Fotografia e Università, dallo studio alla pratica: “Professione Fotografo”

In  un recente articolo avevamo  approfondito ”lo stato delle cose” riguardo all’insegnare fotografia all’Università. Ero curioso della  controparte, di come  da allievi si procede nello studio e di come una volta laureati si passi alla pratica, al fare della fotografia la propria professione.

Avevo chiesto al Prof. Fragapane di poterne parlare direttamente con un suo alunno, così mi ha messo in contatto con Luigi Avantaggiato, un suo ex alunno che sta procedendo bene nella professione. Ci siamo incontrati. Ho notato quasi subito nel conversare con Luigi pensieri e modi in parte derivati dall’avere studiato in quel corso di laurea, ma anche molto di pregresso.

Mi torna in mente a questo proposito un noto aforisma di A. Adams: ”Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato.”

 

© Luigi Avantaggiato. Ecowarrior

 

Il possedere una fotocamera, l’aver frequentato un corso di fotografia per apprendere la tecnica di base, non basta per potere diventare un professionista e non basta nemmeno per diventare un bravo fotoamatore.

Per adire a un corso di laurea sono conoscenze di base, essenziali prerequisiti dai quali partire. Sono il minimo sindacale. Successivamente, all’Università, si approfondiscono la teoria, la storia, i contributi critici, filosofici, psicologici alla fotografia e il ”metodo”.

È uno studio, un approfondimento continuo, necessariamente interdisciplinare nel quale l’allievo deve mettere molto di suo, della sua vita passata e presente, dei suoi interessi, delle sue passioni, delle sue curiosità.

Ho chiesto a Luigi Avantaggiato di raccontarci i suoi esordi e il suo procedere nell’approfondire la fotografia…

 

© Luigi Avantaggiato. Ecowarrior

 

Ho sempre voluto lavorare con le immagini sin dall’adolescenza. Dopo gli studi classici mi sono mosso dalla mia terra originaria, nel Salento in provincia di Lecce. Quando ho maturato questa urgenza di occuparmi di immagini non c’erano né facoltà universitarie né scuole di fotografia in zona, quindi è diventato indispensabile spostarmi per cercare una formazione che potesse accompagnarmi in questo percorso. Ho abbracciato la facoltà di scienze umanistiche studiando anche con il prof. Fragapane,  cinema fotografia e nuovi media a partire dal 2010.

Anche se ho potuto usufruire del lavoro fatto dalla generazione precedente la mia ho attraversato una fase “ibrida” all’interno del settore universitario. Infatti mi sono ritrovato a incontrare chi  considerava la fotografia come una sorta di sotto-derivato del cinema nel mio dipartimento universitario, mentre in un altra facoltà, nei dipartimenti di Storia dell’Arte, si studiava fotografia ma sempre come attività correlata.

 

© Luigi Avantaggiato. Ecowarrior

 

Avere avuto la possibilità di studiare fotografia, cinema e nuovi media  mi ha aperto l’orizzonte della narrazione in senso ampio, che non è costitutiva nella fotografia ma lo diventa nella misura in cui è importante ove si vuole realizzare un portfolio, un reportage, quando si cominciano ad utilizzare le immagini non solo per la “bellezza”, per la forza evocativa della singola immagine, ma come storia, come gruppo di immagini.

Sono convinto che se hai a che fare con il Bello, ciò innesca delle modalità di riflessione profonde. Il bello tuttavia sempre in funzione del racconto. È sempre il corpus fotografico, non la singola immagine, che restituisce la semantica di un discorso. «Le immagini  unite  insieme si danno forza una con l’altra» mi diceva spesso il prof. Fragapane. Quando iniziamo a ragionare in termini prettamente intellettuali di racconto, di storia, di intelligibilità fotografica, a contare è una successione di immagini mai una immagine singola, o meglio, quasi sempre l’immagine singola è estrapolata da un corpus fotografico molto più ampio e più dettagliato. Ci possono essere 99 immagini non belle ma la centesima sì, non che sia solo quella centesima a contare, è un bello che in qualche modo deve restituire una progettualità più complessa e variegata di quello che potrebbe essere l’immagine singola. Tra l’immagine singola e il discorso fotografico ho sposato la causa del discorso fotografico.

Tanto per fare un esempio un grande autore che hai trattato nelle tue interviste, le immagini di Francesco Cito sono sempre state funzionali mai alla pura ricerca del bello, dato che si è formato negli stessi anni in cui si è diffuso un certo tipo di giornalismo che esigeva il racconto fotografico.

 

© Luigi Avantaggiato. Ecowarrior

 

D: come viene usata attualmente limmagine nel giornalismo?

Dipende, è un discorso veramente complesso, spinoso e delicato. Da una parte, come sappiamo e senza troppo addentrarci in analisi politiche di quello che sta succedendo nel mondo, c’è un confezionamento propagandistico all’interno dei giornali in cui la fotografia è da una parte elemento centrale, asseverativo, di una documentazione, di una narrazione, ma dall’altra, proprio per queste stesse ragioni, diventa un elemento costantemente pesato e controbilanciato a seconda di quella che è l’urgenza della comunicazione giornalistica di stampo mainstream.

Dall’altra, invece, ci sono immagini fotografiche, video, narrazioni visive in generale – rintracciabili anche nei canali mainstream – che lavorano in maniera totalmente opposta, denunciando o raccontando una realtà con i guanti bianchi. Si tratta di un argomento molto, molto complesso e che accompagna la storia della fotografia – e delle immagini in generale – sin da quando il potere politico ha cominciato a usarla. 

 

© Luigi Avantaggiato. Ecowarrior

 

D: Con la diffusione, reale o paventata, delle immagini prodotte dalla AI sembra che nellosservatore si stia sempre più diffondendo il dubbio: cosa è vero? Cosa non è vero?

È interessante considerare come si stanno “adattando” anche le stesse case di produzione di macchine fotografiche alla situazione attuale. L’esempio recente è la Leica che ha brevettato un protocollo tecnologico, installato all’interno della fotocamera, che garantisce che le fotografie prodotte da quella macchina sono autentiche e genuine, nel senso che c’è una sorta di “timbro” all’interno del file che ne garantisce anche l’autore. Per farla breve, si tratta di un sistema che certifica la provenienza dell’immagine digitale e ricostruisce tutte le modifiche effettuate sul file originario.

Da una parte mi viene da storcere un po’ il naso perché è come se bastasse un protocollo tecnologico a nascondere o cancellare la facoltà di mentire, dall’altra mi rendo conto che sono anche le dinamiche dei costruttori che cercano in qualche modo di rispondere a quella che è la cultura del mainstream.

Ormai siamo costantemente perplessi davanti a un’immagine o a un video. È vero? È falso? Anche ovviamente, come tu stesso dici, a proposito delle immagini generate dalla AI. Ho visto poco tempo fa SORA, una intelligenza artificiale che genera dei video. È veramente impressionante il realismo che si riesce ad ottenere da un “semplice” prompt di testo. Indubbiamente l’avvento di queste tecnologie sta già rivoluzionando alcuni settori e della produzione di immagini e alcuni generi, come la fotografia stock, lo still-life.

D: puoi dire qualcosa del tuo rapporto con il mainstream, lattualità e la committenza?  

Gli argomenti che fotografo da diversi anni sono storie di ambiente, di sostenibilità, di energia e sono, oggi, profondamente di attualità. Sono affascinato da questo genere di aspetti, vengo poi da una cultura contadina dove mio papà mi diceva “chiudi l’acqua se non ti serve tenerla aperta”. Ho sempre fotografato questo genere di cose che sono diventate in un certo senso mainstream, perché legate a quello che succede attualmente nel mondo. 

Da un punto di vista della produzione fotografica non sono strade molto battute ma comunque c’è una cultura e ci sono operatori che lavorano su questo, sicuramente sono meno numerosi e “meno noti” di altri perché comunque sono argomenti specifici e settoriali.

Il mio primo lavoro su questi aspetti risale a poco più 10 anni fa, è un reportage realizzato sulle isole Orcadi in Scozia che sono diventate, all’interno del continente europeo, le prime isole a vivere unicamente di energie rinnovabili, utilizzando qualsiasi tipo di nuova forma di energia verde, da quella delle onde del mare, al solare, all’eolico. Intitolai il reportage Ecowarriors come si definì una abitante di Kirkwall, sono stati pionieri che hanno avuto l’impulso di staccare il cavo del petrolio che li legava al territorio inglese.

 

 

Quello che hanno fatto lì è un po il filo conduttore dei miei lavori, è una riqualificazione dell’ambiente insieme a quelle che sono le urgenze della popolazione locale. Non significa distruggerlo o travisarlo, ma semplicemente di comprendere che ci sono delle risorse che non vengono utilizzate sufficientemente.

Però qui si inserisce un altro aspetto. Venti anni fa se volevi installare una mini-turbina eolica o un pannello fotovoltaico a casa eri un pioniere isolato, un amante dell’ambiente. Adesso la crisi delle energie fossili che abbiamo sempre utilizzato ci spinge a fare delle scelte che potrebbero avere dei rischi, quindi è un discorso prettamente politico. Sono necessari investimenti per sopperire a quella che sarà la grande deficienza del petrolio, dei combustibili fossili e questa urgenza sicuramente innesca forzature e problematiche se si va a installare violentemente in Natura centrali dove non si potrebbe.

Il mio approccio quando indago queste questioni e che ci sono almeno due condizioni. Da una parte c’è il clima che cambia  – e cambia perché non esiste l’immutabilità delle cose, cambia anche se non c’è stata l’attività antropica dietro – dall’altra c’è stata comunque la mano umana che produce significati, siano essi positivi o negativi per il discorso dell’ambiente.

 

© Luigi Avantaggiato. Millennium Bugs

 

D: a un giovane fotografo che desideri  diventare professionista, in ambito giornalistico quali consigli daresti?

Consiglierei quello che hanno consigliato a me. Ho avuto la fortuna di incontrare docenti tra cui Daniele Fragapane che mi hanno sempre consigliato di guardare cosa hanno fatto gli altri prima di te, come prima cosa.

Sono recentemente partito per una prima serie di shooting sul ingressione del cuneo salino nel delta del Po. A causa di diversi fattori concomitanti come i cambiamenti climatici, l’assenza della regolarità piovosa, la siccità del Po, dei prelievi di acqua forzati per l’irrigazione, più altri danni ambientali causati negli anni 60 per l’estrazione di acque metanifere, il mare Adriatico entra all’interno del delta del Po e l’anno scorso è arrivato sino a 40 chilometri dalla foce. Significa che se facevi un prelievo di acqua nella provincia di Ferrara tiravi fuori acqua salata, e non a 50 metri di profondità, la tiravi fuori a 5/10 metri. Questo crea fortissimi problemi per l’agricoltura oltre che alla fauna e alla biodiversità dell’ambiente.

Prima di partire ho letto, studiato approfonditamente, e guardato le foto realizzate da chi ha lavorato prima di me in quell’area. Guardando le immagini di altri fotografi e possibile rileggere il territorio, vedere le differenze col passato e quindi lavorare meglio  sull’esistente.

Pietro Donzelli in “Terra senz’ombra” (Silvana Editoriale) ha lavorato moltissimo negli anni ‘50  in quella zona. È sua la prima costruzione narrativa di quell’ambiente che era allora paludoso e invece oggi è uno dei parchi naturalistici più importanti in Italia.

Può sembrare  anacronistico ma bisogna studiare non solo la tecnica fotografica, ma anche i vecchi scritti dei fotografi che sono incredibilmente illuminanti, a volte anche più illuminanti  delle fotografie che hanno prodotto. È un libro che per me è assolutamente stato decisivo, la bellezza in fotografia mi ha stimolato tantissimo nella mia attività di fotografo e di studioso appassionato di certe tematiche.

 

 

D: bianco e nero o colore?

Per me è sempre stato colore, ho scattato tantissime cose, quando ero ragazzo in pellicola in B/N, non mi sono fatto mancare nella mia vita la relazione con l’analogico: ogni volta che prendo la macchina digitale mi rendo conto di quello che c’è dietro la camera prima dell’arrivo del digitale. Tuttavia  i miei lavori sono sempre  a colori e sono in qualche modo funzionali. Quando lavoro cerco sempre luci e colori che diano una intensità estetica forte, mi piace lavorare golden hour o con le luci blu del mattino, ci deve essere sempre una luce, quando chiaramente è possibile dato che si lavora in esterno, che sia funzionale,  e che sia anche in qualche modo particolare che  vada colpire, a punzecchiare. Per me è sempre stato così.

Per esempio, riguardo al delta del Po, Comacchio è stata una delle zone tanto amate e  fotografate da Ghirri, che è indubbiamente un colosso della fotografia sia per quanto riguarda l’accuratezza formale, il modo di comporre e di utilizzare il colore, inventando anche qualcosa di formale che prima non era stato fatto. Quindi ha sicuramente lasciato fortissime impronte, ricalcate da altri fotografi che poi successivamente sono diventate maniera, moda, a volte schemi emulativi che cerco di evitare.

Un esempio pratico del mio modo di intendere il colore può essere, oltre al citato Ecowarriors, anche Millennium Bugs una serie fotografica che racconta l’uso degli insetti come fonte proteica alternativa per la produzione di proteine per l’alimentazione animale e umana. La serie si focalizza sulle startup italiane che allevano insetti e sui progetti di ricerca di università ed enti privati che ne fanno uso per l’alimentazione animale.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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