© Stefano Barattini

 

A casa mia, vicino al tavolo da pranzo c’è, tra altri quadri, uno al quale tengo moltissimo. Lo dipinse mia mamma da ragazzina, ad olio, nella casa dove viveva, un palazzetto dall’architettura tipica delle case padronali in Friuli, San Vito al Tagliamento.

Ora, OK  il concetto di Urbex, esplorazione urbana, è ancora da definire, ci proverò. Sta di fatto che spesso quello che viene prodotto fotograficamente trascende il senso strettamente etimologico del termine. Dunque quel quadro, per me che sono essenzialmente fotografo, è urbex. Lo osservate e per voi il luogo ritratto non è assolutamente identificabile. Per me, per mia sorella e mio fratello è precisamente “geotaggabile”. Ci sono stato lì, ho visto le identiche cose ritratte da mia mamma. Mi sembra quasi di risentire gli odori che aleggiavano.

 

 

Esattamente come accade a vari fotografi urbex ai quali è capitato  separatamente di visitare lo stesso luogo. Le mie sensazioni partono da quella luce che entra dalla finestra. Fuori si intravvede il verde di una siepe di recinzione, la luce attraversa vetri polverosi, dipinge di sfumature verdognole le pareti, si adagia sulle damigiane, si estingue sul muro disegnando l’ombra di una stecca della finestra. È l’unica luce ambiente. A destra in basso, in diagonale c’è una grande cassa rettangolare.

A voi non dirà nulla, a me risveglia ricordi, veniva usata per fare partorire la cagna da caccia dei nonni. L’ambiente, pervaso da ragnatele, da polvere, anche in estate è caldo-fresco, quella sorta di fresco umido, avvolgente, gravido di odori di muffa, di fermentazione del vino.

Non mi chiedo più di tanto cosa abbia spinto mia madre a stare magari per ore lì, col la tela sul cavalletto, a dipingere. Credo di saperlo. È quella sorta di desiderio strano, di sensazioni di avventura, di scoperta, che provo io nel frequentare talvolta certi luoghi. Hanno un anima quei luoghi, non sono morti, sono come immersi in un lungo sonno,   come avvenne ad Aurora quando a 16 anni si punse un dito col fuso di un arcolaio.

 

© Stefano Barattini

 

Cadde addormentata e tutto quello che era intorno si fermò. “La bella addormentata nel bosco” è una fiaba che ha origini antiche, si ritrova in molte varianti, gli elementi essenziali della trama sono talmente diffusi da potersi considerare un tema ricorrente del folklore. Per quanto possa sembrare strano le fiabe, quelle vere, sono esistite ed esistono ad ogni latitudine, in ogni popolo. Avevano scopo educativo.

Bruno Bettelheim, nella sua opera “Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe“, vede nella trama di questa fiaba un percorso iniziatico, un tentativo di preparare i bambini e le bambine ai cambiamenti che arriveranno.

Il bosco che appare praticamente solo nel titolo della fiaba e non in tutte le versioni, ha anch’esso significati simbolici importanti. Una delle prove psicanalitiche alle quali si sottopongono gli adolescenti  prevede  il “test del bosco” la descrizione di un bosco sia come  luogo sacro, sia come immagine simbolica delle paure dell’inconscio. Il test del bosco cerca di fare luce su alcuni possibili problemi ’mentali’ tramite la psicoanalisi relazionale. Secondo questo approccio, la sofferenza psicologica è radicata in un profondo, che dobbiamo portare a galla per guarire e avanzare.

 

© Stefano Barattini

 

l bosco è uno scenario con una componente mistico-emotiva molto chiara in ogni cultura. Carl Jung nel libro “Gli archetipi dell’inconscio collettivo” spiegava che in questi scenari sono contenuti fin dall’antichità i nostri maggiori pericoli e le paure più ataviche. È una sorta di passaggio di livello importante quello dall’analisi del singolo all’analisi del collettivo.

L’attraversamento del bosco ha come detto anche un significato iniziatico. È il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Concretamente in società diciamo così ‘primitive’ il ragazzo doveva attraversare un bosco da solo, e magari passarci una notte. Roba solo di società primitiva? Beh mica tanto, dato che questa sorta di rito iniziatico chiamato ‘Drop Down’, avviene tutt’ora in Olanda, ed è in parte praticato in Italia da gruppi scout.

 

© Stefano Barattini

 

Nel test del bosco non c’è solo il bosco, solo la Natura, ad un certo punto nel percorso più o meno tortuoso largo o stretto in salita o in discesa, c’è una casa.. “com’è questa casa? Piccola… grande… abitata… abbandonata? La porta è semiaperta , che fai entri?”

Per tutta la vita, sin da quando il bimbo inizia a muoversi autonomamente, le avventure sono un’esperienza fondamentale, servono a rafforzare il carattere, l’autostima e le competenze sociali, stimolandone oltretutto la creatività. Sono la chiave per scoprire sé stessi e il mondo. Non ci può essere avventura senza esplorazione, e l’Urbex è in parte questo.

Da una parte può essere un ritornare adolescenti, dall’altra può essere un crescere ancora, da adulti. Dico in parte perché ci può anche essere altro ad intrecciarsi con la fotografia che come tutti sanno è  il cogliere l’attimo fuggente. Immortalare, sa di morte,   forse meglio dire prelevare, preservare una sorta di sonno, perdurante e tuttavia non immobile, tutto evolve silenziosamente.

Per  parlare di urbex più concretamente, al di là di queste mie elucubrazioni psicologiche, lascio la parola al mio amico ed  esperto di fiducia, Stefano Barattini.

 

© Stefano Barattini

 

Pensieri “abbandonati” in libertà

Perché pensieri abbandonati, qualcuno potrebbe domandarsi… Perché desidero parlare di posti abbandonati, di fotografia e, naturalmente, della mia esperienza.

L’esplorazione urbana nonostante la grancassa dei nostri giorni, su FB, TT, YouTube, è nata si potrebbe dire circa un secolo fa ma non ha senso parlarne qui, basta cercare su Wikipedia e appare tutta la storia, molto interessante e che ognuno di noi “urbexer” dovrebbe conoscere.

Io ho cominciato una decina di anni fa, precisamente a fine 2013 anche se probabilmente il “seme della follia” era già germogliato in me, avendo girato e fotografato tutti i forti degli altipiani della prima guerra mondiale.

 

 

La scoperta dell’urbex (urban exploration) termine ormai abbastanza abusato è stata comunque del tutto casuale. Vedevo spesso dalla tangenziale est di Milano i capannoni abbandonati della ex Innocenti, presso Lambrate. Fu così che un giorno, possedendo una Lambretta del 1961, ho deciso di andare a vedere dove veniva costruita.

Ero un po’ timoroso, dovendo oltrepassare una rete che ne impediva l’accesso, senza sapere cosa o chi avrei trovato all’interno, rischi fisici o di essere fermato dalle forze dell’ordine…

Ma una volta dentro mi si è parata davanti agli occhi una struttura in acciaio lunga 300 metri dove all’interno cresceva rigogliosa la vegetazione, giochi di luce e ombre, riflessi delle numerose pozze d’acqua piovana. Una vera folgorazione.

Nell’entrare in questi posti non nostri, a parte quella che si può chiamare “sindrome di Indiana Jones” secondo me c’è una rivalsa sugli atteggiamenti (per carità giusti) dei genitori verso i figli: Questo non si può fare, li non ci devi andare, qui è pericoloso.

 

© Stefano Barattini

 

Da adulto (almeno per me) c’è nel sottofondo questo sfidare il proibito, ciò che mi è stato impedito da piccolo adesso lo posso fare! Una sorta di timore reverenziale e voglia di trasgredire… una piccola benevola, liberatoria scarica di adrenalina, dove tutti i sensi sono attivati e all’erta.

Da li ho cominciato a girare in rete trovando diversi altri appassionati e osservando le loro fotografie ho cominciato a maturare l’interesse verso questi luoghi che coltivo ancora adesso.

Si tratta di una comunità molto chiusa non vede di buon occhio i nuovi arrivati che “spudoratamente” chiedono informazioni su dove si trovano questi posti. Cosa che naturalmente inizialmente ho fatto anche io con scarsi o nulli risultati.

Quindi ho cominciato da solo a fare ricerche con Google di posti che potevo conoscere, tipo Consonno, poi mettendo nella ricerca frasi generiche, fino a cercare da Google maps eventuali complessi industriali (più facili da vedere per le dimensioni) che riportavano i segni dell’abbandono come tetti sfondati, materiale visibilmente abbandonato all’esterno, vegetazione rigogliosa…

Così ho cominciato a fotografare questi posti, a pubblicare i risultati sui social ed entrare in contatto con altri “addetti ai lavori”, iniziando a esplorare con alcuni di loro e ad  instaurare un rapporto di fiducia che mi dura ancora oggi.

 

© Stefano Barattini

 

Spiegone necessario:

La regola aurea dell’esplorazione urbana è “si prendono solo fotografie, si lasciano solo impronte”. In queste parole c’è il concetto chiave che questi posti non sono nostri, non ci appartengono e dobbiamo avere il massimo rispetto del luogo e di chi vi ha soggiornato. Rompere, vandalizzare, sporcare o portare via una qualunque cosa da questi luoghi non è lecito.

Ecco perché, se non si è conosciuti nell’ambiente, non si forniscono indicazioni su dove si trovano soprattutto i posti più pregiati, generalmente ville. Ho visto ville bellissime ridotte a un cumulo di immondizia nell’arco di un paio d’anni. Dietro questa regola, che trovo corretta, ci sono altre considerazioni da fare.

  • Sono posti pericolosi, ci si può fare male anche seriamente, dare informazioni a chi non conosci e non sai come si comporta e che esperienza ha non è una decisione da prendere a cuor leggero.
  • Trovare da soli una bella villa è un lavoro che prende tanto tempo, nella ricerca, nel sopralluogo per verificarne l’accessibilità, quindi anche nei costi e in alcuni casi si è restii a fornire a chi non si conosce informazioni che hanno costato fatica.
  • Evitare di far conoscere a troppe persone un certo luogo per evitare che si verifichi l’effetto domino e che partano le processioni.

Ho iniziato in tempi recenti rispetto a tanti che conosco è sono stati quasi dei pionieri di questa attività. Ma in questi 12 anni ho visto cambiare decisamente in peggio questa attività.

 

 

Quando decido di fotografare un posto abbandonato, non mi interessa solo fare fotografie, cerco quando possibile di risalire alla sua storia, informazioni che a volte si trovano all’interno del posto sotto forma di corrispondenza, documenti, fotografie…

Oggi per molti è diventata una caccia al tesoro, una corsa a chi arriva primo, bisogna piantare la bandierina, far vedere che “ci sono stato anche io”. Poi pubblicano tutto sui social, su Youtube, magari con riprese fatte con il drone, lasciando in giro indizi che in poco tempo fanno risalire al luogo. Parte il tam-tam tra esploratori e partono le processioni, poi qualcuno nota il via vai e  iniziano i controlli. Il proprio ego prevale sulla discrezione e il rispetto, fino a compiere atti discutibili.

Si dice che ci siano stati casi di oggetti nascosti o rotti per non far fare ad altri la stessa foto, o chiudere un accesso per evitare che altri potessero accedervi… Ci sono addirittura casi di vendita di coordinate, o associazioni che organizzano tour in posti abbandonati. L’esplorazione urbana non è un fenomeno di massa, non deve essere una moda ma (se si può dire) una filosofia, la voglia di conoscere e portare ad altri questa conoscenza, ma con il massimo rispetto.

 

 

Adesso vanno di moda le ville, tutte arredate e pulite che non sembrano neanche abbandonate, ricche di decori, di colori ma manca quella patina e degrado naturale che a mio avviso fa la differenza. Sono ville molto belle sicuramente ma personalmente mi dicono poco e soprattutto vengono spesso prese d’assalto con poco rispetto per la “privacy” del posto, portando alla segnalazione dei vicini alle forze dell’ordine e conseguente chiusura degli accessi (e direi meno male).

Poi ci sono gli arredatori… esploratori che preparano un autentico set fotografico, spostando e mettendo in posa non solo gli oggetti ma i anche mobili, compresi pianoforti che passano da un piano all’altro e che non sono certo piume, quindi ci vuole anche una certa pratica…

Tutto ciò però fa perdere l’autenticità del luogo. Va bene spostare una sedia o mettere un oggetto di qualche metro ma modificare un’intera stanza… L’esplorazione di luoghi abbandonati, non è un’attività da prendere alla leggera. Occorre come già detto discrezione e rispetto e… molta attenzione per non correre rischi inutili.

 

© Stefano Barattini

 

Nelle fabbriche per esempio si possono trovare veleni come acidi, amianto, deiezioni di animali (soprattutto piccioni). Oppure scale in metallo arrugginite, soffitti cadenti o, spesso all’esterno, la vegetazione che copre buchi dai quali sono stati asportati i tombini (spesso rubati per rivenderli a peso).

Nelle abitazioni bisogna prestare attenzione a eventuali crepe, ai vecchi pavimenti in legno, ai soffitti… Non bisogna mai sottovalutare le condizioni del luogo. Il punto di accesso a un luogo abbandonato segna il confine tra due mondi, due realtà separate ma collegate da quel passaggio se si può dire, temporale. Un luogo liminale tra il presente e il passato o se preferite,  filosofeggiando, tra il noto e l’ignoto… Ciò che trovo affascinante di questi posti è la luce, come entra, come cade, il gioco a rincorrersi con l’ombra…

 

© Stefano Barattini

 

Mi è capitato di fare esplorazioni da solo ed è una cosa che non andrebbe mai fatta proprio per il rischio di farsi male e anche perché il posto potrebbe essere “abitato”.

Nell’arco di un decennio ho conosciuto molti altri fotografi/esploratori, sopratutto in Italia ma anche all’estero, con i quali sono rimasto in contatto e mi sono costruito alcuni gruppi con i quali ancora oggi mi dedico con passione a questa attività che spero di continuare ancora per diversi anni.

Stefano Barattini.

 

© Stefano Barattini

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 


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