Mi sto sempre più rendendo conto di come il mondo della fotografia sia attualmente dicotomico.
Da una parte critici, curatrici di mostre, insegnanti di editing, fotografi che tengono Workshop e nella loro professione hanno per ora fatto poco, tutti trovano risonanza e audience su Facebook.
Dall’altra professori universitari come Giacomo Daniele Fragapane, direttori editoriali come Roberto Maggiori di Quinlan, curatrici di mostre importanti, come Simona Antonacci, che ha curato, assieme a Pippo Ciorra e Antonello Frongia, l’ultima mostra di Guido Guidi al Maxxi ed altri ancora, che hanno alle spalle anni di studi, di impegno ed esperienze, il cui lavoro meriterebbe di essere più conosciuto anche nei social.
Non uso a caso il temine “dicotomico”, indica una divisione netta in due parti che appaiono quasi contrapposte ove meglio sarebbe fossero complementari.
Forse è una caratteristica dei social, il tutto scorre, la fretta, l’ambizione a un successo per il quale si pensa possano esserci scorciatoie. Forse è anche, semplicemente, il piacere di fare per fare, anche giustissimo se non andasse a inquinare con una sovrapproduzione abnorme le acque di una fotografia più “colta”.
Secondo la Logica e la Filosofia si tratta di una suddivisione che crea due opposti che esauriscono il campo non lasciando spazio a terze opzioni. “Tertium non datur” è un principio fondamentale della logica aristotelico-scolastica, noto come principio del terzo escluso. Stabilisce che tra due opzioni contrapposte (una proposizione A e la sua negazione, non- A), non esiste una via di mezzo.
In Psicologia il pensiero dicotomico è noto come “pensiero in bianco e nero”, è un modello cognitivo caratterizzato dalla tendenza a vedere le situazioni, le persone e gli eventi in termini di due estremi opposti e assoluti, senza considerare le sfumature o le possibilità intermedie.
Questa contrapposizione è iniziata con la diffusione dei social, prima non esisteva, almeno non in questi termini. L’apprendimento, particolarmente in ambito fotografico, avveniva per gradi. Leggendo, studiando, sperimentando, si maturava, si acquisiva capacità critica e una propria visione autocritica, si delineavano i propri intenti accettando i propri limiti, a volte riuscendo a superarli.
Anche a quei tempi c’era una sorta di contrapposizione, ma era assai diversa. Da una parte le persone e i mezzi di formazione ed informazione, dall’altra chi assorbiva tutto ciò e ne faceva bagaglio culturale ed esperienziale. Furono un gran calderone gli anni ‘60, un lungo periodo continuato sino ad inizio anni ‘80. Una fucina di idee, in musica, in architettura, nella grafica, nel design industriale, nella pubblicità, nella letteratura, nell’Arte. Ne ho parlato in vari articoli. Indubbiamente l’avere vissuto quegli anni, probabilmente senza rendersene nemmeno del tutto conto, è importante per leggere e vivere l’oggi, non solo in ambito fotografico, in serena consapevolezza. Sperando che il tempo sia ciclico che conceda a tutte le arti di risorgere e si smetta di navigare a vista, vivendosi addosso giorno dopo giorno una realtà che al momento sembra ineluttabile.
Di tutto ciò ho parlato recentemente con Roberto Maggiori, direttore editoriale dell’Editrice Quinlan e dell’omonimo canale YouTube. I temi che abbiamo affrontato non sono pochi, fare esprimere a Roberto il suo profondo parere per ognuno di essi, dandogli facoltà di parlare a ruota libera avrebbe richiesto uno spazio di gran lunga maggiore rispetto a quello concesso ai miei articoli.
Quindi per questa volta ho preferito abbandonare la mia normale “ formula”, che prevede di lasciare ampia parola all’ospite e successivamente scrivere un “cappello” introduttivo, per seguire la più classica e colloquiale forma intervista, basata su una sequenza di domande e risposte precise.

Laszlo Moholy-Nagy intorno agli anni ‘20: “L’analfabeta del futuro non sarà chi non sa leggere e scrivere, ma colui che non saprà decifrare le fotografie”.
Negli ultimi anni, complice la chiusura da covid, e il successivo dilagare di un populismo autoritario in politica, ci siamo gradualmente resi conto che l’attuale analfabetismo funzionale in Italia, sfiora il 35% degli adulti (tra 16 e 65 anni). Praticamente un adulto su 3 è in grado di leggere e scrivere, ma non capisce quello che legge, e non sa come e perché a volte davanti alla A ci voglia una H.
In questa situazione quanti hanno strumenti cognitivi per decifrare una fotografia?
“Se, come dici, hanno difficoltà a comprendere un testo elementare come quelli che si pubblicano su un quotidiano, quando si tratta di decifrare linguaggi complessi e articolati come la fotografia (che ha una fruizione solo apparentemente ingenua), la situazione di sicuro non migliora.
C’è poi un equivoco di base: si pensa che la fotografia la faccia la macchina fotografica, ed in parte è vero, ma una buona fotografia la fa la testa di chi inquadra e sceglie una porzione di realtà rispetto a un’altra e questa testa, consapevolmente o meno, è condizionata dal sapere a cui attinge, anche in una frazione di secondo. Una fotografia è il risultato dell’incontro tra la percezione fisica, mediata da uno strumento tecnologico, e la conoscenza precedentemente acquisita che influenza inevitabilmente quella percezione.”

“Michelangelo diceva che la pittura non si fa col pennello ma con la testa, figurarsi la fotografia, accessibile a chiunque con strumenti che si possono utilizzare al meglio dopo 15 giorni di apprendimento. Insomma, la fotografia si fa orchestrando ciò che si vede e Bruno Munari diceva che si vede quello che si sa.
Per dirlo in un altro modo: il 99% di chi fa e “consuma” fotografie non conosce la storia della fotografia né la sua iconografia, di conseguenza non ha la minima idea di cosa stia guardando o riprendendo.”
Da post e brevi dibattiti sui social non sono propenso a pensare che i fotografi siano esenti dall’analfabetismo funzionale, cosa possiamo fare per loro?
“Direi nulla, se non sono interessati a fare qualcosa loro stessi perché dovremmo farlo noi? Chi vuole fare sul serio oggi ha la possibilità di farlo, chi vuole giocare anche. Non c’è ovviamente niente di male nell’aspetto esclusivamente ludico purché ci sia la consapevolezza che si sta appunto giocherellando.”
Può realmente la cultura essere accessibile a tutti o è una utopia?
“La cultura è accessibile a tutti quelli che ne sono interessati, ma non è scontata, per avvicinarcisi seriamente bisogna fare fatica, come per qualsiasi cosa. Per far crescere i muscoli si suda in palestra, per far crescere l’intelligenza bisogna studiare e la fotografia è una forma di intelligenza visiva che si nutre di cultura visuale, anche fotografica, ma non solo.
Le palestre sono piene (ed è un bene) ma i libri non si vendono e leggono più e le librerie indipendenti sono praticamente sparite, questo crea uno squilibrio indicativo della superficialità dei nostri tempi. Del resto i muscoli si vedono subito, l’intelligenza no e in questa congiuntura storica, in cui l’apparire è considerato più dell’essere, dello studio non frega più niente a nessuno.
La cultura non è inaccessibile è semplicemente evitata perché il sistema di valori attuale la ritiene inutile e in pochissimi, comprensibilmente, sono disposti a faticare per nulla.”
Quale è il tuo pensiero a proposito? Come collochi il dibattito che insieme ad altri stai cercando di sollevare attorno alla fotografia? Quale il linguaggio da adottare per espandere tale dibattito a un pubblico più ampio, quali i pericoli?
“Nella commedia di Nanni Moretti Io sono un autarchico a un certo punto dopo la proiezione di un film Moretti, interpretando il personaggio di Michele Apicella, invita il pubblico al dibattito e dalla sparuta platea uno si alza e scappa urlando disperato “Il dibattito no!”. Come in questo film, non penso ci siano oggi le condizioni per sollevare grandi dibattiti, sarebbe interessante, ma in questo momento in Italia ci sono pochi attori che potrebbero dibattere seriamente.
Non dipende tanto dai giocatori in campo, quanto dalla mancanza di un Sistema culturale, con conseguenti risorse economiche, che garantisca sussistenza o indipendenza a chi deve confrontarsi. Dibattere seriamente è un lavoro impegnativo (e rischioso) e se non si è pagati perché si dovrebbe lavorare, oltretutto con impegno?
Nel mio piccolo, con gli scarsi mezzi a disposizione, mi accontento di contribuire a tenere acceso il lumicino della cultura visiva, cercando di stimolare un minimo dibattito, in attesa di tempi migliori.
Del resto negli ultimi trent’anni, da quarta potenza mondiale siamo diventati terzo mondo e l’arte visiva, da che mondo è mondo, è stata fatta e promossa dove l’economia era florida: Egitto, Grecia, Roma, Firenze, Parigi, Londra, New York, Pechino…
Da almeno dieci anni, salvo rare eccezioni, non vedo cose particolarmente interessanti, l’Occidente sta attraversando un periodo di profonda decadenza. Secondo me siamo a un punto morto e tra poco si ripartirà, tutto è ciclico, resta solo da capire se si ripartirà tra tre anni o fra trenta.”
Il rischio è che rimanga un dibattito riservato ad iniziati, scollato da ogni attuale evoluzione della fotografia ed incapace di influenzarla. Rischio opposto è di annacquare il dibattito per raggiungere un pubblico più ampio.
“Nessun rischio, oggi non ci sono scuse, il sapere è accessibile a tutti i livelli, da quelli basici per i neofiti fino a quelli più complessi e raffinati. Chi vuole può crescere e acculturarsi in qualsiasi ambito, chi preferisce non farlo perché dovrebbe essere influenzato per forza? Come dicevo prima è fondamentalmente una questione di civiltà in decadenza e poco si può in questi casi.
Ma te li ricordi i programmi mainstream degli anni ’70? Trovavi trasmissioni generaliste negli orari di punta, con ospiti come Pier Paolo Pasolini o Carmelo Bene, Giuseppe Ungaretti o Giorgio De Chirico, oppure giovanissimi debuttanti come il già citato Nanni Moretti che dibattevano con registi affermati come Mario Monicelli…
E’ dunque una questione che va al di là della fotografia, è un problema sistemico. Se ti trovi in un deserto con poca acqua non puoi pretendere di coltivare chissà ché.”
Da editore ed intellettuale, come ti collochi?
“Non mi piace collocarmi preferisco una totale indipendenza e, come suggeriva Italo Calvino, antepongo uno sguardo laterale al pensiero unico. Con l’Editrice Quinlan mi occupo perlopiù di fotografia italiana, sia storica che contemporanea, marginalmente anche di architettura e arte.
Mi interessa poco il reportage, per nulla la fotografia commerciale e evito come la peste la banalità dei fotoamatori. Per il resto non ho preclusioni, mi interessano tutte le possibilità del fotografico inteso come un linguaggio colto, soprattutto se indipendente dalle mode.”

Che servizio da un editore e quali sono le differenze tra editore e tipografo?
“L’editore, lo dice la parola, fa editing e discrimina: questo sì, questo no. Così facendo manifesta un carattere e si fa garante di quanto mette in circolazione, cerca poi di promuovere quanto pubblicato. Un tipografo invece stampa “qualunquemente”, come direbbe Cetto La Qualunque, non offre nessuna garanzia al pubblico, né qualifica minimamente l’autore.”
In che modo promuovi la fotografia? Promuovi anche singoli fotografi?
“Con i libri editi da Quinlan, che dirigo dal 2003, con il canale YouTube, aroundphotography | Editrice Quinlan con incontri pubblici, con la presenza nelle fiere e nei festival di settore, con la cura di mostre, con l’insegnamento, con i pezzi che a volte invio ai giornalisti e che pubblico (non solo con l’Editrice Quinlan), con le recensioni che suggerisco a giornalisti e intellettuali.
Con la casa editrice propongo poi saggi di approfondimento su argomenti sia storici che contemporanei e fotolibri collettivi, dedicati a temi specifici, o monografici contenenti persino un multiplo d’artista, come nella collana 20×24. A parte i 20×24 (ne usciranno solo15 numeri) non curo collane con formati e linee grafiche ricorrenti, ogni libro fa storia a sé, è un lavoro sartoriale non necessariamente coerente con quanto lo ha preceduto.”
“Contrariamente a quanto affermava Gilles Deleuze (“On n’échappe pas de la machine”) qualche volta si può scappare dalla pervasiva “Macchina” del Sistema, certo non senza costi, ma la libertà è sempre un gran bottino e lo stesso Deleuze arriverà a teorizzare le “Macchine desideranti” e le “Macchine da guerra” come strumenti di resistenza creativa.
Tornando su un piano più prosaico sì, promuovo infine anche alcuni fotografi sconosciuti che mi piacciono.”
Da qualche anno le Pubbliche Amministrazioni in varie Regioni hanno iniziato a promuovere la Fotografia. Inizialmente con mostre su mcCurry, Salgado, HCB e Vivian Maier, poi Giacomelli…. Mi sembra che ci sia solo intento di attirare un vasto pubblico e fare cassa, nessuna vera promozione di cultura fotografica.
“Le amministrazioni non sono mai state tanto inutili quanto in questo periodo: mani legate dall’austerità imposta dall’Unione Europea, pochissimo coraggio, e ancor meno offerta culturale originale, promuovono esclusivamente la spesa minima e il facile consenso.
Il problema poi non è tanto questo tipo di mostre, che potrebbero essere una porta d’accesso per i neofiti al mondo della fotografia d’autore, quanto il fatto che questo tipo di mostre siano le uniche su cui chi amministra la cosa pubblica punta e “investe”.
È una porta d’accesso che si apre su un deserto. Restano rare realtà museali di pregio, che non sono comunque diffuse sul territorio come gli spazi gestiti dalle amministrazioni locali e quindi hanno un’incidenza piuttosto limitata nell’alzare la comprensione di cosa sia una “buona” fotografia nel grande pubblico, soprattutto se ci si confronta con la fotografia contemporanea.”
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it
All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it
©2026 NOC Sensei – New Old Camera Srl












