest’ultima è una branca dell’antropologia che si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo. Rispetto all’antropologia culturale l’etnologia ha tradizionalmente fatto un maggior utilizzo della comparazione tra le diverse culture.

 

 

Indubbiamente il dotarsi di un sia pur lieve  bagaglio culturale, di una metodologia più o meno scientifica nell’approccio documentario utilizzando la fotografia come mezzo non è un male. La fotografia documentaria è un’attività foto-giornalistica che si propone di riprodurre ‘oggettivamente’ la società attraverso la cronaca per immagini della realtà quotidiana.

In Inghilterra nacque nel 1877, ad opera di John Thomson e Adolph Smith, due reporter londinesi che immortalarono i quartieri più poveri della città tra le pagine del volume Street life in London. Il libro riscosse grande successo, anche grazie alla particolare pubblicazione delle fotografie, stampate con la tecnica della woodburytipia.”

 

 

Durante gli anni venti Lewis Hine si dedicò a delle serie di work portraits, sottolineando il rapporto tra uomo e macchina nella  costruzione del progresso.

Negli anni trenta Walker Evans, pioniere della fotografia sociale, documentò nei quartieri poveri di New York  anni difficili per gli Stati Uniti, nei suoi ritratti di vita quotidiana nelle fabbriche, nei campi di lavoro.

I suoi Subway portraits (1938-1941) sono una testimonianza del disagio della popolazione meno abbiente, contenendo una bellezza espressiva che ne legittima la rilevanza artistica. La fotografia documentaria acquistò grande rilevanza a partire dagli anni trenta, negli Stati Uniti.

 

Walker Evans. La famiglia di Frank Tengle (1936)

 

Il presidente Roosevelt in persona istituì nel 1937 la Farm Security Administration (FSA), un centro di committenza fotografica che rilanciava l’esperienza dell’agenzia Rural Resettlement Administration, fondata nel 1935 allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante nel Paese. La FSA si trasformò in una fucina collettiva di istantanee di povertà.

Operò fino al 1943, suscitando nel mondo fotografico la nascita di una vera e propria corrente di fotoreporter: Arthur Rothstein, Gordon Parks, Dorothea Lange, Todd Webb, Ben Shahn, Carl Mydans e Walker Evans furono alcuni tra i grandi fotografi che collaborarono al progetto. I negativi sono attualmente conservati presso la Library of Congress di Washington.”

 

Lewis Hine. Breaker Boys. Pennsylvania. Coal Co. (1910)

 

Zingari, poveri, indiani indiani, “indiani” non indiani, mendicanti, aborigeni, ecc. sono stati da sempre i soggetti preferiti del fotografo documentarista. Forse perché un poveraccio sta lì buono e non si lamenta , anzi magari è quasi felice se gli si presta attenzione scattandogli una foto. Mentre un ricco può essere assai geloso della sua privacy e se lo sbatti su un giornale con l’amante invece che con la moglie, magari si arrabbia.

Chi oggi come oggi fotografa ancora la povera vecchina mendicante col braccio teso, dovrebbe avere una qualche ragione per farlo, che non sia solamente la “denuncia sociale”, sappiamo ahimè che tutto ciò esiste. Dunque torno all’approccio, al metodo.

Inizialmente la visione teorica fu quella degli  antropologi “evoluzionisti”, britannici e americani. Erano convinti  dell’esistenza di un progresso nella storia dell’uomo, e in ciò probabilmente non sbagliavano del tutto. Vedevano la storia della società umana come il prodotto di una sequenza di stadi di sviluppo, culminante nella società industriale di metà Ottocento.

 

Walker Evans. Vicksburg. Mississippi.

 

Le società contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche.

I popoli “selvaggi” sparsi sui vari continenti potevano aiutare ad  illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici, antenati della nostra civiltà. Le società non europee venivano viste come dei “fossili viventi” di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati per gettare luce sul passato di quest’ultima.

Tutto bene sino a quando, tra il 1890 e il 1940, si iniziò a gettare le basi dell’antropologia come scienza oggettiva, assumendo una posizione critica nei confronti del modello evoluzionista, ponendo al centro dell’attività la ricerca sul campo e la riflessione sulle questioni di metodo.

 

 

Qualche piccolo cenno c’era già stato ma solo in seguito alla fine della scenda guerra mondiale, leccandosi le ferite, facendo un mea culpa, si diffuse tra pensatori studiosi una concreta revisione. Non solo continuando a criticare l’evoluzionismo, ma andando oltre, rendendosi conto del nostro “etnocentrismo culturale”. Acc, ma cos’è questo “etnocentrismo”? In soldoni è l’egoismo del singolo elevato a potenza.

L’etnocentrismo è la diffusa tendenza a giudicare le altre culture, altre classi sociali,o quanto meno ad interpretarle in base ai criteri della propria cultura o propria classe sociale, proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.

L’approccio etnocentrico si fonda, più o meno inconsapevolmente, sul confronto tra società moderne e società tradizionali. Tra società ricche e società povere. Queste ultime vengono considerate sottosviluppate, ma l’errore sta nell’utilizzare per il confronto i parametri tipici del sistema socio-economico occidentale, il reddito pro-capite, la produzione, l’alfabetizzazione, ecc.

Non è detto che le ipotesi elaborate per spiegare il processo di industrializzazione delle società occidentali possano valere ugualmente per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo, oggi principali serbatoi di cosiddette società tradizionali. L’etnocentrismo attribuisce al progresso, allo sviluppo, al desiderio di benessere e ricchezza, un valore a cui nessuna società può sottrarsi.

 

Lewis Hine. Strilloni alla filiale della Skeeter. Missouri (1910)

 

In nome di questa eccessiva fiducia nei propri modelli evolutivi, negando validità a quelli altrui, sono state compiute azioni eticamente inaccettabili. Credo che la critica all’etnocentrimo culturale possa essere facilmente condivisibile.

Però un qualche dubbio può nascere spontaneo… Per esempio, a proposito della F.S.A. Sappiamo che l’istituzione fu fortemente voluta dal presidente Roosevelt. I fotografi che vi parteciparono lavorarono in perfetta autonomia e consapevolezza di pensiero o furono anche, inconsapevolmente, uno “strumento” per dimostrare ciò che premeva al presidente? Che l’America era grande, poteva farcela ad uscire dalla recessione agricola, magari puntando ancora di più sull’industrializzazione.

 

Lewis Hine. Cotton Mill, (1908)

 

Lo stesso si può forse dire di molti reportage pubblicati su National Geographic. Però sono dubbi  inutili, forse peccano dello stesso errore commesso dall’etnocentrismo culturale. Considerare quella cultura,  che ha espresso la FSA o il National Geographic quel momento, a partire dalla nostra cultura europea, di adesso.
Proviamo a ribaltare la faccenda. Avete mai visto dei poveracci documentare fotograficamente se stessi, la loro povertà?

Avete mai visto le fotografie che scattano i Korowai,  gli ultimi cannibali di Papua, ai turisti, dopo averli messi nel pentolone?  Non sto del tutto scherzando, volevo solo rilevare quanto molte documentazioni  fotografiche abbiano un verso, siano  unilaterali, inconsapevolmente etnocentriche e ovviamente incomplete, ovviamente  anche per ragioni tecnologiche. Ormai da molti anni è avvenuto una sorta di salto di qualità.

 

 

 

Un certo fotogiornalismo è quasi estinto, è diventato per lo più pseudo fai da te, comunque organizzato. Il reporter non riporta più, se mai accompagna i turisti e insegna in WS come eseguire un reportage.

Circa 20 anni or sono una vacanzina  di una settimana, all inclusive, a Sharm el Sheikh era un sogno che molti si potevano permettere. Costava anche meno di una vacanza a Forte dei Marmi. Si poteva vivere l’esotico senza correre alcun rischio, rimanendo tutta la settimana nel villaggio, a praticare il tiro con l’arco, a fotografare danze del ventre sorseggiando il cocktail di arrivederci a fine vacanza.

Attualmente Sharm el-Sheikh giace per lo più abbandonata, le spiagge deserte, i villaggi svuotati. Le turbolenze degli ultimi anni hanno fatto scappare i turisti. Più o meno negli stessi anni del boom turistico di Sharm, iniziò a diffondersi un altro turismo, fatto per gente compagnona, allegra, rude e forte, e fotografante. Attualmente i viaggi organizzati da Franco Rosso e Avventure nel Mondo, coprono tutto il terracqueo. Un tempo questo viaggi si potevano comperare solo nelle sedi delle agenzie.

 

Sharm el-Sheikh

 

Grazie a internet stanno crescendo e si stanno diffondendo piccole imprese di tour operator locali. Bene, giustissimo, sia da parte degli operatori locali che da quella dei turisti, perché rivolgersi solo alle grandi agenzie? Il prodotto che vendono è sicuramente ottimo, come gli ortaggi e formaggi, rigorosamente bio, venduti dai mercatini a Km 0. Tutto sta essere consapevoli che si trattadi un prodotto e di turismo, di una vacanza, giustamente alla scoperta, sicuramente bellissima, ma ha poco a che fare col vero reportage, che come detto è in estinzione.

Certo che questo etnocentrismo culturale è una brutta bestia, bisogna farci i conti, essere consapevoli dei molti limiti di quello che stiamo realizzando fotograficamente, al limite fotografando anche gli alberghi  in cui soggiorniamo, vicini alle persone che vivono nelle location  miserelle che andremo a fotografare.

Mi chiedo sempre se nelle capanne degli ultimi cannibali arrivi la banda larga.

Sia quel che sia penso che organizzerò un workshop su come attraversare Roma in metropolitana senza farsi scippare dalle zingarelle. L’avventura è l’avventura, sì, anche a Roma.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

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